Più carati per Gli Omini. Intervista a Luca Zacchini

Debutta stasera Più carati, il nuovo spettacolo de Gli Omini. Abbiamo intervistato Luca Zacchini su questo nuovo progetto e sull’evoluzione di questa importante compagnia toscana.

foto di Gabriele Acerboni
foto di Gabriele Acerboni

Per chi si trovasse a passare da Pistoia nel weekend 19 e 20 novembre potrebbe (e anzi dovrebbe) mettersi in fila alla biglietteria del Piccolo Teatro Mauro Bolognini per assistere a Più carati, la nuova produzione di Francesco Rotelli, Francesca Sarteanesi, Giulia Zacchini e Luca Zacchini (al secolo gli Omini), compagnia toscana che negli anni si è affermata sulla scena internazionale grazie a un processo di lavoro unico nel suo genere, che molto deve all’abitazione intensa e intensiva di un territorio. Quello toscano? Non solo, perché il nomadismo di fondo di questo gruppo di artisti lo ha portato a viaggiare su e giù per la penisola raccogliendo le storie della gente, le piccole biografie, per ricreare poi un arazzo drammaturgico e performativo costantemente al confronto con spettatori eterogenei.
Abbiamo raggiunto al telefono Luca Zacchini per porre qualche domanda sulla genesi di questo nuovo progetto e una visione generale sull’evoluzione della compagnia.

Come è nato questo nuovo lavoro e la collaborazione con il drammaturgo Armando Pirozzi?

Abbiamo chiesto ad Armando Pirozzi, amico e persona di cui stimiamo il lavoro, di partecipare a una nuova creazione, considerando il suo un ruolo ancora da definire. Noi siamo tre autori/attori e Giulia Zacchini ricopre sempre di più il ruolo di dramaturg, dunque abbiamo sentito l’esigenza di trovare ruoli più specifici. Volevamo raccontare una storia, come sempre, e volevamo provare ad avere dei veri e propri personaggi, dei “figuri”, e di averne uno ciascuno, come non era ancora veramente successo nel nostro percorso.
Ci sarebbe piaciuto mettere in scena un gruppo di amici che sono tali all’inizio dello spettacolo, per poi trovarsi in una crisi dei rapporti. Con Armando cercavamo appunto un pretesto che creasse l’innesco di quella crisi. Era stato fissato un titolo, Più carati, appunto, per varie vicissitudini e per una serie di storie intorno all’atto di regalare un anello a una futura moglie. Quello ci sembrava già un buon innesco. Poi è improvvisamente diventata una storia vera. È successo che, entrando per prendere un caffè in un bar di lusso del centro di Firenze, Francesca vedesse per terra una busta con due banconote da 50 euro. Se li è infilati in tasca ed è uscita, per raggiungere noi altri alla riunione. In questa busta, oltre ai soldi, c’era un anello con smeraldo e diamanti. Non che fossimo ferrati sull’argomento pietre preziose. Abbiamo poi trascorso una settimana devastante, con questo anello in casa e l’assoluta certezza che l’avremmo tenuto per sempre, che l’avremmo rivenduto, smontato e le varie possibilità che verranno esplorate anche nel testo dello spettacolo. Questo evento è arrivato nel bel mezzo della gestazione della scrittura: una volta che siamo riusciti a liberarci dei soldi e dell’anello, abbiamo potuto cominciare a fare quello in cui siamo più bravi, chiacchierarci intorno. Siamo allora tornati da Armando con un vero e proprio soggetto e da lì è iniziata la stesura.
Questi tre personaggi sono dunque in parte delle proiezioni, è il mostro che viene fuori da ognuno di noi e in parte mettono insieme le varie testimonianze raccolte per strada andando a raccontare agli altri la nostra storia.

Quindi, anche in questo caso, nel processo rimane il contatto con altre persone per individuare delle reazioni istintive, per ritrovare una verità del gesto e del percorso dei personaggi della storia.

Sì, anche se è stato però un processo molto più casuale. Poi a un certo punto ci siamo resi conto che la storia funzionava tantissimo – appena la raccontavi la gente pendeva dalle tue labbra – e c’era quest’altra parte, quella di dire la propria, avendo così dei personaggi ancora più contraddittori e altri spunti utili per la stesura del testo. Volevamo lavorare sulla tematica dei soldi, ci interessava affrontare cosa è giusto e cosa è sbagliato fare, capire che cosa potesse innescare il delirio e la fine del quieto vivere. E l’abbiamo trovato per terra.
Abbiamo messo nelle mani di Armando la nostra storia vera, il nostro soggetto dettagliato, e lui è riuscito a condensare tutte le nostre idee, paure, sensazioni, azioni, reazioni già provate nella realtà, elevandole a drammaturgia, dentro una struttura solida che rispondeva alle nostre esigenze. Per arrivare a dire quello che volevamo dire. Giulia nel frattempo c’era, è sempre stata dentro e fuori dalla storia, conosce ognuno di noi, sa cosa possiamo e non possiamo dire. Per questo ha curato la stesura del testo.

Guardando al vostro percorso degli ultimi anni, avete notato qualche tipo di evoluzione? E in che cosa?

