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Atlante XLI – Pino, lo spettatore

Teatro pubblico. La scomparsa di uno “spettatore famoso” e la comunità

 

Turner
J.M.W. Turner, The Grand Canal, Venice, 1840

Pino non era nessuno. Dalla triste Venezia, la città della sua e di tante altre solitudini, aveva deciso qualche anno fa di fare un viaggio, lasciare gli ormeggi del molo famoso di tanti viaggi prima di lui e andarsene alla scoperta di un mondo ignoto, quel teatro che tanto l’aveva attratto e di cui ammirava la prossimità, la relazione comunitaria. Da quell’inizio di viaggio si è spinto ovunque ci fosse quel senso di immersione che spesso manca a certe vite, quella forza di contatto in altri ambienti invece anestetizzata, annichilita in una forma di cordialità repressa o trattenuta in una stretta di mano anodina, incapace di produrre vibrazione. Quella vitalità Pino, che non era un operatore o un attore o tanto meno un critico, l’aveva rintracciata seguendo una mappa trasversale, era diventata una passione irrefrenabile e importuna, bramosia di prendere parte, affondare nel liquido delle nostre parole, della presenza ineludibile al seguito delle arti sceniche.

Oggi Giuseppe Stumpo, Pino, ha lasciato il carro su cui viaggiava. È morto domenica notte in una stanza d’albergo durante il Kilowatt Festival di Sansepolcro, fatalmente proprio lì dove allo spettatore “visionario” è stata dedicata la maggiore attenzione, nel posto dove l’avevo conosciuto qualche anno fa e che fu la prima tappa di viaggio. E – ora – l’ultima. Mi si rivolse fuori dal teatro, mi disse che era venuto perché aveva sentito parlare di questi festival teatrali in giro per il paese e Sansepolcro era molto bella, mi invitò a cena e mi disse che si era organizzato per spendere così le proprie ferie da impiegato di banca, o postale, non ricordo. Lui, che era già uno “spettatore forte” (come si usa dire per la letteratura: “lettore forte”), aveva capito che le cose stavano cambiando, che l’Italia teatrale non era più e non sarebbe più tornata a essere uno scambio locale di “date” nei vari teatri, un circuito insomma, ma una famiglia trasversale che si muove a ondate dove le cose accadono, o dove si profila che accadranno.

Queste parole, scritte di getto e in cui è manifesto un sentimento di appartenenza, non sono affatto un necrologio. Giuseppe Stumpo non era un notabile, non aveva un profilo pubblico, di necrologi non ne avrebbe avuti e il suo nome non sarebbe apparso in grassetto in nessun testo. Eppure sui social network, da lui frequentatissimi, la notizia è rimbalzata in ogni angolo dell’Italia teatrale e persone diversissime, lontane, si sono scoperte ad avere in comune qualcosa da dirsi, un aneddoto, un incontro con lo spettatore giramondo. Giuseppe Stumpo ne sarebbe stato felice. Ha fatto in modo che qualcuno, in un mondo che amava ma da cui era lontano, che non maneggiava da dentro ma costeggiava muovendo le pedine della sua geografia, si ricordasse di lui, notasse l’assenza di una figura che le platee di tutto il mondo vogliono in ombra, fuori dai processi creativi e produttivi ma fine ultimo di ognuno di essi.

Ci mancherà la sua irriverenza? La sua aggressività a volte inopportuna, febbrile? Non so questo, ma so che a mancarci sarà ciò di cui era simbolo, una passione indefessa cui dedicare tempo e denaro, energie cognitive, tracce parlate o scritte della propria presenza nel mondo. Il teatro di Giuseppe Stumpo era fatto di questa linea impazzita, questo attestato di alterità partecipe che è l’esperienza di pubblico puro, fruitore incallito d’arte e di pensiero. Questo, ci insegna andando via, il valore che abbiamo, sembra dire “non avrei seguito in tutta Italia i convegni di medici o economisti, ho seguito voi, ho trovato una sponda per la mia eccitazione, per la mia malattia di sapere, vedere, ridire, testimoniare”. Eccolo, il teatro di Pino. Oltre ogni retorica, il senso della comunità che ci ha rabbiosamente consegnato in questi anni e che risuona in un canto funebre riapre la riflessione sulla bellezza di viverci, saperci, riconoscerci in una sensazione di familiarità, forse chiuderci in una grotta inaccessibile per molti, una nicchia di rappresentanza, può essere, ma da cui emana una strana fertile rugiada, quel miraggio di sentirsi bagnati, immersi nel mare delle nostre comuni passioni. Giuseppe Stumpo non era nessuno. L’ho visto girare per i teatri di ogni parte. Solo oggi, stretto tra un ricordo e un pensiero, l’ho conosciuto.
Ciao, Anonimo Veneziano.

Simone Nebbia
Twitter @Simone_Nebbia

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Simone Nebbia
Simone Nebbia
Professore di scuola media e scrittore. Animatore di Teatro e Critica fin dai primi mesi, collabora con Radio Onda Rossa e ha fatto parte parte della redazione de "I Quaderni del Teatro di Roma", periodico mensile diretto da Attilio Scarpellini. Nel 2013 è co-autore del volume "Il declino del teatro di regia" (Editoria & Spettacolo, di Franco Cordelli, a cura di Andrea Cortellessa); ha collaborato con il programma di "Rai Scuola Terza Pagina". Uscito a dicembre 2013 per l'editore Titivillus il volume "Teatro Studio Krypton. Trent'anni di solitudine". Suoi testi sono apparsi su numerosi periodici e raccolte saggistiche. È, quando può, un cantautore. Nel 2021 ha pubblicato il romanzo Rosso Antico (Giulio Perrone Editore)

2 COMMENTS

  1. Lucio disse che andando ai funerali si celebrano due morti quella fisica e quella intellettuale. Quella fisica indotta dal fato, dalla sventura, dalla malattia… quella intellettuale dovuta all’omelia del celebrante. Grazie per questo tuo laico commento nel quale troviamo una sponda per la nostra riflessione.

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