Pierfrancesco Favino a Sanremo. Non gli avete fatto niente

Pierfrancesco Favino a Sanremo. Una riflessione sui quattro minuti televisivi (e teatrali) che hanno destato numerose reazioni politiche e dibattiti

 

Questo articolo non si ripeterà nella celebrazione del divo che ha esasperato gli accorti osservatori impiegati nei rotocalchi. Tuttavia, quello che è accaduto sul Palco dell’Ariston durante la quinta serata del Festival di Sanremo non è il contenuto del primo capitolo di un manuale di storia della televisione qualsiasi. Finora, ognuno ha ben compreso che Pierfrancesco Favino, già volto noto del piccolo e grande schermo, già consacrato su e giù dal palco, ha legittimato la presenza, a quello che molti definiscono “Festival della canzonetta”, di una drammaturgia teatrale che – finché non è capitata per la bocca a lui – non aveva mai subìto tanta attenzione: grossomodo come è accaduto, accade e accadrà a un’infinità di testi di mille letterature.

Proprio in questa consapevole virata mediatica, nell’audacia di voler magnificare la potenza del pensiero usando un mestiere e uno strumento nelle stanze di tutti, sabato si è compiuto un atto sovversivo che ha scosso, in fremiti di fastidio e curiosità, le coscienze dei non solo addetti ai lavori. E “sovvertire” non è un verbo intenzionalmente reazionario ma, lasciando temporaneamente da parte il piglio arruffapopoli che tanto ci anima in queste ultime giornate, indica il capovolgersi di due pianeti espressivi che gravitano attorno a se stessi nel nostro universo, con atavico piacere nel respingersi. Il teatro e la televisione in Pierfrancesco Favino si sono compenetrati per quattro minuti e quarantatré secondi. Un’interferenza destabilizzante, una vertigine che si è trasmessa come un morbo e che, come un morbo, se non ha ucciso, ha sicuramente fortificato i superstiti. E a dirla tutta, siamo sopravvissuti tutti quanti.

Forte di sedici repliche al Teatro Ambra Jovinelli di Roma e dei retaggi della prima messa in scena del 2001, il conduttore – attore è comparso ancora nel suo spazio sanremese con un estratto da La notte poco prima delle foreste di Bernard-Marie Koltès, colpito sulla nuca da un ristretto fascio di bianco abbacinante che lo staglia sul buio. Sulle note libere di un tutt’altro che “dittatore artistico” – come si è definito Claudio Baglioni prima che le telecamere lo smentissero trasfigurandolo in un intrattenitore onnipresente – Favino ha proposto un testo sull’estraneità che paradossalmente ha rivelato quanto l’estraneità (alle circostanze) non lo riguardi.
«Mai che puoi dire questa è casa mia e ti saluto, tanto che io quando lascio un posto c’ho sempre l’impressione che quello sarà casa mia sempre di più di quello in cui vado a stare.[…] Così via, sarai sempre più straniero», comincia con ibrido accento berbero. Ma il monologo salta alle menti prendendo in ognuno la forma della solennità; sarà perché, di fatto, senza l’edulcorazione di un allegro motivetto che ci vorrebbe tutti in vacanza, immobili e deresponsabilizzati, è stato, per quest’anno, la prima vera occasione di politica universale trasmessa in Eurovision su quel palcoscenico?
E le rete unificata (tessuta insieme con web e social) non ha portato in evidenza soltanto la connotazione politica, ma si è interrogata sulla necessità di sacrificare al dio della televisione la castissima diva del Teatro: così Favino, sotto inquisizione, si è ritrovato a essere complice di un crimine compiuto verso quello che era «un monologo bellissimo di un autore bravissimo dato in pasto ai porci» che, anche dovessero finire in teatro per ammaliazione, potrebbero soltanto rimirare «le tue perle come fosser ghiande» (scrive in un post Daniele Timpano, a cui seguirà un altro di semi-smentita). Tuttavia, l’accusato ha dalla sua una giuria clemente e una pletora di difensori: «i puristi che affossano questa operazione fanno lo stesso gioco dei fininvestiani/mediasetiani/berlusconiani che decisero che chi sta davanti alla TV (cioè la quasi totalità di una nazione) si merita la merda, solo merda» (rimbalza Licia Lanera).
Inutile soffermarsi sulla rubricazione dei vari motivi per cui questa presenza possa o non possa essere considerata “Teatro” se anche uno solo ha ricevuto il battesimo di una catarsi parateatrale, mentre tutti aspettavamo di confermarci talenti dello scouting discografico indovinando la classifica, ognuno appollaiato sulla propria digestione. Catarsi che è andata moltiplicandosi e che, profeticamente, ha innescato i malumori di una inarginabile porzione di restanti incommovibili. Così, risolto questo, al Festival è rimasta la sua ennesima metamorfosi in agone per una lotta alle ideologie.

Di seguito alcuni commenti ai maggiori quotidiani che riportavano il monologo:

Siamo davvero sicuri che si possa definire “propaganda” il semplice innesto di una riflessione sulla diversità precostituita, di un uomo che è straniero e perciò vive la condizione di nascondere chi è ma nonostante questo «partecipa, è in mezzo alle cose, alle persone a cui non appartiene, che decidono cosa e come dobbiamo pensare» (questo, un estratto dell’intervista a Favino sul monologo allo Jovinelli)? E perché, proprio a tre settimane dalle elezioni (verso le quali il cruccio nazionale sembra essere l’astensionismo) il riferimento a un tema come quello della temutissima immigrazione, espresso magistralmente in forma d’arte e non di salotto politico, dovrebbe essere impedito su un palco che di arte si nutre per nutrire dodici milioni di italiani?
Siamo certi che pagando il canone Rai per avere un’informazione meno dirottata e più asciutta – che insomma escluda il pensiero e si concentri sul dato – poi ci troveremmo al sicuro di fianco alla nostra opinione in dialogo esclusivamente con se stessa?
In ultimo, se i buoni e i benpensanti sono in realtà quelli di cui non potersi fidare, davvero dovremmo consegnarci a cattivi che mal pensano?

Francesca Pierri

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