Dux: la ricerca in scatola

Torna a Roma, per la rassegna Ubu Rex al Teatro Arvalia, lo spettacolo che ha consacrato il successo dell’attore romano Daniele Timpano, “Dux in scatola”, già finalista nel 2005 del premio Scenario. L’attore si fa interprete, in un gioco di rispecchiamenti e sdoppiamenti di personalità tra un io storico ed un io-io meschinamente (nel buon senso del termine) intimo, dell’autobiografia d’oltretomba di Benito Mussolini.

Un carattere grottesco si manifesta fin dall’esordio del lungo monologo: “Nella nostra bella Italia, tra le due guerre, fioriva in Italia uno statista meraviglioso: Benito Mussolini. Facciamo uno sforzo d’immaginazione collettiva: fate conto che sia io. Morto.”
La scena è vuota, Daniele Timpano sul fondo, illuminato da un rettangolo di luce, l’unico oggetto di scena è una cassa di legno che dovrebbe contenere le spoglie mortali del Duce. La mano destra dell’attore è sempre in bella mostra, appesa al taschino, rigida e nervosa, da sola simboleggia un carattere: il dittatore.
Il corpo di Mussolini è il protagonista indiscusso dello spettacolo, la cassa è li a testimoniare la sua presenza in assenza e la narrazione stessa verte attorno al corpo del Duce, ormai solo carne ed ossa. Fu su questi resti che si accanì il popolo, linciando e martoriando ciò che restava, e più l’inutilità del gesto si rendeva manifesta maggiore era l’accanimento con cui uomini e donne si scagliavano contro l’involucro vuoto e rappresentante di un ex-soggetto (ora oggetto) catalizzatore dei sentimenti più abbrutenti: l’odio, il disprezzo.

Nelle parole dell’attore la storia diventa eredità di un passato prossimo, vittima di desiderio di rimozione da una parte e mitizzazione dall’altra.
Timpano, con ironia, crea un mélange tra storia, presente neofascista e presente personale, inseriti nella narrazione dei viaggi post mortem della salma del Duce, per riconoscere non solo una perdita di memoria storica, quanto una sostanziale persistenza di un’identità italiana media con carattere reazionario, papalino, destrofilo, sessista, in seguito anche definito banale e superficiale.
Il testo mescola e sovrappone piani diversi: realtà/favola, mito/analisi, con facilità, arguzia di linguaggio e passione, il risultato è più efficace di alcune lezioni di storia al liceo, ma la distanza tra lo spettacolo dell’attore romano e una buona lezione di storia, è calcolata nella sostituzione della comicità alla problematizzazione dei temi affrontati, di cui la storia si nutre.
La storia prende il posto della Storia, non è teatro civile quello di Timpano.

Nel bel mezzo di una replica milanese dello spettacolo, un gruppo di quindici spettatori paganti ha inscenato una protesta sventolando bandiere fasciste e intonando cori.
In questo avvenimento risiede il senso che trapela dallo spettacolo: la storia muore, trasformandosi in miti.
Da una parte il messaggio fatto di senso, dall’altra quello recepito dai sensi (in prima istanza): come abbiamo già avuto modo di sottolineare, è il corpo il protagonista dello spettacolo. Non solo perché è di questo corpo morto che si parla, ma perché questo esprime la propria valenza comunicativa nella particolare fisicità di Timpano, fatta di gesti stilizzati delle gambe e delle mani, che ricordano vagamente Charlie Chaplin.

A riguardo, in una recensione dello spettacolo per Amnesia Vivace, Franceschelli parla di “comunicazione somatica”, una comunicazione che si sostanzia dell’essere sulla scena dell’attore stesso con le sue caratteristiche intime, un misto di stranezza e tenerezza.
Unitamente alla leggerezza con cui temi di una tale complessità e a rischio di distorta interpretazione vengono invece affrontati, la peculiare fisicità dell’attore concorre a creare quella dimensione fra il grottesco e il comico che caratterizza lo spettacolo e che ne è sostanza.
Ma ciò non riesce a suggerire uno spiraglio attraverso cui guardare con occhio nuovo i temi affrontati, né credo sia sufficiente (oggi) una “comunicazione somatica”, se come un boomerang e non un giavellotto è eccessivamente autoreferenziale per ferire lo spettatore, ma non abbastanza per identificare un vuoto prendendo le distanze da chi guarda.

