Legge dello spettacolo e Fus. I protetti e i tagliati

Dopo l’approvazione della Legge 175 sullo Spettacolo dal vivo, la distribuzione delle risorse pubbliche fa ancora discutere. Una riflessione su norma e responsabilità.

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È il 30 maggio 1946. Umberto II firma il Regio Decreto Legislativo n.538, “Nuove norme erariali sui pubblici spettacoli”. Per 71 anni questa è stata l’unica legge a disciplinare un sistema complesso e in continua evoluzione come lo spettacolo dal vivo, con un unico importante intervento, l’istituzione nel 1985 del Fondo Unico per lo Spettacolo (Fus).
Come risultato di incessanti pressioni, l’8 novembre 2017 la Camera (con 265 voti a favore e 13 contrari) approva il Codice sullo spettacolo dal vivo, tramutato in Legge 22 novembre 2017 con il titolo “Disposizioni in materia di spettacolo dal vivo e deleghe al Governo per il riordino della materia” e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del 12 dicembre 2017. Nel primo denso articolo di «Principi» la Repubblica, rispettando le varie convenzioni Unesco, riconosce l’indiscusso valore dello «spettacolo nelle sue diverse espressioni, quale fattore indispensabile per lo sviluppo della cultura ed elemento di coesione per l’identità nazionale». I passi avanti sono molti e vanno oltre la semplice rimessa in moto di una norma vecchia di 71 anni: si parla dell’estensione del credito di imposta del 65% a tutti i soggetti dello spettacolo dal vivo (orchestre, teatri nazionali, teatri di rilevante interesse culturale, festival, centri di produzione teatrale e di danza, circuiti di distribuzione); del tax credit dedicato al settore musicale; dell’aumento progressivo del Fus; di 4 milioni da destinare alle attività di spettacolo nelle zone del sisma.
A leggersela per intero, la legge, che – secondo il ministro Franceschini – «introduce maggiore trasparenza, porta sostanziali novità per il rilancio e la crescita del settore», sembra raccogliere solo buone notizie, testimoniando un’apparente visione di insieme di cui davvero il nostro sistema aveva bisogno. E infatti l’anno nuovo sarebbe cominciato con delle buone notizie, rinvigorito da un apprezzamento generale, giusto un mese prima della scadenza per la richiesta di contributi triennali erogati dal Fus (2018-2020).
Eravamo stati costretti, tuttavia, a ricostruire la cronistoria di un fatto increscioso, quello del premio “ad personam” assegnato, poi tolto, poi diminuito, poi reintegrato – sulla base del Decreto Milleproproghe – a favore del Teatro Eliseo di Roma diretto da Luca Barbareschi. Si potrebbe quasi proseguire, oggi, sulla stessa linea, aggiungendo un altro paragrafo di «cattive notizie».

Nel comunicato del Coordinamento delle Realtà dello Spettacolo Contemporaneo (CreSCo) viene fatto notare come alcune delle promesse della nuova Legge 175 – le più attese, in effetti – non solo non siano state mantenute, ma stiano rischiando l’attacco di nuove disposizioni in materia di distribuzione del bilancio.
Consultando la tabella di spacchettamento dei contributi, appare che nel gennaio 2017 il riparto Fus ammontava a 333.716.856 €, portato a 341.716.856 € nel marzo 2017 (a seguito del Decreto Milleproroghe). La somma relativa a gennaio è stata ricostituita quasi del tutto per il 2018 (333.941.798 €), facendo sparire quasi otto milioni di euro su cui si era firmato un intervento “una tantum”.

