Il Teatro delle Albe, da due a duemila. Una birra con Marco Martinelli ed Ermanna Montanari

La camera da ricevere del Teatro delle Albe ha aperto la rassegna A Roma! A Roma! al Teatro Due. Abbiamo incontrato Marco Martinelli ed Ermanna Montanari.

 

Montanari/Martinelli
Montanari/Martinelli

In quella che sembra essere la settimana del diluvio universale a Roma, si innesta una vitale rassegna diretta dalla collega Francesca De Sanctis, firma de L’Unità dal 2001 e già animatrice della rassegna di teatro civile Cassino OFF, nata nel 2012 nel comune laziale. Al Teatro Due fino alla fine di marzo è di scena A Roma! A Roma!, con dodici compagnie più o meno affermate, incaricate, si legge, di «riportare nel contesto teatrale romano una brezza di novità offerta dalla versatilità di allestimenti e sperimentazioni» tra teatro civile, performance, narrazione e cunto.
L’apertura è stata affidata al Teatro delle Albe di Marco Martinelli ed Ermanna Montanari, semplicemente una delle realtà più importanti degli ultimi trent’anni di teatro italiano. Attorno a Primavera Eretica, volume presentato oggi alle 18 dagli artisti con Massimo Marino, Luca Sossella e Francesca De Sanctis, e alla proiezione del film Rosvita di Aqua Micanz Group, Montanari occupa il palco del Teatro Due per una settimana con La Camera da Ricevere, un «rosario» che sgrana le figure più significative create dalla compagnia ravennate.
Incontro Marco ed Ermanna nel bizzarro salotto di un bed&breakfast a due passi da Piazza di Spagna, per una chiacchierata tra le più piacevoli degli ultimi anni, talmente famigliare da renderne difficile la redazione in forma di botta e risposta.

Che cosa ha significato e significa “militanza teatrale”? Come è nata questa identità?

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foto di Enrico Fedrigoli

Ermanna Montanari: È un concetto scivoloso. Militante è un termine dal significato prismatico. Quando abbiamo cominciato, nel 1983, non abbiamo deciso, “siamo stati decisi” da questa necessità di andare su un patibolo, che richiedeva un sacrificio, appunto, militante. Politico e psichico. Anima e mondo li abbiamo sempre legati fino a fare di essi un’alchimia. Per me Marco è stato un maestro di politica inteso con le nostre “sette T” che aprono Primavera Eretica. Bisognava essere larghi, avere uno sguardo a tutto tondo sul mondo. Un mondo che per me prima era innanzitutto psichico, fatto solo di sostanza, di visione interiore, come se l’interiorità fosse la profondità, cosa che da Marco ho imparato essere sacrilega. Creando le Albe abbiamo organizzato un mondo, un’idea.

La camera da ricevere è un lavoro che inizialmente appare come una collezione di materiali, ma che in realtà mette in primo piano la forma, un contenitore vivo. Non è un caso che molte figure che avete creato hanno una radice misterica, una visione che diventa poi carne nel lavoro dell’attore. Come è nato questo lavoro?

EM: Per me La camera da ricevere è in realtà un rosario. Quando stava strutturando Dimore delle voci, Valentina Valentini venne da me a chiedermi una lezione sulla voce, mi chiese di venire a dire qualcosa di concreto, per raccontare questo pozzo vocale che viene avanti da trent’anni e che si è arricchito con lo spazio, la musica, il suono. Valentina ha toccato una spina viva, insistendo su qualcosa che era lì e che in dieci giorni ha creato questo progetto. È come un rosario, composto da preghiere misteriche. Io vengo da una famiglia sciamanica, da una nonna guaritrice e veggente, sono cresciuta così. Per me è stato importantissimo e si è riflesso da subito anche nella scelta di non essere sola ma di essere due, portare questo peso, questo amore. Quanto alla struttura che abbiamo, per noi è stato chiaro fin da subito il fatto che si dovesse essere innanzitutto in due, perché quel due può facilmente diventare quattro, dieci, duemila. È un esercito in senso militante, ma anche una comunità gioiosa, è una gioiosità, un saltello del cuore. Anche questo è teatro: come una valanga la mia visione investe quella di Marco e viceversa. E così da due siamo diventati trenta. Quei trenta sono “più noi di noi”, noi prendiamo tutti lo stesso stipendio, è una vera e propria comunità, conventuale, in cui artisti e tecnici hanno la stessa importanza.