C’è stata un’evoluzione, più o meno consapevole. Ci siamo di certo accorti che il processo avviato con Memorie del tempo presente, con tutto quel che riguarda le indagini sul territorio, è stato un cantiere attoriale vero e proprio, che ci ha fatto anche cambiare un po’ i gusti. Partivamo da caratteristiche nostre, nei primi spettacoli, che sono state messe al servizio delle persone incontrate per strada e di quello che saremmo potuti diventare noi in scena. Da quel punto di vista la ricerca continua e voleva continuare scrivendo una storia e a non abbandonare però mai il personaggio.

Foto gli omini
Foto gli omini

In effetti, vedendo Ci scusiamo per il disagio, ci siamo accorti che la qualità attoriale è davvero esplosa. Credo che, per chi vi guarda da altri territori regionali, il primo accesso al vostro teatro avviene dalla porta principale di una comicità e di una relazione con lo spettatore tipicamente toscane. La qualità oggettiva è salita, immagino, penso in particolare da La famiglia Campione in poi, quando avete cominciato a confrontarvi con materiali e drammaturgie più complesse, più strutturate. Prossemica, relazioni, presenza scenica e parola – con un proprio ritmo – hanno acquistato una grande importanza.

Tappa, che portiamo avanti ormai da 8 anni costruendo spettacoli in una settimana avendo imparato a memoria tutto mezz’ora prima di salire sul palco, credo che sia una palestra fortissima dal punto di vista attoriale. In quel senso ci sentiamo cresciuti. L’altro cambiamento è l’approccio iniziale: avevamo uno sguardo cinico e staccato, dovevamo sapere che cosa voler dire, volevamo lasciare un nostro segno, poi abbiamo aumentato molto l’ascolto e così il rispetto umano ha prevalso sul cinismo e l’ironia.

È molto sottile, infatti, il vostro uso dell’ironia. Da un lato è un collante per i materiali, soprattutto per un gruppo composto da presenze attoriali complementari ma anche molto eterogenee, dall’altro nel vostro lavoro diventa un’ulteriore arma, un grimaldello per distanziarvi dalla materia trattata.
Una domanda riguardo la vostra situazione produttiva.

Più carati è una coproduzione con l’Associazione Teatrale Pistoiese, che ci sostiene da quasi tre anni, che si è incuriosita al nostro caso e dunque si è resa disponibile a sostenerci. Non abbiamo uno spazio nostro, non lo abbiamo mai avuto, motivo per cui abbiamo iniziato andando in giro. Ora abbiamo una sala prove a Pistoia a disposizione per la creazione dello spettacolo. E poi comunque continua la collaborazione con Armunia, che sostiene anche Più Carati, e anche Perugia con Corsia OF.

Questo nomadismo caratterizza, come la vostra, molte altre compagnie. Pensate al vostro lavoro come molto centrato su un territorio o invece avete trovato il modo di importare in un proprio linguaggio modi diversi di vedere, capire e amare il teatro?

Ci piace la nostra lingua e continueremo a fare spettacoli appoggiandoci al nostro dialetto, alla nostra cadenza. Lo sguardo è sempre aperto, speriamo che sia così. Anche da quel punto di vista portare gli spettacoli in altri luoghi o settimane di indagine in Alto Adige o in Molise ti mette di fronte a un confronto anche semplicemente linguistico, che impone una mimesi istantanea, un salto mortale di per sé portatore di un’elasticità e di dunque di un arricchimento.

Sergio Lo Gatto

PIÙ CARATI
uno spettacolo de Gli Omini
ideato e scritto da
Francesco Rotelli, Francesca Sarteanesi, Luca Zacchini, Giulia Zacchini e Armando Pirozzi
con Francesco Rotelli, Francesca Sarteanesi, Luca Zacchini

produzione Gli Omini/Associazione Teatrale Pistoiese
con il sostegno di Regione Toscana, Armunia e Corsia OF – Centro di Creazione Contemporanea

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Sergio Lo Gatto è giornalista, critico teatrale, ricercatore e traduttore. È dottore di ricerca in Spettacolo (Sapienza. Università di Roma), con una ricerca su critica teatrale e filosofie digitali e cultore della materia L/ART-05. Si occupa di arti performative su Teatro e Critica. Ha fatto parte della redazione del mensile Quaderni del Teatro di Roma, ha scritto per Il Fatto Quotidiano e Pubblico Giornale, ha collaborato con Hystrio (IT), Critical Stages (Internazionale), Tanz (DE), collabora con il settimanale Left, con Plays International & Europe (UK) e Exeunt Magazine (UK). Ha collaborato nelle attività culturali e di formazione del Teatro di Roma, partecipato a diversi progetti europei di networking e mobilità sulla critica delle arti performative, è co-fondatore del progetto transnazionale di scrittura collettiva WritingShop. Ha partecipato al progetto triennale Conflict Zones promosso dall'Union des Théâtres de l'Europe, dove cura la rivista online Conflict Zones Reviews. Tra le pubblicazioni, con Matteo Antonaci ha curato il volume Iperscene 3, Editoria&Spettacolo 2017. con Graziano Graziani La scena contemporanea a Roma (Provincia di Roma, 2013).

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