Una dittatura della felicità. Intervista a Cristian Ceresoli

Una conversazione con Cristian Ceresoli in occasione della presentazione del primo studio di Happy Hour e della cinquecentesima replica di La Merda.

 

Foto di Marco Pavanelli

Quella di Cristian Ceresoli e di La Merda è una storia di primati: la conquista del Fringe First Award for Writing Excellence, cinquecento repliche, una tournée che ha toccato quattro continenti. Eppure è anche una vicenda di rifiuti, di «porte sbattute in faccia», di un’emigrazione artistica e umana sempre più percepita come necessaria, imprescindibile. Abbiamo raggiunto al telefono l’artista in occasione della presentazione, questa sera negli spazi de Il Funaro di Pistoia, del primo studio di Happy Hour, sua nuova scrittura che vede in scena Stefano Cenci Silvia Gallerano diretti da Simon Boberg.

Come nascono Happy Hour e la collaborazione con il regista danese Simon Boberg?

La stesura di Happy Hour è iniziata nel 2007, ed è rimasta incompiuta per lungo tempo, benché molti degli elementi poetici che ne facevano parte siano poi rientrati nella scrittura di La Merda. Quando poi a un certo punto ho ripreso questa scrittura – siamo già nel 2016 – ho lavorato come se La Merda e Happy Hour fossero due parti di uno stesso paesaggio, o di uno stesso dipinto. Formalmente sono creazioni molto diverse, è il lavoro di scrittura a essere diverso, e tuttavia sono dettagli dello stesso panorama. Così come l’incontro determinante con Silvia Gallerano ha poi portato alla scrittura de La MerdaHappy Hour esiste soprattutto grazie all’incontro con Stefano Cenci. Alla base del rapporto c’è quasi un aspetto erotico, di attrazione: capita spesso tra artisti il desiderio di collaborare, e così ho ripreso questa partitura spinto dal desiderio di lavorare con Silvia e Stefano. Attraverso alcuni passaggi che hanno già visto la luce in forma di lettura, il testo è adesso pressoché terminato, ma le prove sono iniziate soltanto da tre giorni: questa sera ciò che chiederemo alle persone sarà di entrare in sala e vedere il cantiere in lavorazione. Lo spettacolo debutta a fine anno (dal 30 ottobre al 4 novembre al Teatro Metastasio di Prato, ndr), quindi siamo lontanissimi dall’esito finale.

Foto di Marco Pavanelli

Simon è un regista e direttore artistico (Husets Teater, Copenhagen, ndr) molto sensibile e attento, come tanti in Europa… Subito dopo la vittoria al Festival di Edimburgo nel 2012 Simon legge in italiano il testo de La Merda, se ne innamora e mi coinvolge nel 2013 nel festival da lui diretto (Festival of European Contemporary Playwrights, ndr), uno dei più interessanti e dei più validi nel panorama europeo. Vengono scelti otto testi da tutta Europa, tradotti in danese, e i loro autori sono invitati a questa sorta di festa che dura otto giorni, nella quale sono organizzate letture con un cast  di attori danesi. Può capitare che a partire da queste letture si facciano degli spettacoli: è capitato a La Merda, e Simon è il regista della produzione danese, sia di quella teatrale sia di quella televisiva. Nel frattempo ci siamo conosciuti e riconosciuti, abbiamo visto che avevamo una sensibilità affine… Silvia Gallerano e io non avevamo nessuna intenzione di ripresentare le caratteristiche di La Merda, di riproporle reduci dal successo ottenuto: come artisti ciò che ci interessa è indagare, ricercare, andare a fondo e capire se c’è bisogno di costruire un altro oggetto artistico. Più questo oggetto è distante da quello che ha avuto successo, meglio è. In questo caso mi interessava che la regia fosse “all’inglese”, come è tipica in Danimarca, nel senso di una regia che si mette a disposizione di quelli che sono gli elementi portanti: la scrittura e i corpi che la incarnano. Avendo già visto al lavoro Simon ed essendoci incontrati sullo stesso terreno ho desiderato e sperato che si potesse costruire quest’opera insieme. Nel febbraio 2019 debutterà Happy Hour con il cast danese, poi nell’estate successiva vedremo la versione inglese.

Happy Hour, come si può leggere nel comunicato stampa, tratteggia la vicenda di due fratelli, Ado e Kerfuffle, che si stagliano al di sopra di un panorama caratterizzato da genitori obbligati a essere felici, da un’umanità fondata sull’entusiasmo, da una forma allegra e briosa di totalitarismo. Ciò che sembra emergere dalla scrittura è una pervasiva condizione di “dittatura della felicità”.

