Teatrosofia #37.Come se fosse vero. Asclepiade di Mirlea sulla commedia e il mimo

Teatrosofia esplora il modo in cui i filosofi antichi guardavano al teatro. Sesto Empirico e il grammatico e filosofo Asclepiade di Mirlea sul vero, il falso e i fatti somiglianti al vero

In Teatrosofia, rubrica curata da Enrico Piergiacomi – dottore di ricerca in studi umanistici all’Università degli Studi di Trento – ci avventuriamo alla scoperta dei collegamenti tra filosofia antica e teatro. Ogni uscita presenta un tema specifico, attraversato da un ragionamento che collega la storia del pensiero al teatro moderno e contemporaneo.

Menandro. Particolare dell'affresco della casa di Menandro, Pompei
Menandro. Particolare dell’affresco della casa di Menandro, Pompei

Se oggi aprissimo un qualunque buon dizionario e leggessimo che una definizione possibile della parola “grammatica” è «l’insieme e la descrizione sistematica delle regole riguardanti gli elementi costitutivi di una lingua, e cioè suoni, forme, parole, sintagmi» (cfr. Lo Zingarelli 2012), noteremmo subito quanto la nostra concezione sia distante da quella prospettata dai grammatici antichi. Stando al libro I del Contro i matematici di Sesto Empirico, infatti, costoro attribuivano alla loro arte una ben più ampia portata conoscitiva. I grammatici antichi non pensavano che la grammatica si occupasse solo degli «elementi costitutivi di una lingua», ma fosse un modo per distinguere nei racconti mitici i fatti storici dalle mere invenzioni, o anche per insegnare come si deve leggere un testo poetico o letterario in pubblico. Entro quest’ultima competenza, poteva forse essere annoverata la conoscenza che la pronuncia di certi nomi destino per natura alcune specifiche emozioni: la lettura di alcune parole procura in chi ascolta dolore, piacere, di altre stupore o meraviglia. Sesto Empirico più spesso non nomina i grammatici che leggeva e aveva in mente. Una delle lampanti eccezioni è costituita da Asclepiade di Mirlea, citato dallo scettico per ben tre volte nel suo trattato. Egli doveva essere una personalità intellettualmente vigorosa, oltre che illustre, visto che tra le sue dichiarazioni preservate da Sesto si annovera quella che la grammatica è un’arte più forte e meno subordinata alla fortuna o all’arbitrio di altre, ovvero più simile alla musica e alla filosofia, che non alla navigazione o alla medicina.
In questa sede, la dottrina di Asclepiade consegnataci da Sesto che ci interessa è tuttavia la seguente. Il grammatico distingueva l’arte della grammatica in tre parti: tecnica, storica e puramente grammaticale. La parte “storica” era poi a sua volta divisa in tre sezioni: 1) studio dei fatti realmente accaduti (= sezione “vera”), 2) studio dei fatti falsi e delle finzioni (= sezione “falsa”), 3) studio dei fatti somiglianti al vero (= sezione del “come-se-fosse-vero”). Ora, Asclepiade adduceva come esempio della terza le vicende esibite dai poeti comici e dai mimi, ma per il resto Sesto si trincera nel mutismo. Infatti, mentre lo scettico aggiunge pure che il grammatico aveva tripartito ulteriormente la sezione “vera” (studio dei personaggi storici – studio dei tempi e dei luoghi storici – studio delle azioni storiche) e diceva che la sezione “falsa” era essenzialmente l’analisi della genealogia degli dèi, egli tace del tutto se e come Asclepiade spiegasse meglio il “come-se-fosse-vero”. Si deve allora rinunciare ad approfondire ulteriormente? In realtà, pochi paragrafi oltre, Sesto ricorda una simile tripartizione storica della grammatica fatta da alcuni grammatici anonimi richiamandosi ad esempi più chiari e precisi. Lo scettico riporta che costoro dicevano che la sezione “vera” includesse il racconto delle gesta di Alessandro, la “falsa” annoverasse la genesi di Pegaso dalla decapitazione della Gorgone, infine la sezione “come-se-fosse-vera” descriveva quei «fatti non accaduti ma narrati a somiglianza di quelli accaduti», in altre parole vicende che non andarono affatto così, ma che i poeti comici e i mimi rappresentarono attingendo all’esperienza reale.
Se volessimo riprendere un esempio tratto dal Misantropo di Menandro, potremmo supporre che uno di questi grammatici asserirebbe che il drammaturgo faccia al tempo stesso storia e poesia. Egli scrive storia, perché tratteggia la misantropia che mandò in disgrazia gli Ateniesi di IV-III secolo a.C., al contempo fa poesia quando si inventa il personaggio di Cnemone, che di certo non è esistito, non è caduto in un pozzo e non ha pronunciato i versi della commedia che lo vede protagonista. Non possiamo essere sicuri che questa testimonianza sui grammatici anonimi ci aiuti a capire la posizione di Asclepiade. In fondo, la tripartizione degli uni differisce da quella dell’altro per un dettaglio. Se Asclepiade poneva la “finzione” sullo stesso piano del mito, dunque la riportava alla sezione 2 (la “falsa”), e affermava che i comici e i mimi non scrivono né finzioni né miti, i grammatici anonimi distinguevano invece la finzione dal mito e sostenevano che i comici e i miti scrivessero “finzioni” simili al vero. Il dettaglio è certo minimo, ma essenziale. Alla luce di tale sfumatura, si nota dopo tutto che i grammatici anonimi sembravano dire che i comici e i mimi mescolano cose in parte false e in parte vere, ovvero in parte non-storiche e in parte storiche, mentre Asclepiade forse asseriva che i comici e i mimi raccontano cose né false né vere, ma cose prossime al vero. Non sapremo mai che cosa questo significasse, ma si può colmare il vuoto con l’immaginazione. Può darsi che Asclepiade abbia potuto pensare che il Misantropo racconti un fatto storico e vero, ma trasfigurato dalla poesia. Egli dunque non fa storia, ma nello stesso tempo nemmeno tradisce in alcun modo la storia, perché la ri-racconta in una forma forse meno riconoscibile, però non meno fedele al fatto a cui si è ispirata. Se ricolleghiamo rapidamente questo discorso all’attore, possiamo aggiungere che Asclepiade avrebbe detto che questi è suo malgrado anche un po’ storico: uno storico che racconta il passato con il medium presente della poesia viva.

