Aurélien Bory per Stéphanie Fuster. Danza elevata a potenza

Aurélien Bory torna a Romaeuropa Festival con un ritratto della danzatrice di flamenco Stéphanie Fuster. Recensione

 

foto di Aglae Bory
foto di Aglae Bory

Ritrarre una personalità per mezzo del corpo è ciò che fa ogni artista che lavori attraverso la propria presenza. Si insinua tra le pieghe di una gestualità, si fa spazio tra le contraddizioni della simmetria, scioglie i vincoli dello scheletro umano nell’opportunità di uno slancio creativo, generando una creatura altra. In questi anni Aurélien Bory sta provando a invertire questo processo, mirando a ritrarre un corpo attraverso la personalità che lo abita.
Sempre nella cornice di Romaeuropa Festival, nel 2014 lo avevamo visto dare forma al vissuto della performer giapponese Kaori Ito all’interno di una complessa e affascinante macchina scenica che le limitava i movimenti: Plexus era un dispositivo di interazione cibernetica tra elemento materico, agente luminoso e corpo nel quale affiorava poco alla volta l’evidenza dell’elemento umano. Torna quest’anno per il trentennale del festival romano con Quesquetudeviens?, un «pezzo per» Stéphanie Fuster, interprete per Israel Galván e bailaora de flamenco francese di nascita, andalusa di adozione.

foto di Aglae Bory
foto di Aglae Bory

Lo spazio del Teatro Vascello è scomposto in tre chiari elementi: una pedana nera centrale, il cui perimetro si illumina brevemente di una fila di lumicini arancioni; un cubo luminoso sulla sinistra, simile a una capsula aliena abbandonata da chissà quanto tempo; un container con una parete a specchio, una sorta di camerino stilizzato. Tre ambienti attraversati da Fuster e – quasi ritratti dentro una dimensione spaziotemporale lievemente asincrona – dal cantante Alberto Garcia e dal chitarrista José Sanchez, autore anche delle musiche originali.
Da fuori scena ci accolgono note pizzicate come gocce in uno stagno lontano, nel buio della sala spicca il rosso vivo del vestito tradizionale della danzatrice, impegnata in movimenti frammentati, in piccoli gemiti che sembrano ricercare in un corpo lasciato in disuso i semi di un’espressività tipica, antica, evocativa. Ma la danza è legnosa, dinoccolata, come impedita dai confini di quell’abito che pare non vestire davvero. E che infatti non è che un’imbracatura rigida, con la quale – non senza suscitare un sorriso – Stéphanie Fuster gioca alla stregua di un mimo con i propri attrezzi, creando illusioni ottiche ed effetti di straniamento, fino a liberarsene per entrare, in abiti sportivi, nel suo camerino.

foto di Mario Del Curto
foto di Mario Del Curto

Ai piedi veste le calzature tipiche, battenti ritmi sorprendenti sul pavimento microfonato, mentre prova allo specchio i passi e gli attacchi con musica e liriche. Appare e scompare da dietro l’angolo, gioca a comporre ombre diafane sull’angolo della parete, prima che il vetro che ci separa da lei si appanni di fiato e canto fino a cancellare la vista. Il resto è una danza liberatoria e muscolare, violenta e percussiva, eppure vestita con la leggiadria di un corpo che svetta sempre verso l’alto, facendo fiorire i palmi delle mani in schiocchi sonori e – ora che la pedana viene lentamente inondata d’acqua – lottando contro la gravità liquida che la vuole imprigionare.
Ciò che di Aurélien Bory colpisce al cuore è la capacità di ripulire l’azione da ogni arabesco di maniera senza tuttavia perdere un ordine calligrafico in grado di disegnare con luci e spigoli di scenografia angoli minuscoli di carne che si colorano di senso a seconda dell’orientamento dei riflettori. La nudità del performer si veste, strato dopo strato, di tutti i connotati dell’arte che utilizza, il canto prorompente di Garcia avvolge ogni nota e sembra centrare a ogni vibrato lo stomaco sofferente della danzatrice, catturata in un limbo di partiture muscolari che non fa che scriversi e cancellarsi.