Quando si cerca in qualche modo di fare uscire delle anticipazioni, si è costretti a trovare una forma commestibile del pensiero, che tuttavia conservi un piano poetico. Il fatto che lei dica questo significa che in qualche modo ce l’abbiamo fatta: sì, in Happy Hour abbiamo a che fare con una condizione di “dittatura della felicità”. Questi bambini la vedono arrivare, dal loro interno familiare, sono due tredicenni – un altro punto di contatto con La Merda sono i tredici anni, l’età della protagonista – che assistono al mutamento della città, alla sua modificazione, alla sua trasformazione. Una delle caratteristiche di questa scrittura, sia nei suoi contenuti sia nella sua forma, è che sembra mettere in luce una condizione tossica, lisergica: anche il mondo che si trasforma davanti ai loro occhi è un mondo tirato dagli eccessi, una sorta di realtà psichedelica, che muta al punto tale da ricadere sulla vita di questi bambini in maniera tragica. Non sto anticipando niente: essendo una scrittura prevalentemente poetica non è tanto la storia che appare significativa, quanto la poesia che da essa si esprime.

Lo spettacolo è dedicato a Stefano Dolce e a Domenico Gabbana. Che cosa la affascina di queste due figure?

foto Ufficio stampa

Poco! La dedica è semplicemente un altro ingrediente che mettiamo, e facciamo in modo che anche grazie a essa si creino un cortocircuito, delle combustioni, delle esplosioni. Ovviamente sono affascinato da alcune loro caratteristiche: ma credo anche che proprio Dolce e Gabbana siano tra i maggiori responsabili di questa “dittatura della felicità”. Questo testo, come La Merda, non è un testo di critica: qui si sta nel caos della vita, nell’umanità tra uomini e donne, e si cerca di rappresentare il bene e il male attraverso una storia, attraverso una poesia. Quindi anche in questo caso Dolce e Gabbana non sono tra i protagonisti, non rientrano mai direttamente, con nome e cognome, all’interno della vicenda, però alcuni personaggi che si ritrovano in questa poesia sono a loro fortemente ispirati. C’è un Dio che è costruito a immagine e somiglianza di Stefano Gabbana. Non voglio però apparire moralista o post-ideologico: in qualche modo sono personaggi di quella che rimane una poesia, un manifesto, un affresco. La loro figura coincide, in Happy Hour e nella mia scrittura, con una divinità, che viene idolatrata e che in qualche modo decide della vita delle altre persone.

La stesura di Happy Hour ha il suo punto di origine nel 2007, ben cinque anni prima del debutto di La Merda. L’esito di grande successo de La Merda ha influenzato in qualche modo lo sviluppo di Happy Hour?

Dopo La Merda ho scritto Othello Sex Machine: era una produzione dell’Arena di Verona, un libretto per opera lirica che poi è diventato un altro tipo di scrittura, basato sullo spunto fornitomi; la produzione però è stata poi abbandonata. Ho in cantiere un’altra opera, La Dolorosa: siamo in corso di allestimento, pare che ci siano finalmente delle possibilità per produrlo in Italia e in Spagna. Dico questo perché, mentre venivo completamente travolto dalla vicenda de La Merda, l’aspetto della produttività è continuato: non dico indipendentemente – perché è chiaro che questo tipo di esperienza informa anche il momento della scrittura – però comunque è continuata e ha portato alla luce diversi frutti. Non è mai facile lavorare per me e per Silvia in Italia: ancora oggi abbiamo non poche difficoltà con le istituzioni, non poche difficoltà con alcuni mezzi di comunicazione di massa; essendo espatriati la nostra natura è rimasta quella di emigranti. Il che significa che sviluppare gli oggetti della nostra arte non è semplice. Ciò che è cambiato non è tanto nella sfera intima, della creatività: quello che è cambiato è che abbiamo un’esperienza internazionale molto importante su tutti gli aspetti produttivi, abbiamo delle grosse collaborazioni che ci permettono di lavorare con grande qualità. Abbiamo ottenuto una competenza tale che ci ha permesso di lavorare meglio: con un po’ più di leggerezza e un po’ più di ecologia, per usare un termine politico. Abbiamo sprecato meno,  faticato meno. Questo è stato possibile grazie a tutto l’eco e il riverbero, soprattutto internazionale, che abbiamo avuto con La Merda. La scrittura, invece, deve affrontare sempre una grande fragilità, è sempre un processo molto delicato ritrovarsi a produrre, a costruire degli oggetti: ognuno è diverso, per me è un po’ una condanna, è la mia vocazione però è anche molto dolorosa. Una volta che questa fase è stata superata, è stato più semplice portare Happy Hour alla luce: ma la sua genesi non è dipesa dal successo de La Merda.

Foto di Valeria Tomasulo

La Merda è giunto alla sua cinquecentesima replica. Come è cambiato il rapporto suo e di Silvia Gallerano con lo spettacolo, e come è mutata invece la ricezione del pubblico in questi anni?

