Dieci anni di Biancofango: allenarsi a rimanere in piedi

La compagnia Biancofango festeggia i dieci anni di attività portando in scena il suo primo lavoro In punta di piedi al Teatro dell’Orologio di Roma. Intervista a Francesca Macrì

 

Francesca Macrì e Andrea Trapani

Un’evoluzione artistica lunga un decennio. Dove e chi eravate dieci anni fa, e dove e chi siete ora?

Dieci anni fa eravamo sparsi per l’Italia, e venivamo da formazioni molto diverse; Andrea Trapani aveva finito l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica ed era entrato come attore nelle tournée di giro. Io una ragazza giovane che pensava di non poter vivere senza il teatro. Ci siamo incontrati e abbiamo passato un paio di anni a parlare di ciò che avremmo potuto fare, fino a che ci siam detti: proviamoci, e se In punta di piedi riesce a diventare uno spettacolo, e ci piace, fondiamo una compagnia. Abbiamo lavorato per un anno, ci è piaciuto. Oggi stiamo capendo di nuovo chi siamo. Questo mestiere è fatto di momenti di grande energia e anche di momenti di grande silenzi, in cui devi riposizionarti. Abbiamo attraversato molto il teatro indipendente, siamo arrivati a lavorare con i teatri ufficiali, ed ora?

Quali sono le domande che vi state facendo dopo questi dieci anni assieme?

Le domande sulle modalità di lavoro credo che siamo riusciti a farcele bene. Quelle che ci facciamo adesso sono di natura diversa, ad esempio come l’arte possa incontrare il lavoro, come, nonostante siamo inesorabilmente entrati nell’età dei padri, possiamo continuare a pensare l’arte e non a farne un commercio. Cioè come continuare a non scendere a compromessi, capire come non cadere — come direbbe il maestro Manfredini — nella buca del testo, noi diciamo nella buca dell’arte.

foto Manuela Giusto
foto Manuela Giusto

A proposito di testo, vi siete incontrati sul terreno della drammaturgia, arrivando Andrea dal mondo dell’attorialità e tu da quello della regia. Lì avete costruito un vostro linguaggio molto specifico. Qual è il valore che avete dato alla parola e all’azione, e quale l’equilibrio che le regola?

Non c’è un equilibrio. Pensiamo che tra parola e azione ci sia un combattimento, in cui ogni volta non sai chi vincerà. Per noi il corpo è fondamentale, però è fondamentale anche la parola perché questa non può che nascere dal corpo. La nostra è quindi una terza via tra la scrittura di scena e quella a tavolino; lavoriamo tanto sulla scena poi ci stacchiamo, torniamo a casa, ragioniamo, proviamo a scrivere, torniamo in sala…

Andata e ritorno; lo avete fatto spesso anche dall’Italia, cosa avete trovato all’estero?

Tanta libertà e tanta energia. Io, personalmente, sono profondamente indignata con questo paese; devo essere onesta però nel dire che quando sono stata diversi mesi in Francia, non ho trovato una realtà così più ricca di quella italiana, a livello strettamente artistico. In questo momento così complesso il teatro italiano sta resistendo anche a livello indipendente in una maniera straordinaria e mi commuove; in questi dieci anni di deserto culturale e di caduta libera di questo paese io ho visto delle cose bellissime e non posso far finta di non averle viste. Fuori si trova sicuramente un mondo politicamente e culturalmente più valido, ma artisticamente non è detto.

foto Marco Davolio
foto Marco Davolio

A In punta di piedi, del 2006, si aggiunge nel 2007 La Spallata e nel 2009 Fragile Show, andando a comporre la Trilogia dell’Inettitudine, Quali sono stati i passaggi fondamentali di questi vostri dieci anni?

Per molti anni abbiamo pensato che l’unico teatro possibile fosse il teatro d’attore, che l’unica regia possibile fosse quella attoriale, anche questo è stato un punto di svolta: ora penso e ammetto che ci siano anche altre cose. Portare a termine una trilogia era il nostro sogno, poi Porco mondo è stato un momento di passaggio molto forte, il desiderio di fare qualcosa di più grande in spazi più grandi, esploso in Romeo e Giulietta; lì il passaggio è stato l’incontro con il testo classico e l’incontro con la pedagogia, che è stato decisivo. Ci abbiamo messo molti anni a costruire un metodo di lavoro, che è passibile di cambiamenti continui, ma lavorarlo con i giovani è importante. Importante perché noi abbiamo delle responsabilità verso le nuove generazioni, noi siamo senza padri però non dobbiamo essere noi i “non padri”; poche persone ci hanno aiutato, ma sono stati dei giganti. Spero che la nostra generazione sia in grado di sopperire alle mancanze, non di farle diventare un difetto che si ripete nel tempo.