foto di Aglae Bory
foto di Aglae Bory

La locuzione Quesque tu deviens? ha un doppio significato, difficilmente traducibile: che cosa diventi? Ma anche un come stai? rivolto a qualcuno che si sia perso di vista per un po’. La risposta è in una visione frontale che però si ricompone di continuo: la luce muta la tessitura dei colori strappando in due la nitidezza dei dettagli, riunendo insieme il suono dei tacchi, i colpi d’unghia sulle sei corde e il fraseggio disperato del canto in un unico punto di fuga, insieme incubo e sogno surrealista. Grazie a una maestria dell’orchestrazione che proviene da una intelligente interdisciplinarietà, questo linguaggio coreografico si innesta su una materia già perfettamente danzata senza sporcarla ma mettendone in evidenza l’anima profonda. E così parla a tutti gli spettatori.

Sergio Lo Gatto

Visto al Teatro Vascello, Roma, Novembre 2015

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QUESQUETUDEVIENS?
a piece by Aurélien Bory for Stéphanie Fuster
Ideazione, Scenografia, Regia Aurélien Bory Coreografia Stéphanie Fuster
Musiche originali José Sanchez Luci Arno Veyrat Con Stéphanie Fuster (danzatrice), José Sanchez (chitarra), Alberto Garcia (voce)
Assistente alla regia Sylvie Marcucci, Hugues Cohen Set Pierre Dequivre, Arnaud Lucas Suono Stéphane Ley Costumi Sylvie Marcucci
Direzione tecnica Arno Veyrat Direzione di produzione Florence Meurisse Sviluppo internazionale Barbara Suthoff Ufficio stampa Dorothée Duplan (Plan Bey)
Foto © Aglaé Bory
Prodotto da Compagnie 111 – Aurélien Bory Coprodotto e in residenza presso Festival ¡Mira! / TnBA (Bordeaux), Théâtre Vidy (Lausanne) Con il sostegno di Théâtre Garonne scène européenne (Toulouse), Scène nationale de Cavaillon, La Fabrica Flamenca (Toulouse), La Grainerie Fabrique des arts du cirque et de l’itinérance (Balma) Compagnie 111 – Aurélien Bory è sostenuta da Ministère de la Culture et de la Communication – Direction Régionale Midi-Pyrénées, Région Midi-Pyrénées, Ville de Toulouse, Conseil Général de la Haute-Garonne Aurélien Bory è artista associato di Le Grand T – Théâtre de Loire Atlantique / Nantes Aurélien Bory è artista invitato di TNT – Théâtre National de Toulouse Midi-Pyrénées Aurélien Bory è artista supportato da Le Théâtre de l’Archipel scène nationale de Perpignan

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Sergio Lo Gatto è giornalista, critico teatrale, ricercatore e traduttore. È dottore di ricerca in Spettacolo (Sapienza. Università di Roma), con una ricerca su critica teatrale e filosofie digitali e cultore della materia L/ART-05. Si occupa di arti performative su Teatro e Critica. Ha fatto parte della redazione del mensile Quaderni del Teatro di Roma, ha scritto per Il Fatto Quotidiano e Pubblico Giornale, ha collaborato con Hystrio (IT), Critical Stages (Internazionale), Tanz (DE), collabora con il settimanale Left, con Plays International & Europe (UK) e Exeunt Magazine (UK). Ha collaborato nelle attività culturali e di formazione del Teatro di Roma, partecipato a diversi progetti europei di networking e mobilità sulla critica delle arti performative, è co-fondatore del progetto transnazionale di scrittura collettiva WritingShop. Ha partecipato al progetto triennale Conflict Zones promosso dall'Union des Théâtres de l'Europe, dove cura la rivista online Conflict Zones Reviews. Tra le pubblicazioni, con Matteo Antonaci ha curato il volume Iperscene 3, Editoria&Spettacolo 2017. con Graziano Graziani La scena contemporanea a Roma (Provincia di Roma, 2013).

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