Rialto Mon Amour. Michele Sinisi: il rito di Riccardo

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Con una serie di interviste agli artisti in scena e in residenza, raccontiamo la nuova stagione del Rialto Santambrogio di Roma

I contenuti di questo articolo sono stati realizzati in coproduzione con il Rialto Santambrogio.

Foto Ufficio Stampa
Foto Ufficio Stampa

Abbiamo incontrato Michele Sinisi in previsione della sua ripresa del Riccardo III che da oggi fino a domenica andrà in scena presso gli spazi del Rialto, e abbiamo avuto modo di approfondire alcuni aspetti drammaturgici del suo ultimo lavoro.

Di recente hai presentato questo Riccardo III qui a Roma…

Dopo le tre settimane all’Orologio mi è stato proposto di ritornare a Roma al Rialto e contento ho accettato, anche perché ero curioso di osservare come si potesse costituire parte del pubblico in base al passaparola scaturito a partire dalla prima visione. Trovo che ci sia un allargamento nella considerazione di quello che è il “teatro off”, o legato a quella che chiamiamo sperimentazione, non solo da parte dell’élite che è sempre stata interessata, ma anche dal pubblico più “generico”. Io non rifiuto le scritture d’attore per grossi teatri grosse produzioni, anche quelle che hanno un chiaro intento economico, è il mestiere; però poi si può avere l’onestà intellettuale per potersi ritagliare una possibilità di indipendenza, di libertà artistica totale, dove poter esercitare le scommesse anche quelle più scomode quelle più rischiose.

In che contesto è nato questo lavoro?

Teatro Minimo si è chiuso a marzo 2013, con Michele Santeramo stiamo esaurendo il repertorio, quindi la riflessione scaturita da Riccardo III segna ulteriormente questo mutarsi del mio percorso professionale. Lì la parola era stata la macchina centrale dell’azione, con questo spettacolo decido di lavorare su una verbalità che non sia la protagonista della scena ma sia sullo stesso piano, in una accezione onomatopeica e paradossalmente meno significante di tutto quello che appartiene alla scena, in un linguaggio più contemporaneo. Anche lo spettacolo che ha fatto Latella è sintomatico. Il “mostro” che ha rappresentato Eduardo fino a prima di questo Natale in casa Cupiello, grazie a quel lavoro è stato “ucciso”. Se si parla di rito teatrale, di qualcosa che accade al momento, in un linguaggio che accade oggi, sento che sia necessario porsi il problema, cos’è oggi Eduardo? E cosa ha rappresentato, cosa scardinato a suo tempo?

Il teatro di Shakespeare è stato altre volte oggetto dei tuoi attraversamenti, che vuol dire per te avere un tale punto di riferimento?

Per me indica sempre il fatto di essere cosciente di una prospettiva che possa determinare lo sguardo. Vedere di riflesso l’Amleto penso sia una condizione del mondo contemporaneo; Amleto è una visione sull’identità, quasi un trattato di psicanalisi; in questo momento storico invece Riccardo mi sembra molto più assoluto, più vicino ad un rito.

Cosa rimane del testo originario e su cosa invece senti il bisogno di intervenire?

Bisogna salvare ciò che ha guidato la visione personale, quello che appartiene al mio modo di leggere l’archetipo di Riccardo III, ed io ho costruito il tentativo di ridare la sua condizione, perché quello che mi ha sempre colpito in questo testo è proprio la sua condizione in tutto lo svolgimento, quella “riccardianità” del testo. L’Amleto è la grande storia, Riccardo è un grande personaggio. L’eco di quella promessa sancita all’inizio già condensa gran parte della vicenda. Non ci sono più i sotterfugi, la foresta che avanza di Macbeth, non c’è niente che determini se non il suo percorso, la sua volontà.

In che equilibri si trovano la scrittura di scena e quella testuale?

Io mi ero dato solo un compito, quello di utilizzare la battuta finale del primo monologo “here Clarence cames”. Solo in un altro momento – quando appare un cellulare in scena – dirò anche “this is true not false”, il resto appartiene alla parole in inglese. Ho voluto mantenere un rapporto ludico con gli oggetti, ma ho cercato nel tempo di spostare il gioco sul piano di animazione degli oggetti, così come i suoni scoprendone un’altra identità in relazione a ciò che sta vicino.

Parola, urlo, musica, rumore: come si inserisce sulla scena l’uso particolare che fai del suono?

Per me il suono era in rapporto evocativo; con questa esperienza invece ho cercato di scoprire per me cosa succedeva uilizzando un montaggio di attrazioni. Cercando di capire le nostre colonne sonore della vita quotidiana, si è accompagnati da rumori di fondo, elettrodomestici, musica slegata dal contesto, quindi anche il concetto di sonoro non evoca più gli ambienti, non ha un valore di per sé ma lo acquisisce diversamente sulla scena poiché messo in relazione a qualcosa di carnale, qualcosa che ha a che fare con la voce e la luce. Un altro elemento della percezione che mi piace pensare che sia trasversale, in tutti i suoi canali.

Che ruolo ha avuto Francesco Asselta nella stesura drammaturgica?

Francesco viene dal campo del cinema e della tv, singolare che non sia un teatrante. Lui ha scritto la scena con me puntellandola continuamente di quello che all’inizio poteva essere un conato molto autoreferenziale del tutto illeggibile, rendendola poi più lontana dalla verbalità e leggibile attraverso l’azione. Il tipo di sguardo più trasversale è servito assolutamente ad allargare la prospettiva. Se pensi che anche nel cinema “da botteghino” ormai il concetto di storia è continuamente frammentato, si è superata la necessità di una linearità, ecco questo ci ha permesso di ragionare attorno al concetto di non-storia, che ho trovato molto fertile.

Che vuol dire rispetto questo lavoro essere falso o vero?

Non è uno spettacolo scritto per essere recitato, è un rito che fai effettivamente con il pubblico, che si sente concretamente quando inizia a tenere il tuo stesso battito. Now, ora, la costrizione dell’essere sempre al presente, all’essere lì. In questo senso Francesco è stato un ottimo prete, in quanto ha officiato molto bene questa presa di coscienza.

Rispetto al tuo percorso, questo spettacolo segna un nuovo nodo…

Chiuso Teatro Minimo adesso mi interessa continuare a lavorare a progetti, non a caso il nome sotto cui ora mi colloco è questo Progetto Farsa. Parlo di progettualità, non più di compagnia, come una cosa bella perché bisogna esser pronti prima di tutto a fare teatro; dare il massimo sia che ci si trovi nella Sala Brancaccio sia nei teatri più off, tifare anche i progetti degli altri affinché vadano alla grande, è l’unica possibilità che abbiamo, quella di dare alito ai progetti altrui perché se si crea bel pubblico, lo si crea per tutti.

Redazione

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Giovedì 29 gennaio h 21

Da venerdì 30 gennaio  a domenica 1 febbraio h 19

RICCARDO III
da William Shakespeare
di e con Michele Sinisi
collaborazione alla scrittura scenica Francesco Asselta e Michele Santeramo
direzione tecnica Alessandro Grasso
produzione Fondazione Pontedera Teatro e Teatro Minimo

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