Alla domanda che poniamo in questi giorni agli spettatori riguardo cosa sia la “ricerca”, risponderei che è uno stimolo all’ulteriore ricerca: di linguaggi, di senso, di margini ambigui di significato…

In Dux in scatola l’attore non sembra sfruttare abbastanza il carattere ambiguo e misterioso del personaggio più famigerato, amato ed odiato, della storia nazionale, ciò che potrebbe essere spunto di uno sguardo originale e problematico. Viaggia su un terreno conosciuto, senza accogliere né cacciare lo spettatore.

Chiara Pirri

visto al Teatro Arvalia (Ubu Rex II)
Roma

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Prossime date di Dux in scatola:

3 aprile 2011
presso Sala della Cicogna Rampana – Palazzolo sull’Oglio

9 COMMENTS

  1. Bravi. Per fortuna pare che il 17 potrò essere all’incontro con la critica, così potrò fare il possibile per confutare il pezzo, di cui nemmeno riesco a concepire (tantomento condividere) gli assunti di fondo, né il discorso che par distinguere comicità e problematizzazione, o la chiamata in causa, non mi pare abbastanza a proposito del pezzo di Franceschelli su amnesiA vivacE, o il concetto stesso di accogliere o cacciare lo spettatore… mi paion tutte questioni che, e legittimamente (dal momento che me non me le sono poste o me ne sono poste altre), posso ritenere per nulla interessanti…

  2. Mi farà piacere parlarne, perchè credo che l’arte, e soprattutto quella di ricerca, questo abbia in fonda da insegnare: apertura. Che io o tu o chi per noi, non si sia posto determinate “questioni” non vuol dire che queste non possano essere interessanti. La creatività (che non è inventare ma riflettere e andare oltre i segni chiari ed espliciti) appartiene ad ogni sguardo critico, a quello di chi crea lo spettacolo come quello di chi vi riflette attraverso la scrittura.

  3. “mi paion tutte questioni che, e legittimamente (dal momento che me non me le sono poste o me ne sono poste altre), posso ritenere per nulla interessanti…”
    è una risposta che fa quasi paura da quant’è superba.

  4. Dunque ti ho fatto paura? 🙂
    Be’, sì, è vero. A rileggerla suona un po’ presuntuosa…
    Però, come ho cercato poi di spiegare all’incontro, sicuramente con molta logorrea ma spero con minore “superbia”, più che altro intendevo dire che va bene che uno spettacolo è un oggetto che ciascuno fruisce come può, ci trova o non trova delle cose di cui ha bisogno o per le quali ha più o meno sensibilità, magari pure può legittimamente aspettarsi delle cose in base a una sua idea di quello che dovrebbe essere interessante o interessare, ma alla fin fine lo spettacolo è anche il prodotto (anche un “prodotto” se è per questo, ma è una questione larghissima) di un percorso e di un pensiero che è il pensiero e il percorso di chi l’ha fatto, quindi chi l’ha fatto si può anche scocciare che gli venga segnalato come limite qualcosa che, dal suo punto di vista, è un limite aver pensato, una questione scartata da tempo, da anni, da quando ha fatto lo spettacolo (che è del 2006) e che in tutti gli spettacoli dopo ha dato segnali chiari di non essere per nulla nel suo orizzonte di pensieri e direzione di lavoro, no?
    Vabbè, correggendo la superbia, son stato pure più superbo. Mi dispiace. Forse, più che superbo, son stato un poco permaloso. Forse non dovevo fare il primo commento. Ormai…
    grazie della critica alla mia critica alla sua critica 🙂

  5. Una risposta del genere dimostra quanto in realtà non sei suberbo, impressione che infatti mi aveva stupito! 🙂

  6. non ne parlammo poi, ma a distanza di anni sono d’accordo nella maniera più assoluta col mio commento precedente… scusate! 🙁

  7. che poi quelle questioni me le ero poste appunto anch’io e lo spettacolo era già la mia risposta (preventiva) alle tue osservazioni, vitalissime per te che da fuori te le poni, ma chilometri o anni luce alle mie spalle una volta prese delle decisioni consapevoli per lo spettacolo…

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