Eimuntas Nekrošius. Allontanare l’orizzonte

Eimuntas Nekrošius: allontanare l’orizzonte, documentario di Audronis Liuga che restituisce un ritratto artistico e umano del regista lituano, verrà presentato all’università Sapienza di Roma venerdì 16 dicembre nel corso di un incontro con l’autore.

eimuntas nekrosius
eimuntas nekrosius

«Io ho sempre avuto un punto di vista. Ce l’ho ancora. Può suonare stupido, ma è meglio averlo piuttosto che non averlo. È un’opinione sull’anima, il corpo e Dio. Un’opinione differente, non la cambierò mai. Ho tematiche a sufficienza su cui lavorare». Così Eimuntas Nekrošius in Eimuntas Nekrošius: nutolinti horizonta (Eimuntas Nekrošius: allontanare l’orizzonte), il film documentario di Audronis Liuga che venerdì 16 dicembre sarà presentato all’università Sapienza di Roma presso il Dipartimento di Arti e Scienze dello Spettacolo, nel corso di un incontro a cura di Valentina Valentini. Il lungometraggio offre un’analisi del processo artistico e di creazione e uno spaccato personale del regista lituano, attraverso il montaggio dell’intervista realizzata nel 2013, al tempo della direzione artistica del Teatro Olimpico di Vicenza, unita a stralci delle prove del Boris Godunov di Puškin (allestito nel 2015 al Teatro Nazionale Lituano di Dramma) con l’incursione di sequenze tratte da Kvadratas (1980), Pirosmani, Pirosmani (1981), Mocartas ir Saljeris. Don Chuanas. Maras (1994), Trys seserys (1995), Hamletas (1997), Makbetas (1999), Otelas (2000).

Schivo, silenzioso, restio a sviscerare dialetticamente il proprio lavoro fuori dall’avverarsi del qui ed ora nel “dialogo” dello spettacolo, Nekrošius – attore diplomato all’Istituto dell’Arte Teatrale Lunačarskij di Mosca, regista pluripremiato e riconosciuto a livello internazionale, direttore prima del Valstybinis Jaunimo Teatras di Vilnius, poi fondatore nel 1998 del teatro-studio Meno Fortas –  ha saputo incidere la propria cifra autoriale in un percorso progressivo che dalle prime messinscene della seconda metà dei Settanta ha condotto agli allestimenti cechoviani e shakespeariani sino a quelli dei Duemila in una ricerca, in una coerenza sfuggita alla gabbia della ridondanza.
La riconoscibilità è fatta di elementi primari: la costruzione dell’impianto visivo, il riferimento a una componente di matrice onirica, un approccio specifico all’interpretazione ove la sterilità è bandita quanto l’introspezione nella sfera declamatoria, l’utilizzo mai arbitrario di elementi scenici essenziali (acqua, legno, terra, metallo) in una sorta di mise en abyme drammaturgica della materia a fare da contraltare al testo come nucleo di partenza tra rispetto e interpretazione, sfrondamento e reinvestitura.

«Prima di cominciare a lavorare, lavorare ti manca moltissimo, hai qualunque tipo di idea interessante e sembra che la tua fantasia stia lavorando, quando sei con te stesso e di buon umore, però nel momento in cui arrivi alla prima prova, e poi alla seconda, tutto crolla abbastanza velocemente. Allora solo un duro lavoro può salvarti… Il dovere. Certamente c’è un insieme delle tue esperienze pregresse, che vengono fuori dalle tasche, dalle maniche. Tutto ciò che sai. Come se volessi ripeterlo, non per tua volontà, è come se qualche demone ti spingesse a tornare ai tuoi vecchi modi. […] Sicuramente l’atteggiamento si acuisce con gli anni. Ma non sai di più con l’età.
È un cliché che con l’età si acquisiscano saggezza e consapevolezza. Bisognerebbe dire che le perdiamo. Perdiamo consapevolezza, arguzia e sensi. Si sviluppa apatia. […] Preferirei che fosse il contrario, tuttavia è fisiologico… […] forse è meglio provare a creare situazioni immaginarie, non del tutto reali. Sarò legato al concettualismo, ma tale concettualismo si trasferirà nella pratica in futuro. Forse non porterà risultati nell’immediato, si scoprirà però che un attore può raggiungere determinate altezze. Cerchi sempre di esprimere te stesso, certe volte la tua voce e i tuoi pensieri non sono abbastanza… ma non puoi sfuggire a ciò che sei[…]».

Da un maestro ci si aspetterebbe la consegna di postulati e massime col sapore della definizione, con quella dote peculiare, immediata di rischiare le coscienze e le incoscienze. Spesso tuttavia l’autenticità dell’appellativo corrisponde fuori dalla teoria e nella pratica, o piuttosto nella realtà, alla tendenza a ritrarsi alla consegna di definizioni assolute, all’iscrizione di una riflessione continua e mai gratuita la cui verità e autenticazione si attestano in modo inevitabile attraverso interrogativi imperituri. Tutti collegati da una visione, un insieme di sguardi che si costruisce un equivoco alla volta, perché «più lontano è l’orizzonte, meglio è, in tutti i sensi… Quando l’orizzonte è vicino nella curva della vita, allora si sta ulteriormente allontanando».

Marianna Masselli

Venerdì 16 dicembre 2016, ore 17
Ex Vetrerie Sciarra, Via dei Volsci 122
Aula B

 

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