Strategie fatali. La macchina dell’apparenza di MusellaMazzarelli

Strategie fatali, testo e regia di Lino Musella e Paolo Mazzarelli tra Shakespeare e Baudrillard, arriva al Teatro India di Roma. Recensione.

foto di Marco Parollo
foto di Marco Parollo

«Il teatro in questo nostro lavoro non è metafora, ma ambiente e argomento. È allo stesso tempo contenitore e contenuto». Queste parole Lino Musella e Paolo Mazzarelli le usavano in un’intervista rilasciata a questo stesso giornale nel novembre 2015, al debutto di Strategie fatali, produzione Marche Teatro ora di passaggio al Teatro India di Roma fino al 5 febbraio.

In questo testo denso e corposo (anche pubblicato da Cue Press), che lascia intravedere un fitto lavoro di composizione drammaturgica, si incrociano due segni letterari solo apparentemente distanti: l’immaginario di Shakespeare e il contro-immaginario di Jean Baudrillard; da una parte il verso lirico che lascia apparire e scomparire le realtà dell’animo, dall’altra una visione quasi apocalittica che congela la realtà stessa in simulacri dell’apparenza.

foto di Marco Parollo
foto di Marco Parollo

La vicenda di una compagnia teatrale alle prese con Otello sotto la guida di un regista dalle idee incomprensibili è incastonata in una macro-vignetta di due grotteschi investigatori sulle tracce di un ragazzo scomparso in un teatro abbandonato. A sostituire Otello e Desdemona arrivano Alberto, attore belloccio che ha ormai sfondato nella fiction, e la sua giovanissima compagna Sara, che nasconde un segreto scomodo riguardo alle proprie abitudini sessuali. Nelle scene metateatrali, accordate sul registro della commedia, si riaccendono vecchi rancori mai sopiti tra Alberto e Federico (Iago) il quale, entrando in possesso del segreto di Sara, lo userà come il celebre fazzoletto della tragedia shakespeariana.
Ma non è tutto qui. Nella scrittura del testo il richiamo a Baudrillard, con il suo caustico monito sulla scomparsa della realtà, si fa mano severa che apre una scatola dentro la scatola, materializzando in scena le assurde visioni del regista: una vera e propria dimensione parallela si alterna alla vicenda principale, al punto da rendere impossibile capire se si tratti di un viaggio della mente o di stralci di un enigmatico Otello ormai giunto al debutto.

foto di Marco Parollo
foto di Marco Parollo

Insieme a simulacro, enigma è infatti l’altra parola chiave, quella che unisce gli universi semantici del drammaturgo inglese e del filosofo francese: scorre nelle diaboliche trame di Iago; si annoda in quell’altra dimensione che pure si ambienta in un teatro abbandonato, in cui un tecnico che vi si è barricato è pronto a tutto pur di impedirne la cessione; torna nel siparietto dei detective in apertura e chiusura, forse il piano narrativo meno riuscito, quello che spinge l’intera operazione sul ciglio del compiacimento intellettuale.

Eppure c’è in questa macchina scenica – messa a punto con disarmante precisione di movimenti e luci e interpretata con crescente affiatamento dai due registi insieme a Marco Foschi, Annibale Pavone, Laura Graziosi, Astrid Casali e Giulia Salvarani – una piccola follia rigenerante, un senso del rischio che costruisce una barricata cerebrale per tentare la sfida di non lasciarsi da essa intrappolare. Molto sottili sono le intuizioni sul Moro, riconosciuto colpevole di un’ossessione per l’idea di purezza – che scagiona in pieno Desdemona – e su uno Iago finalmente perfido non per invidia ma per natura. Allo stesso modo riesce, almeno in parte, l’ambizioso tentativo di raccontare l’«iper-realtà» baudrillardiana, quell’ingranaggio, appunto, fatale in cui l’immagine e il pensiero che la sostiene vedono sgretolarsi attorno ogni referente e rimanere soli in una desolante autoreferenzialità.

foto di Marco Parollo
foto di Marco Parollo

Nei foyer del contemporaneo si parla spesso di quella nostra nuova drammaturgia che fatica a emergere, e molto spesso – di là da questioni sistemiche – si dà la colpa a certa pigrizia degli stessi artisti. Strategie fatali è un tenace attacco a queste dicerie, e infatti finisce per consegnare, quasi senza retorica, un messaggio sul teatro – per forza di cose – autoreferenziale.
Si può forse dire che la sua complessa struttura, che molto chiede allo spettatore senza tuttavia sfinirlo mai, necessiti in tutte le scene della feroce potenza dialettica e recitativa di quella in cui il “delitto” di Sara viene rivelato, dove davvero si passa da Shakespeare a MusellaMazzarelli come rotolando giù per una scarpata. Ma se il teatro riesce, come accade qui, a raccontare il mondo realizzando con coraggio cambi di segno così repentini e ricreando quell’infarto del reale, esso può davvero costituire l’antidoto agli oscuri presagi di Baudrillard. «Perché una scena abbia senso ci vuole l’illusione».

Sergio Lo Gatto

Teatro India, Roma – gennaio 2017

STRATEGIE FATALI
scritto e diretto da Lino Musella_Paolo Mazzarelli
assistente alla regia Dario Iubatti
con Marco Foschi, Annibale Pavone, Paolo Mazzarelli, Lino Musella, Laura Graziosi, Astrid Casali, Giulia Salvarani
costumi Stefania Cempini
sound design e musiche originali Luca Canciello
direttore di produzione Marta Morico
comunicazione e ufficio stampa Beatrice Giongo
amministrazione Katya Badaloni
assistente di produzione Claudia Meloncelli
direttore tecnico dell’allestimento Roberto Bivona
elettricista Cristiano Carìa
fonico Jacopo Pace
grafica Fabio Leone
foto di scena Marco Parollo

SHARE
Previous articleTwain_direzioniAltre: bando per la creazione e ricerca nella danza
Next articleAmuleto. Maria Paiato e la poesia del Latinoamerica
Sergio Lo Gatto è giornalista, critico teatrale, ricercatore e traduttore. Alla Sapienza. Università di Roma svolge un dottorato di ricerca tra teorie della critica e filosofie del digitale. Si occupa di arti performative su Teatro e Critica. Ha fatto parte della redazione del mensile Quaderni del Teatro di Roma, ha scritto per Il Fatto Quotidiano e Pubblico Giornale, ha collaborato con Hystrio (IT), Critical Stages (Internazionale), Tanz (DE), collabora con il settimanale Left, con Plays International & Europe (UK) e Exeunt Magazine (UK). Ha partecipato a diversi progetti europei di networking e mobilità sulla critica delle arti performative, è co-fondatore del progetto transnazionale di scrittura collettiva WritingShop. Ha partecipato al progetto triennale Conflict Zones promosso dall'Union des Théâtres de l'Europe, dove cura la rivista online Conflict Zones Reviews. Tra le pubblicazioni, con Graziano Graziani ha curato il volume La scena contemporanea a Roma (Provincia di Roma, 2013), con Matteo Antonaci Iperscene 3, Editoria&Spettacolo 2017.