Silvia e io abbiamo quasi smesso di raccontare questa storia, penso che sia ormai acclarata ed eclatante: a lungo abbiamo avuto solo porte sbattute in faccia, telefonate senza risposta… Ma siamo rimasti comunque sulle nostre gambe, abbiamo provato lo stesso, immaginandoci la possibilità di costruire questo spettacolo e di emigrare. In quegli anni, intorno al 2010, per reazione e per vocazione, abbiamo pensato di costruire un’opera che si rivolgesse all’umanità: quando parlo di umanità faccio volutamente un’esagerazione, è un po’ uno spirito di bambino a emergere… Comunque, pensavamo a un uditorio il più largo possibile, e il più lontano possibile da alcune cerchie ristrette frequentate soltanto da addetti ai lavori. I grandi teatri, che ormai calchiamo continuamente con La Merda, all’epoca ci erano preclusi. Gli unici luoghi che potevamo frequentare, e che comunque ci hanno rifiutato, erano quelle piccole salette frequentate da proprio addetti ai lavori: ma noi avevamo l’impressione, nonostante la grande intelligenza e la vitalità che le contraddistingueva, che rischiassero – e rischiano tuttora – di non portare nessun oggetto nel mondo. Quello che abbiamo sempre immaginato è che, così come si va a un concerto di Vinicio Capossela o a vedere una partita di calcio, si potesse andare a vedere la creazione alla quale stavamo lavorando.

Foto di Marco Pavanelli

Quindi in questo senso il nostro rapporto con La Merda è cambiato radicalmente; se all’inizio era un’idiozia che avevamo in mente solo io e Silvia, quando abbiamo cominciato a portarlo all’estero ci siamo accorti di come a teatro non ci fossero soltanto operatori, ma anche moltissime persone che vanno a vedere gli spettacoli esattamente come andrebbero a vedersi un concerto, o a farsi una birra con gli amici. Può sembrare una banalizzazione, ma in realtà tutto ciò rientra nel processo quotidiano delle cose. C’è una produzione di pensiero, attraverso la forma della bellezza e della poesia, che riporta il teatro alla propria forma originaria: quella della ritualità e della quotidianità. Dovevamo costruire un oggetto che fosse per tutti, mantenendo tuttavia un piano poetico alto e sofisticato. All’estero questo problema non c’era e abbiamo cominciato a presentare La Merda in teatri molto grandi; in Italia invece abbiamo dovuto costruire una dimensione ad hoc: ci siamo rivolti così a grandi agenzie legate al mondo della musica. All’inizio ci domandavamo se fosse il titolo, o la nudità di Silvia, a creare curiosità, e ovviamente eravamo pronti ad accettare anche un fallimento: prima o poi la curiosità si sarebbe esaurita e le persone ci avrebbero abbandonato, e invece il successo continuava… Vinciamo il Fringe Festival di Edimburgo, La Merda diventa un fenomeno ma, preclusi dalle istituzioni e oscurati dai mezzi di comunicazione, iniziamo a cercare piazze grandi, grandi sale, pubbliche o private che siano. Questo ha portato un altro cambiamento radicale nella relazione con il pubblico: il cinquanta, sessanta per cento delle persone che sono venute a vedere La Merda in questi giorni all’Auditorium di Roma – una sala da 700 posti – non era mai andato a vedere uno spettacolo di teatro, oppure era andato a vedere solo Antonio Rezza e Flavia Mastrella. A partire dal 2014, ma soprattutto dallo scorso anno, in Italia ma anche in alcuni paesi esteri – in Spagna, ultimamente anche in Canada – la relazione è cambiata ulteriormente: La Merda non è più un oggetto di proprietà, e in realtà non lo è mai stato. Ormai Silvia ed io possiamo guardare quest’opera con un certo distacco. Forse è proprio questo distacco, forse effettivamente nel frattempo la Storia, la Storia degli uomini e delle donne è andata avanti e si è sviluppata, ma quello che succede spesso durante le repliche – siano quelle accolte in religiose silenzio, o quelle molto partecipate – è che si possono avvertire momenti in cui la comunità si ritrova. Non vorrei darle l’idea di celebrare troppo lo spettacolo, ma ho assistito a momenti in cui a prevalere è un elemento civile: come se non fosse più tanto importante il successo dell’opera e il riconoscimento del pubblico verso un artista – c’è ovviamente, non viene meno, perché in quel momento Silvia compie un atto sublime – ma è come se La Merda diventasse un’esperienza politica e insieme poetica. La nostra relazione è questa: partecipiamo a un rito collettivo.

Alessandro Iachino

PRIMO STUDIO HAPPY HOUR
di Cristian Ceresoli
con Silvia Gallerano e Stefano Cenci
regia Simon Boberg
assistente alla regia & production manager Marco Pavanelli
tecnici Giorgio Gagliano, Francesco Bala
produzione Frida Kahlo Productions (Milano, London), Teatro Metastasio (Prato), Teater Grob (Copenhagen) con la collaborazione del Funaro (Pistoia), Richard Jordan Productions (New York, London)
organizzazione e distribuzione a cura di WEC, Bags Entertainment

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