La formazione al Teatro Due di Parma. Conversazione con Paola Donati

Abbiamo incontrato Paola Donati, direttrice della Fondazione Teatro Due di Parma, per farci raccontare i progetti di formazione attivi.

Paola Donati
Paola Donati – foto di Michele Lamanna

In una piovosa sera di fine gennaio, a pochi giorni dal termine per la domanda di finanziamento al FUS, abbiamo avuto la gradita occasione di scambiare quattro chiacchiere con Paola Donati, direttrice della Fondazione Teatro Due di Parma. Accompagnati da un aperitivo nel foyer già animato dai primi spettatori del Progetto Quarta Dimensione sull’autore greco Ghiannis Ritsos, abbiamo impiegato una piacevole mezz’ora di conversazione attorno a un tema da me suggerito, quello dei progetti formativi che uno Stabile Privato di interesse pubblico – struttura istituzionale che (ancora per poco) definisce lo spazio parmense – ha modo e animo di promuovere e sostenere. L’intenzione di questo scambio è dunque innanzitutto puramente informativo, teso a raccontare più nello specifico la sorprendente vitalità riscontrata in una città come Parma, centro piccolo ma nevralgico della regione Emilia-Romagna, dove ovviamente si sente forte il primato di Emilia Romagna Teatri. Diciamo che se tutti gli stabili funzionassero così…

Da dove nasce l’esigenza di sviluppare una così intensa attività di formazione?

Da sempre, ma in maniera più corposa negli ultimi dieci anni, abbiamo sviluppato un’attività di produzione, che si può dire sia prioritaria per noi. Poter disporre di un nucleo stabile di attori, a cui si aggregano via via altri collaboratori, significa avere un repertorio ma anche aprirsi a zone laboratoriali dove si studia, si sperimenta. Lavorano con registi diversi, con creazioni che dalla prosa più convenzionale spaziano nel teatro musicale e nel teatro danza. Da tre anni è attivo un corso di alta specializzazione per creare un ensemble di teatro fisico sotto la guida di Michela Lucenti di Balletto Civile – dalla primavera prossima impegnata in una residenza permanente in un centro a La Spezia senza tuttavia interrompere la relazione con Parma – e che presenta come problematica quella di acquisire basi tecniche ma anche sviluppare una consapevolezza del sistema teatrale nazionale. Lavoro che negli anni Settanta era molto presente, ma che adesso andrebbe aggiornato, ora che non c’è, tangibile, una prospettiva di futuro sulla lunga tenuta e sull’intera sostenibilità del lavoro artistico. Da quest’anno l’intenzione è  di espandere il corso di alta specializzazione per attori anche al teatro musicale – riferendoci ai libretti di opera barocca – e a una zona più strettamente creativa, seguendo un modello di certo non molto sfruttato dal panorama italiano. Nei confronti della piccola città di Parma – che non è mai stata propriamente una “città di provincia” – oggi ci troviamo a svolgere un compito che va anche oltre le nostre esigenze in senso stretto: l’assenza di una politica culturale organica ha creato naturalmente un’aggregazione, uno stare insieme con lo stesso pensiero e con gli stessi studi riconoscendosi, ancor più che in un luogo, in una condizione comune. Sono arrivate sempre più sollecitazioni, per le quali abbiamo cominciato a sviluppare delle risposte concrete. E oggi abbiamo una scuola per gli spettatori, sotto il nome Fare Teatro, dove si segue – ospitati dagli spazi del Teatro Due – una parte teorico-pratica condotta da vari artisti e tecnici professionisti. E gli stessi spettatori arrivano alla fine del percorso presentando una serie di materiali. Cinquantacinque persone, quest’anno, seguono sette mesi di lavoro. La novità è poi un laboratorio dedicato agli studenti universitari aperto a tutti, non solo agli iscritti ai curricula di teatro e di arte, ma sono in molti a provenire da Medicina, Ingegneria, Lingue, Fisica, Chimica.

la facciata del teatro
la facciata del Teatro Due

Già, questo è uno sguardo ancora un po’ miope nel nostro sistema, come se chi va a teatro debba per forza essere un artista o un aspirante studioso o critico.

La maggior parte degli studenti, qui, proviene dalle facoltà scientifiche. Quest’anno è stato preso come pretesto il terzo episodio di Uccellacci e Uccellini di Pasolini e il titolo è Dove va l’umanità? Boh. Non pagano nulla se non la richiesta di acquistare dieci ingressi agli spettacoli della stagione, utili per comporre un materiale di visione che sia propedeutico alla pratica teatrale. Il prossimo anno questo diventerà un laboratorio integrato nella laurea triennale in Beni Artistici e dello Spettacolo.

Come vi relazionate, invece, agli studenti delle scuole superiori?