Che vuol dire riportare in scena In punta di piedi dopo dieci anni dalla prima volta?

Significa tanto, al di là dell’emozione è proprio un dialogo con gli anni che passano. Da un lato lo vorremmo mummificare per affezione filiale; diciamo sempre che “chi non apprezza In punta di piedi non è nostro amico”. Perché il primo lavoro è un po’ come il primo amore, ti appartiene in un modo prepotente, c’è dentro tutta l’anima nostra, un mondo di differenze anche maschili e femminili. Dall’altro lato ti è chiaro che se lo rifacessi adesso non lo rifaresti mai così, con una chiarezza di una potenza assurda.

foto Manuela Giusto
foto Manuela Giusto

Come definiresti questi dieci anni?

Durissimi. Anni pieni di bellezza, ma straordinariamente duri. Spero che i prossimi dieci non siano così duri perché non so se ce la farei.

Com’ è il vostro rapporto con la crisi?

Sistematico. Andrea è molto più bravo di me a reggerla, lui è molto capace di stare in piedi, si allena a stare in piedi, è proprio un allenamento artistico, non lo smuovi da dove sta mentre io spesso sono in balia del vento; lui ha questa capacità intellettiva di stare dentro l’arte senza farsi toccare troppo dall’esterno, ha le gambe forti, si fa duemila domande ma lavora sempre. Ci crede fino all’ultimo, e questa è una grande risorsa; io quando ho il vento favorevole sono una trascinatrice. Penso che stare sulla scena sia un allenamento di vita, e anche fare i monologhi, quando sei un artista: perché ci sono gli attori, e ci sono gli artisti, e io penso profondamente che lui sia un artista. Come lo penso anche di Aida Talliente, che ha lavorato con noi in Porco Mondo e ci sarà anche nel nostro nuovo lavoro.

Ci puoi dire qualcosa del prossimo lavoro?

Posso dirti il titolo. È Io non ho mani che mi accarezzino il viso. È ispirato a una sequenza di fotografie di Mario Giacomelli, lui le dedica ai preti che giocano da soli, il nostro spettacolo non c’entra niente con questo ma c’entra con la fragilità, è un percorso individuale sulla fragilità.

Perché la fragilità è così importante?

In fondo noi lavoriamo sempre sull’uomo perché il teatro è una riflessione sull’uomo; se smette di esserlo a me non interessa più, vado a fare un altro mestiere. E l’uomo è la quintessenza della fragilità.

Qual è il messaggio che ora diresti alla Francesca di dieci anni fa, a Biancofango che stava nascendo?

Che non basta volerlo, per andare avanti non devi crederci e basta, devi crederci disperatamente; secondo me per fare questo lavoro ci vuole la disperazione, purtroppo. Io sogno che ci sia un altro modo per fare questo mestiere, ma per ora devi volerlo come nient’altro nella tua vita perché altrimenti non c’è spazio, non c’è possibilità.

Luca Lòtano

Teatro dell’Orologio, Roma – marzo 2016

IN PUNTA DI PIEDI
di Biancofango
con Andrea Trapani
scritto e diretto da Francesca Macrì e Andrea Trapani
disegno luci Mirco Maria Coletti
produzione Biancofango

TRILOGIA DELL’INETTITUDINE (IN PUNTA DI PIEDI, LA SPALLATA, FRAGILE SHOW)
testi di Francesca Macrì e Andrea Trapani
prefazione di Attilio Scarpellini
casa editrice Titivillus
anno 2011
pagine 96
prezzo EURO 10
ISBN 978-88-7218-325-0
acquista online

Gli articoli di Teatro e Critica, che sono frutto di un lavoro quotidiano di ricerca, scrittura e discussione approfondita, sono gratuiti da 8 anni.
Se ti piace ciò che leggi e lo trovi utile, che ne dici di sostenerci con un piccolo contributo?

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here