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E allo stesso modo la grammatica, oltre ad operare una distinzione tra il contenuto dei miti e dei fatti storici, si vanta, altresì, di possedere un concreto dominio sui dialetti, sull’arte del linguaggio e sulla lettura in pubblico, provocando un grande desiderio di sé negli ascoltatori (Sesto Empirico, Contro i matematici, libro I, § 43; traduzione leggermente modificata)

Infatti costoro [i grammatici] dicono che alcuni nomi sono tali e altri talaltri, o perché quelli che per primi pronunciarono i nomi riprodussero naturalmente i suoni di questi – ad esempio, il pianto a causa del dolore oppure il plauso a causa del piacere e della meraviglia –, oppure perché anche ai nostri tempi ciascuno di questi nomi provocava in noi “per natura” una certa emozione per il fatto che, ad esempio, esso è maschile anche se noi non lo consideriamo maschile, e altresì si presenta da sé come femminile anche se noi non lo vogliamo (Sesto Empirico, Contro i matematici, libro I, § 143)

Asclepiade biasima Dionisio Trace per il fatto che questi definisce la grammatica come «esperienza», e fa questo per lo stesso motivo di cui parlava anche Tolomeo, ma lo accusa anche per il fatto che Dionisio la definisce come «esperienza per la massima parte». Questa, infatti, è una caratteristica delle arti fondate su congetture e subordinate alla fortuna, quali sono la navigazione e la medicina: la grammatica, invece, non si fonda su congetture, ma è qualcosa di simile alla musica e alla filosofia. «A meno che Dionisio» egli aggiunge «avendo timore della brevità della vita e considerandola non idonea a comprendere ogni cosa – una tal comprensione, del resto, sarebbe impossibile -, non ci voglia dare la definizione del grammatico e non già quella della grammatica, dal momento che il grammatico forse solo per fortuna è conoscitore della massima parte delle espressioni dei poeti e degli scrittori, essendo egli un animale di breve vita, mentre al contrario la grammatica è conoscenza di tutte quante le espressioni» (Sesto Empirico, Contro i matematici, libro I, §§ 72-73)

Asclepiade, poi, nel suo trattato Sulla grammatica, dopo aver asserito che tre sono le parti fondamentali della grammatica… [cioè] la parte tecnica, quella storica e quella grammaticale, la quale ultima è in contatto con le altre due, vale a dire con quella tecnica e con quella storica, divide la parte storica ancora in tre parti. Infatti egli dice che la storia può essere o vera o falsa o “come-se-fosse-vera”: vera è quella che ha per oggetto i fatti realmente accaduti, falsa è quella che ha per oggetto finzioni e miti, “come-se-fosse-vera” è quella che si riscontra nelle commedie e nei mimi. La parte vera si suddivide ancora in tre parti: l’una concerne i personaggi degli dèi, degli eroi e degli uomini illustri, la seconda riguarda i luoghi e i tempi, la terza le azioni. Della parte falsa, ossia di quella concernente i miti, esiste secondo Asclepiade una sola specie, quella genealogica (Sesto Empirico, Contro i matematici, libro I, §§ 252-253; traduzione leggermente modificata)

Bisogna, inoltre, tener presente che gli argomenti della parte storica sono o la storia vera e propria o i miti o finzioni, e di queste tre cose la storia è l’esposizione di fatti realmente accaduti, come ad esempio il fatto che Alessandro morì a Babilonia insidiosamente avvelenato, e la finzione è l’esposizione di fatti non accaduti ma narrati a somiglianza di quelli accaduti, come si riscontra nelle creazioni comiche e nei mimi, il mito, infine, è l’esposizione di fatti mai accaduti e falsi, come quando si va raccontando che la stirpe delle falangiti e quella dei serpenti germogliarono dal sangue dei Titani e che Pegaso balzò fuori dal capo della Gorgone nel momento in cui questa venne decapitata, e che i compagni di Diomede furono trasformati in uccelli e Odisseo in cavallo ed Ecuba in cagna (Sesto Empirico, Contro i matematici, libro I, §§ 263-264)

[I passi di Sesto Empirico sono citati da Antonio Russo (a cura di), Sesto Empirico. Contro i matematici: libri I-VI, Bari, Laterza, 1972. Non esiste ancora una raccolta moderna completa dei frammenti e delle testimonianze di Asclepiade di Mirlea. Il raggruppamento più recente e limitato ai testi di commento ai poemi di Omero è quella di Lara Pagani (a cura di), I frammenti degli scritti omerici, Roma, Edizioni di storia e letteratura, 2007. Per approfondire il discorso su Asclepiade, si consiglia la lettura di Gioia Maria Rispoli, Lo spazio del verisimile: il racconto, la storia e il mito, Napoli, D’Auria, 1988] Gli articoli di Teatro e Critica, che sono frutto di un lavoro quotidiano di ricerca, scrittura e discussione approfondita, sono gratuiti da 8 anni.
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