Che cosa non è accaduto a Orizzonti Festival

Edit_Orizzonti (non) è stato un progetto di formazione diretto da Roberto Latini, formatore di una compagnia di otto attori under35, presto interrotto. Avremmo dovuto raccontarlo interamente. Qui alcune note di che cosa poteva essere. E non è stato

Foto Simone Nebbia

Questa è una storia senza finale. O, meglio, di quelle che hanno il finale già scritto dall’inizio. Prendi un paese in Italia, di quelli un po’ assopiti cui non farebbe male un minimo di movimento, prendi un teatro e fanne il centro di questo nuovo spirito perché ne diventi il simbolo, prendi uno dei maggiori artisti italiani e un gruppo di giovani attori perché inventino un modo di restituire l’incontro in una misura performativa, prendi cioè le migliori energie perché offrano energia di ritorno, trasformata, modellata, permeata dalla forma artistica.
Ma questa è una storia senza finale. Se il paese è (stato) Chiusi, dove l’amministrazione ha interrotto il piano culturale della Fondazione Orizzonti in corso di svolgimento, il finale arriva a metà, con sorpresa e amarezza per quanto poteva essere. E non è stato. Roberto Latini, chiamato per il progetto Edit_Orizzonti a dirigere una compagnia di otto attori under 35 scelti attraverso un bando nazionaleLetizia Bravi, Federica Carra, Matteo Ciucci, Pier Giuseppe Di Tanno, Sara Firrarello, Maria Valentina Principi, Riccardo Spagnulo, Nicolò Todeschini –, ha raggiunto soltanto la seconda tappa del percorso che avrebbe dovuto confluire in uno spettacolo interamente realizzato in residenza al Teatro Mascagni di Chiusi, durante Orizzonti Festival 2017 – rimosso anch’esso – a fine luglio.

Io vorrei che esplodesse tutto. Una traccia, un senso è rimasto sull’onda di queste parole, nel respiro che le porta a essere suono e a restare come sospese nello spazio tra la bocca e il teatro. Probabilmente sono ancora lì, a galleggiare nel mezzo dove il vuoto ha trattenuto ogni cura, ogni intenzione. La creazione, è parso suggerire Latini, poggia sul confine tra equilibrio e non, dove si misurano intimità e audacia, continuità e frattura, lentezza ed epifania, una composizione dunque mai addomesticata ma che procede per sorprese e tradimenti, l’invenzione di uno spazio e di un tempo perché siano manomessi lo spazio e il tempo.
Le parole di un confronto, pertanto, non possono non tenere presente la destinazione del dialogo, la scena che ospita le riflessioni soltanto quando sa scioglierle in una meccanica insieme manifesta e velata, in cui «l’unica maniera di dire qualcosa sul palco è non dirla, perché il “sembra”, appena diventa “è”, smette di essere – precisa Latini – quindi lo spettacolo deve trovare un altro modo di riferirsi», cioè cambiare natura per avere la propria.

All’origine di ogni possibile apparizione Latini ha posto la scelta, meglio ancora, la coscienza che l’opera non possa prescindere da una presa di posizione netta rispetto a tutto ciò che in scena non finirà, ha cioè innescato un processo di relazione tra stimolo e strumento, tra progresso e sviluppo della condizione di partenza, attraverso l’indagine di potenzialità di una vitalità istintuale in cerca di alfabeti diversi per potersi esprimere. È in tal modo, sperimentando l’incontro/scontro tra rappresentazione e invenzione, che si segnala il legame stretto con la responsabilità su un piano che dal panorama artistico confluisce in quello sociale, umano, in una discussione continua tra l’opzione prescelta e quella rifiutata, che Latini guida tenendo una corda tesa il cui equilibrio è sempre compromesso, seguendo una dialettica espressa attraverso il corpo, la volontà, il desiderio. Una preferenza di alterità, pertanto, che sappia aggirare la lettura più immediata, facile, mettendo in scena una dimensione che non sarà indagata ma che si mostri in apparenza al pari delle altre: smarcare il noto e preferire l’ignoto, sceglierlo non per calcolo ma per vocazione, perché la scelta avviene in uno stato di pericolo, si impone per la paura che libertà estrema e vuoto si tocchino a divenire identico spazio, così da innescare un processo estremo di spaesamento che ha come obiettivo la demitizzazione dell’individuo chiamato alla scelta e la conseguente accoglienza di uno stimolo, istinto, ancora più profondo.

Foto Simone Nebbia

Il punto di raccordo, il legame, dove ha luogo la creazione è il contrasto tra immagine e immaginazione – «prendi da un testo un’immagine che ti colpisce e immaginala» – che sappia disarcionare le certezze, disabitare la quiete, presiedere alla nascita di un linguaggio solo là dove il bagaglio linguistico sia stato desertificato; «andiamoci ad arrendere», consiglia Latini, abbandonarsi a sé stessi, abbandonare i molti teatri abortiti perché sia paradossale sedimento del nascente teatro, l’impossibilità come unica possibilità: la scena. La strada è impervia, sanno bene il docente e i discenti, ma va con coraggio «percorsa per alleanza e avversità», per associazioni a distanza, per osmosi e limiti, un equilibrio che giunga ad allineare suggestione e tecnica nell’affermarsi progressivo di un’esigenza collettiva.

Ognuno di questi attori – destinazione, mezzo e ancora destinazione dell’atto creativo – ha per essenza la duttilità perché coesistano intimità e superficie nell’accogliere lo stimolo e liberarlo in scena, pur affrontando la difficoltà di tenere assieme la facoltà ricettiva e quella intuitiva nello stesso momento. La loro presenza umana è funzionale a una ricerca viceversa priva di senso, quell’indagine sulla dimensione teatrale nell’esistenza che da esistenze precipue non può prescindere. Dunque “recitare”, innescare un nuovo linguaggio, è un suggerimento nella figurazione dei significati; parole come “ascolto” o “relazione” diventano fondamento primario proprio di quella ricerca di equilibrio nello spazio scenico che preesiste alla creazione.

La composizione drammaturgica sviluppa quasi naturalmente questo contesto di continua dialettica, ampliandosi per frammenti, non per unità narrative, in modo da garantirsi vivacità dinamica e necessità ritmica, non solo all’interno dei nuclei concettuali ma anche arricchendo di senso i segmenti apparentemente di passaggio tra le scene, la qualità del silenzio immediatamente potenziale. Ogni gesto, parola, emozione, ogni atto di responsabilità o desistenza resta fluttuante, sospeso tra suggestione e percezione, tra incanto provocato e subito, una forma pulsante che si modella rilasciando o assorbendo densità materica secondo l’abitazione dello spazio, l’esplosione promessa della distanza tra l’uno e l’altro – me e te – ogni volta misurata e dimenticata, ora compressa nell’intimità di una separazione, ora estesa nella lontananza di un abbraccio.

Simone Nebbia

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