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A Messina torna Vittorio Emanuele. Da Bruschetta al teatro giapponese

Alla scoperta del Teatro Vittorio Emanuele di Messina, riaperto dopo un anno e mezzo di fermo.

Abbiamo chiesto alla nostra collega Rossella Porcheddu [leggi qualche articolo su Il Tamburo di Kattrin o sul blog di Repubblica.it] di recarsi in Sicilia per dare un’occhiata alla nuova vita del Teatro Vittorio Emanuele di Messina. Pubblichiamo con grande piacere il suo contributo.

mum gypsy
Mum&Gypsy, Dots and Lines… – foto di Ilaria Costanzo

Un occhio all’esterno e un occhio puntato sul territorio. Spettacoli internazionali e compagnie nazionali. Drammaturgia nipponica e teatro italiano. Alla riapertura, dopo circa un anno e mezzo di fermo, il Teatro Vittorio Emanuele di Messina si presenta mutato, con una spinta oltre confine e i piedi ben piantati in patria. La volontà della nuova direzione artistica, affidata a quel Ninni Bruschetta che già dal ’96 al ’99 aveva dato un’impronta innovativa al teatro siciliano, è di puntare all’eccellenza locale, alle giovani compagnie isolane e alle coproduzioni internazionali. E a dare uno sguardo alla stagione 2014/2015 quest’intento risulta chiaro. Accanto a nomi ben noti, vedi Spiro Scimone e Francesco Sframeli, compaiono artisti che si stanno imponendo nel panorama nazionale, come Giuseppe Carullo e Cristiana Minasi, e i giovanissimi Vuccirìa Teatro, reduci da premi nazionali e riconoscimenti oltreoceano. Di fianco ai classici eduardiani, come Le voci di dentro dei fratelli Servillo, transitato per i palcoscenici d’Italia e d’Europa, troviamo, in prima regionale, il circo contemporaneo di Aurélien Bory e Phil Soltanoff, in cartellone a maggio, e la prosa giapponese di Takahiro Fujita, in scena dal 4 al 6 novembre. Ed è proprio in una di queste giornate, in una breve trasferta messinese, che abbiamo potuto respirare la rinnovata aria del Vittorio Emanuele.

mum gypsy
Mum&Gypsy, Dots and Lines… – foto di Ilaria Costanzo

È un ingresso laterale a dare accesso alla Sala Laudamo, storicamente adibita ai concerti e oggi dedicata ad alcuni spettacoli della stagione, e al progetto Laudamo in città, ideato e diretto da Angelo Campolo e Annibale Pavone per la compagnia Dafteatro dell’esatta fantasia. Incontri con le librerie, domenicali e mattutini, la rassegna Incroci, che vede alternarsi cinque spettacoli da fine novembre a inizi febbraio, l’orientamento per gli studenti con collegamenti Skype con le accademie teatrali italiane e, non ultimo, il laboratorio permanente Nel paese dei balocchi. Trenta i ragazzi selezionati, quattro i registi scelti per seguire le differenti fasi di riscrittura scenica del Pinocchio collodiano. Se Solitudine, Amore, Inganno, sono le parole chiave cui si ispirano gli ultimi tre percorsi creativi, Istinto è quella che anima il primo, curato da Angelo Campolo, già attore per Luca Ronconi, Antonio Calenda, Enzo Vetrano, con all’attivo esperienze sul grande e piccolo schermo.
Una riflessione sull’apparire quella che abbiamo avuto il piacere di spiare nel pomeriggio messinese, un lavoro corale, vernacolare, fisico, nel quale è possibile cogliere lo spirito di un percorso di formazione che Campolo e Pavone portano avanti dal 2009 (con il laboratorio teatrale Il Gioco più serio) e che solo quest’anno incontra il teatro cittadino. Ha debuttato il 14 novembre, Istinto, e replicherà ancora dal 27 al 30, mentre bisognerà attendere il 2015 per la restituzione scenica delle altre fasi, affidate, oltre ai due già citati, a Paride Acacia e Giacomo Ferraù, con la collaborazione drammaturgica di Saverio Tavano.

Dal palco dell’antica sala-auditorium, invaso dagli umori di un lavoro ancora acerbo, al palco del Vittorio Emanuele, che accoglie il pubblico, oltre che la compagnia. Ancora una volta un ingresso laterale, non la porta principale e tantomeno la platea, oscurata da un velatino. Un pubblico ridotto, un’estrema vicinanza con gli attori per uno spettacolo, quello della compagnia giapponese Mum&Gypsy, saturo di musiche e carico di parole. Due schermi sul fondo, a restituire immagini e sopratitoli, in italiano e in inglese. Una telecamera puntata sulla scena, dove una tenda da campeggio allude al bosco, al rifugio dalla città, alla fuga dalla società. Sette gli attori in scena, pronti ad alternarsi sul palco, e a succedersi nel racconto. Perché il fatto di cronaca cui si ispira lo spettacolo, un infanticidio, avviene nel passato, ma la restituzione che un gruppo di giovani fa di quella vicenda, e dell’impatto che ha avuto sulle loro vite, è nel presente. Dots and Lines, and the Cube Formed the Many Different Worlds Inside. And Light, diviso in capitoli, oscilla dal 2001, anno del crimine, al 2011, anno di messa in scena.

mum gypsy
Mum&Gypsy, Dots and Lines… – foto di Ilaria Costanzo

Il linguaggio è colloquiale, quotidiano, come vuole Oriza Hirata, regista e drammaturgo che ha influenzato la “zero generation” nipponica di cui Takahiro Fujita è esponente. La realtà è evocata con una narrazione discontinua, spezzata, fatta di punti, di linee, di mondi diversi che vanno a comporre il cubo. E se molti sono gli elementi storici e civili che attengono esclusivamente al Giappone, è possibile trovare riferimenti validi anche per l’occidente, quell’immobilità, quell’incapacità decisionale, quell’essere eternamente figli che la nostra generazione conosce altrettanto bene.
Ad accompagnare le repliche siciliane, come già a Verbania, Firenze e Ancona, Walking and Movement, workshop volto al risveglio della memoria personale dei performers che ha permesso ad artisti italiani di venire a conoscenza dei metodi creativi della compagnia. Una tournée resa possibile dalla Fondazione Fabbrica Europa, che ha portato lo spettacolo a Firenze, in prima europea, nel 2013, dalla Fondazione Pontedera Teatro, da Marche Teatro e Ente Autonomo Regionale Teatro di Messina, oltre che dal MESS International Theatre Festival Sarajevo, dall’Associazione LIS Lab Performing Art di Meina, partner internazionali, e con il sostegno del Performing Arts Japan Programme for Europe (PAJ Europe) – Touring Grant della Japan Foundation e dell’Arts Council Tokyo.

L’attivazione di una rete, insomma, per mettere in contatto mondi diversi. E culture diverse. E a darci una lezione di umiltà e di rispetto, in conclusione della serata, è l’inchino del ventinovenne Fujita, che si ferma sulla soglia, a salutare e ringraziare, una per una, le persone che escono dalla sala.

Rossella Porcheddu
Twitter @ross_porcheddu

DOTS AND LINES, AND THE CUBE FORMED THE MANY DIFFERENT WORLDS INSIDE. AND LIGHT
testo e regia Takahiro Fujita
produzione Mum & Gypsy / coproduzione Steep Slope Studio

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