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Foto di Enrico Fedrigoli

Quindi non esiste una struttura piramidale, una figura carismatica che investe le altre personalità. In questo caso quel carisma c’è, ma si scioglie su tutti i componenti. Henry David Thoreau diceva che «la felicità è reale solo quando è condivisa». E a questo pensavo ripercorrendo la vostra storia, la sua idea di inclusività. Ne La camera da ricevere racconti un luogo privato, una stanza in cui non entra nessuno, in cui si genera una sorta di memoria della tradizione.

EM: Riguardo al privato c’è una bella frase di Santa Caterina da Siena: «Solo il privato mi interessa. Perché del privato non si può fare storia». Anche questo è un concetto prismatico: è il privato, ma allo stesso tempo tu sei privato, quindi è qualcosa che ti priva. Raccontando il privato io divento un’alterità. Se questa alterità si scioglie in un incontro, allora nasce una terza entità a cui ciascuno dà il proprio nome.

Da una realtà così privata si va in cerca poi di luoghi che sono assolutamente fuori, addirittura fuori dall’intera realtà occidentale, luoghi in cui si finisce per trovare dinamiche simili. Penso all’esperienza della non-scuola in Africa.

Marco Martinelli: Come sai, con la scomparsa, nel giugno scorso, di Mandiaye N’Dyaye, la nostra esperienza africana attualmente resta come sospesa. Era lui il vero pilastro. Dopo aver lavorato tanti anni con noi era tornato in Senegal per costruire una sorta di casa del teatro nel suo villaggio, Diol Kadd. I ragazzi stavano andando via. Quel processo di emorragia demografica diffuso un po’ in tutta l’Africa, per cui dai villaggi ci si sposta nella città, Dakar in quel caso, e poi da lì si tenta di muoversi verso l’Europa, era stato interrotto dal suo carisma, che era riuscito a creare una vera e propria comunità, invertendo il flusso di energia. Questo villaggio si stava ripopolando, rimanevano lì con lui in qualità di “contadini attori”: di giorno il campo, di sera il teatro. Ancora oggi ci sono giorni in cui non riusciamo a renderci conto di questa oggettività, la più evidente di tutte: non riusciamo a metterci di fronte al fatto che non ci sia più. Lego il fatto del “due”, di cui parlavamo prima, a un altro ragionamento: la forma del cerchio e quella della spirale. È fondamentale creare il cerchio, a teatro come nella vita, ma rischia sempre la chiusura: ci mette in relazione ma rischia di non lasciar entrare né uscire. Allora il nostro pensiero di moltiplicazione fa invece sì che la spirale ci sembri una forma più aperta: creare un cerchio che, anziché chiudersi, comincia a girare sopra a un altro cerchio. I “trenta” sono già molto di più. Ci sono tutte le tribù e le comunità che in questi anni abbiamo provato a far sorgere, dai Corsari a Scampia indietro fino al Senegal, dove proprio con Mandiaye si cominciò venticinque anni fa. Lo scopo non è quello di creare un gruppo che svolge un mestiere, ma – nell’epoca dei non luoghi – creare un luogo, in cui le persone mescolano la vita e il lavoro, la passione e lo stare in questo mondo.

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Foto di Marco Caselli Nirmal

EM: Susan Sontag vide L’isola di Alcina e se ne innamorò talmente da farci da promoter a New York. Poi venne al Teatro Rasi a Ravenna e disse: «Qui c’è un mondo, se vuole ci può stare chiunque». E così tornò altre volte. Ed ecco la questione della spirale. Penso a Jarry, all’immagine della giduglia, la vorticosa spirale che rappresenta il ventre di Padre Ubu.

MM: Non c’è mai veramente un dentro o un fuori, la spirale mette in discussione entrambi i concetti.

E replica anche lo schema dei processi creativi. La caratteristica di queste vostre azioni è proprio quella di aprirsi a una fase che precede la presentazione di un lavoro finito. Come nell’Eresia della Felicità a Santarcangelo 2012.