L’aumento progressivo del salvadanaio Fus, previsto dalla legge 175, non soddisfa di certo il sistema teatrale: i 9,5 milioni promessi per il 2018 (da porre sul piatto anche per il 2019 fino ai 22,5 del 2020) sono stati distribuiti dalla Legge di stabilità secondo un criterio altamente discutibile. Innanzitutto la scelta di destinare ben 2 milioni di euro al sostegno dei carnevali e delle rievocazioni storiche, due new entry portate dalla nuova Legge (qui un’approfondita analisi di Ateatro), che va a gravare sul bilancio complessivo del Fus; 4 milioni all’anno per due annualità sono invece destinati al Teatro Eliseo di Roma e all’Orchestra Verdi di Milano che, come sottolinea CreSCo, «saranno beneficiari nel 2018 di un doppio finanziamento a valere sul Fus». E qui torna la questione del sostegno diretto a uno stabile o a un’impresa privata, di cui ancora nessuno è riuscito a comprendere la ratio: un intervento a favore di alcuni beneficiari specifici mette in discussione quegli stessi principi di «sostegno integrale» su cui la stessa legge si basava.

Ai tempi del varo della Riforma del Fus avevamo provato a predire che cosa una «legge dei grandi numeri» avrebbe causato, discutendo in particolare l’enorme sforzo di stanzialità richiesto ai teatri nazionali o l’alto numero di alzate di sipario, che rischiava di schiacciare le attività di programmazione meno a regime.
Le recenti oscillazioni nel riparto Fus vanno a gravare su alcuni soggetti in particolare. Mentre le Attività teatrali e le Attività di danza hanno conservato i numeri “post Milleproroghe”, salta agli occhi la picchiata subita da Residenze e under 35 (da quasi 3 milioni a 869.234 €) e dai Progetti multidisciplinari, Progetti speciali e Azioni di sistema (scese da quasi 8,123 milioni a 5,845). Vale a dire più di 2 milioni in meno per uno e circa 2,638 in meno per l’altro. È vero, anche le Fondazioni lirico-sinfoniche hanno subito un calo di oltre 3 milioni. Ma su un totale di partenza di oltre 182 milioni.

Il centro della questione, come spesso capita quando un bisogno pur riconosciuto dallo Stato incontra il complicato iter della messa a norma, è allora di carattere sistemico-culturale. Il ministro Franceschini ha chiesto pazienza, impegnandosi ufficialmente a reperire risorse aggiuntive per riequilibrare la distribuzione dei contributi. Eppure il punto sembra essere che – così come molti altri – anche questo rinnovamento, atteso per sette decenni, non riesca a definire in maniera chiara la responsabilità nella destinazione delle risorse. In questo – come sottolineava Mimma Gallina su Ateatro – la decisione di predisporre una delega al Governo gioca un ruolo fondamentale. Ancora una volta, aumentare le cifre (o promettere di farlo) non è sufficiente, se insieme a quell’aumento si estende anche la giurisdizione che si intende coprire.

Più si aumentano le responsabilità e più ci sarebbe bisogno di organi e di organismi in grado di conoscere davvero la realtà che vengono chiamati ad amministrare, evitando il rischio di confondere la definizione e l’applicazione di una norma con una disponibilità a trovare soluzioni di emergenza.
Soprattutto nel momento in cui a subire i tagli proporzionalmente più feroci sono state alcune tra le attività più importanti per il nostro attuale sistema teatrale: le iniziative dedicate alla creatività e alla professionalizzazione sotto ai 35 anni hanno dato prova di grande vitalità nel contesto di un sano ricambio generazionale; le residenze rappresentano una risorsa fondamentale per la creazione e la distribuzione di teatro e danza; nei progetti multidisciplinari e speciali risiede l’opportunità per connettere il mondo dello spettacolo dal vivo con le realtà limitrofe e con il mondo dell’educazione, di intercettare nuovi target di pubblico e promuovere l’integrazione sociale. Infine le azioni di sistema, che dovrebbero essere il cuore di ogni organismo normativo, lo strumento attraverso cui una legge diviene davvero alla portata di tutti.
Forse non è la legge a dover essere cambiata, ma la mentalità che sta dietro un’interpretazione delle responsabilità e dei suoi effetti. E questo sì che dovrebbe essere la missione di ogni principio regolatore.

Sergio Lo Gatto

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