Esiste una connessione già radicata con le scuole medie superiori parmensi, quest’anno si intitola Rubiamo al mito e, sotto la guida di Giacomo Giuntini e Vincenzo Picone, si parte da un approfondimento sui miti per sei mesi direttamente negli spazi scolastici. Abbiamo poi delle incursioni di Storia del teatro dal vivo: direttamente dentro alle classi si svolgono questi “blitz” ideati da Claudio Longhi e che ha già portato negli anni a una rigenerazione importantissima. Sono coinvolti giovani attori, che guidano alla scomposizione di tutti gli elementi che caratterizzano il lavoro teatrale (testo, spazio scenico, regia, etc.). C’è poi una “cattedra volante”, richiesta dai vari licei, che porta a una fase finale di saggio scenico. Insegna Teatro reagisce invece a sollecitazioni più specifiche, più monografiche, come quella dell’anno scorso che ci ha portato a lavorare su Gioventù senza Dio di Horvat per crearne una versione contemporanea. Abbiamo poi commissionato, in collaborazione con il Deutsches Theater di Berlino e con il Teatro di Zagabria, a Holger Schober – drammaturgo austriaco che si occupa in particolare di teatro nelle scuole – un testo, È il tuo momento! che da due anni replica nelle scuole come classroom play. Dello stesso autore l’anno scorso abbiamo realizzato uno spettacolo con la regia di Picone dal suo testo Hikikomori, ispirato all’omonimo fenomeno nipponico che sta avendo larga diffusione anche in Europa. Pensiamo che solo in Emilia-Romagna il 35% dei giovani tra i 16 ai 35 anni rifiuta la vita “sociale”, resta spiaggiato sul divano, non va a scuola, non esce di casa in una sorta di auto-sottrazione fisica dalla società.

foto di Luca Bertozzi
il foyer – foto di Luca Bertozzi

Il pubblico come reagisce a queste attività?

All’interno del Teatro Due si è creata poi un’associazione Amici del Teatro Due, duecento persone promotrici delle iniziative culturali parallele alle attività condotte – in qualità di membri della società civile che vuole farsi soggetto – dal proprio punto di vista, in parte legate ai temi che proponiamo come direzione, ma in parte autonomi. In questo modo si stabilisce un collegamento diretto con la città e con le esigenze reali che nascono dal tessuto sociale e culturale di questo specifico territorio. Presentazioni di libri, incontri tematici o iniziative di approfondimento.

In che modo questo contesto così vivo si connette con realtà fuori da questo territorio?

A partire dal fatto che alcuni di noi insegnano lì, abbiamo da qualche anno una relazione privilegiata con lo IUAV di Venezia. In questo momento sono inseriti in un progetto di lavoro otto laureandi di specialistica che fanno assistenza alla regia, alle scene, ai costumi, alla scenografia e abbiamo impostato con loro un target-book settimanale che viene pubblicato sul sito, sono loro a curare una trasmissione, anche questa settimanale, incentrata sul Teatro Due in collaborazione con gli studenti dell’Università di Parma, sull’emittente universitaria Radio Revolution. Ed è stato realizzato anche uno spettacolo tratto da Attempts on Her Life di Martin Crimp. Avere a disposizione questo gruppo significa sapere anche dove indirizzare proposte e idee, come metterle alla prova, in una vera e propria consulenza con sguardi diversi, che hanno già avuto occasione di lavorare moltissimo, portando – ad esempio – al festival di Cluj in Romania uno studio sul Woyzeck di Büchner e si occupano, qui, anche di realizzare delle brevi presentazioni dal vivo nel foyer, approfondendo lo spettacolo in programma. La parte di formazione del pubblico deve andare di pari passo con la produzione, di modo che quest’ultima possa sfruttare i dati che emergono per disciplinare le scelte. Da dodici a quaranta attori fissi che restano per una media di sei-otto mesi l’anno, con alloggio e paga mensile.

foto di Luca Bertozzi
la sala grande – foto di Luca Bertozzi

I formatori sono persone interne al teatro?

Io credo molto in un’identità non esclusiva ma inclusiva. Dunque si tratta di artisti, tecnici e studiosi che collaborano abitualmente e che vengono chiamati a partecipare ma che provengono dall’esterno. Alcuni esempi sono Valerio Binasco, con cui esiste un contatto da diversi anni, o Luca Fontana, che funge da consulente drammaturgico e traduttore, Alessandro Nidi per la parte di composizione musicale, in altri casi anche Fabio Biondi. Le personalità di cui ci serviamo, tuttavia, è bene che lavorino anche altrove stabilmente, in modo da poter portare uno sguardo sempre completo e consapevole. Devi avere dei soggetti pensanti, che siano in grado di mettere in crisi le tue stesse idee.

Sergio Lo Gatto
Twitter @silencio1982

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Sergio Lo Gatto è giornalista, critico teatrale, ricercatore e dramaturg. Attualmente ricopre il ruolo di Responsabile delle Attività Culturali per Emilia Romagna Teatro Fondazione. È dottore di ricerca in Spettacolo, con una ricerca su critica teatrale e filosofie digitali e docente a contratto di Metodologie della Critica del Teatro e dello Spettacolo alla Sapienza Università di Roma. Si occupa di arti performative su Teatro e Critica. Ha fatto parte della redazione del mensile Quaderni del Teatro di Roma, ha scritto per Il Fatto Quotidiano e Pubblico Giornale, ha collaborato con Hystrio (IT), Critical Stages (Internazionale), Tanz (DE), collabora con il settimanale Left, con Plays International & Europe (UK) e Exeunt Magazine (UK). Ha collaborato nelle attività culturali e di formazione del Teatro di Roma, partecipato a diversi progetti europei di networking e mobilità sulla critica delle arti performative, è co-fondatore del progetto transnazionale di scrittura collettiva WritingShop. Ha partecipato al progetto triennale Conflict Zones promosso dall'Union des Théâtres de l'Europe, dove cura la rivista online Conflict Zones Reviews. Tra le pubblicazioni, con Matteo Antonaci ha curato il volume Iperscene 3, Editoria&Spettacolo 2017. con Graziano Graziani La scena contemporanea a Roma (Provincia di Roma, 2013).

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