MM: La non-scuola è stato un passo decisivo. Abbiamo capito che non si trattava di insegnare qualcosa ma di creare un circolo di scambio continuo in cui eravamo noi i primi ad assorbire.

Voi avete un luogo, a Ravenna. Una chiesa che è diventata un teatro. Uno spazio che, abitato, si fa luogo. Che poi si inserisce in un sistema teatrale, acquisendo un nome istituzionale. In che modo combinate la creazione artistica, l’offerta verso un territorio e la sua messa in rete su tutto il territorio locale e nazionale?

MM: Dobbiamo andare all’origine, perché non è cambiato. Nel 1990/91, a noi che eravamo un gruppo di trentenni che si era mosso in totale indipendenza, il Comune di Ravenna offrì la gestione del Teatro Rasi. Grande felicità, allora, trovandosi uno spazio come quello, della città e nella città. Ma abbiamo capito che poteva rivelarsi una trappola, un cavallo di Troia, un dono che rischiava di trasformarci in burocrati o meri esecutori. È lì che l’idea di “dentro” e “fuori” ha cominciato a entrare in fibrillazione reciproca. Abbiamo quattro mura, un tetto sulla testa, se questo luogo non diverrà un porto aperto a tutti i gruppi che vi passano attraverso e se tra dieci anni i gruppi che nasceranno non troveranno al Rasi una casa, allora sarà stato un fallimento. Questo è lo spazio di tutti. Ne abbiamo la responsabilità, ma va declinata verso una felicità comune. Il resto sono solo etichette istituzionali, la nostra “carta d’identità” dice che siamo Stabili di Innovazione, ma non dice nulla di quello che siamo veramente.

EM: Un’identità che deve essere continuamente messa in discussione.

MM: Una sfida con te stesso. In un’Italia che è piena di Stabili/carrozzoni. Come restare corsari, pasoliniani e furibondi nella gestione di un organo come questo? Avvertendo il peso e utilizzandolo non come il tuo fortino, ma con il senso di un servizio, di responsabilità, di inclusione, alimentando la concorrenza, per alimentare te stesso. Condividere è la cosa più difficile, perché l’essere umano ha la tendenza a occupare uno spazio. Ma può essere entusiasmante rovesciare questa logica di egoismo. Farlo non con la retorica, ma rendendo realmente effettive le azioni che pensiamo. Forse la vera rivoluzione è lì, è quella spirituale, come dice Aung San Suu Kyi: «Faccio ciò che dico».

Sergio Lo Gatto
Twitter @silencio1982

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LA CAMERA DA RICEVERE
di Ermanna Montanari
fonica: Fagio
bozzetti: Cesare Fabbri
organizzazione e promozione: Silvia Pagliano, Francesca Venturi
produzione: Teatro delle Albe / Ravenna Teatro

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Sergio Lo Gatto è giornalista, critico teatrale, ricercatore e dramaturg. Attualmente ricopre il ruolo di Responsabile delle Attività Culturali per Emilia Romagna Teatro Fondazione. È dottore di ricerca in Spettacolo, con una ricerca su critica teatrale e filosofie digitali e docente a contratto di Metodologie della Critica del Teatro e dello Spettacolo alla Sapienza Università di Roma. Si occupa di arti performative su Teatro e Critica. Ha fatto parte della redazione del mensile Quaderni del Teatro di Roma, ha scritto per Il Fatto Quotidiano e Pubblico Giornale, ha collaborato con Hystrio (IT), Critical Stages (Internazionale), Tanz (DE), collabora con il settimanale Left, con Plays International & Europe (UK) e Exeunt Magazine (UK). Ha collaborato nelle attività culturali e di formazione del Teatro di Roma, partecipato a diversi progetti europei di networking e mobilità sulla critica delle arti performative, è co-fondatore del progetto transnazionale di scrittura collettiva WritingShop. Ha partecipato al progetto triennale Conflict Zones promosso dall'Union des Théâtres de l'Europe, dove cura la rivista online Conflict Zones Reviews. Tra le pubblicazioni, con Matteo Antonaci ha curato il volume Iperscene 3, Editoria&Spettacolo 2017. con Graziano Graziani La scena contemporanea a Roma (Provincia di Roma, 2013).

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