Autodiffamazione. Barletti/Waas e il gelo della ragione

Autodiffamazione della compagnia Barletti/Waas torna in una nuova versione al Teatro Argot. Recensione

 

waas autodiffamazione
foto di Manuela Giusto

Io mi sono mosso. Io sono uscito di casa. Io ho preso la moto. Io ho acceso la moto. Io ho attraversato Roma. Io ho fatto caso a evitare le buche e i tombini più profondi. Io mi sono preso cura dei miei ammortizzatori. Io sono passato con il rosso. Io non ho rallentato per lasciare che una macchina si immettesse. Io ho deciso che sarei arrivato un po’ in ritardo, potendo contare sulla norma della programmazione romana. Io ho approfittato di una norma sociale. Io non ho fatto niente per cambiarla. Io sono entrato in una sala teatrale di piccole dimensioni, mi sono seduto. Io ho avuto caldo e, dopo circa venti minuti, mi sono sfilato il cardigan. Io ho capito che non avevo caldo, ma solo necessità di togliermi qualcosa di dosso.

Se fossimo stati in grado di inserire (certi della comprensione del lettore) nel mezzo del paragrafo precedente altrettante frasi simili in lingua tedesca, avremmo offerto un’immagine più fedele a Autodiffamazione, il lavoro tornato in scena nel programma congiunto di Dominio Pubblico all‘Argot Studio di Roma per la regia di Werner Waas, insieme a Lea Barletti, alle prese con un altro tassello del grande progetto La Terra Sonora – Il Teatro di Peter Handke. In questi mesi nel pieno della sua ripresa di stagione (dopo un primo percorso lo scorso anno), la rassegna unisce letture, mise en espace, concerti, traduzioni, edizioni, incontri e convegni dedicati alla figura un po’ misteriosa di questo scrittore austriaco di madre slovena, auto-esiliato in una tenuta di campagna nel nord della Francia, sommerso di taccuini, matite e alberi di mele, padre di una produzione immensa tra pièce teatrali, romanzi e saggi.

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foto di Manuela Giusto

Dopo un debutto estivo, Autodiffamazione torna in scena in una nuova versione, che divide nettamente in due lingue questo straordinario testo di Peter Handke, scritto per un uomo e una donna e però mai davvero aperto al dialogo. Una lista di frasi introdotte dal pronome “Io / Ich” si conforma come un frontale e spietato testamento dell’esistenza. Nello spazio, occupato solo da due sedie con impilati sopra vestiti maschili e femmili, irrompe la coppia, completamente nuda se non per le scarpe col tacco di lei e il cappello di lui. La prima frase, «Io sono venuto al mondo», Waas la pronuncia come fosse il titolo, il paradigma di un verbo da dizionario latino, che espone in una riga tutte le coniugazioni. Al suo tedesco fa eco un sopratitolo italiano, proiettato bianco sul nero del fondale. Quando è Lea Barletti a parlare, in italiano, le scritte sul muro compaiono in tedesco, creando un flusso di andata e ritorno non solo verso/da i concetti, ma verso/da le due diverse lingue, così distanti per musica e costruzione. La sintassi tedesca relega in fondo alla frase i verbi che l’italiano invece anticipa, riservando il resto dell’articolazione di senso alle prime parole, magicamente investite dell’opportunità di sommarsi in lunghe locuzioni, aperte a una somma di significati messi uno accanto all’altro.
Il lungo silenzio che i due corpi nudi abitano in apertura non verrà quasi mai ricreato, se non nel blocco finale, quando il fiume di parole, così sconnesso dalla struttura quasi testamentaria, si diluisce dentro semplici azioni di spostamento sul piccolo palco. Dal puro pleonasmo di frasi come “ho attraversato col rosso”, si passa al gioco dei contrari e si scopre piano piano la trama profonda di questa “autodiffamazione”, la messa alla berlina della coscienza di un individuo, paradigma di una formazione culturale, di una tradizione politica, di una memoria storica.

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foto di Manuela Giusto

Ancora una volta, come nella maggior parte dei testi di Handke, la messa a fuoco è sul linguaggio e sul suo potere autoritario. Viaggiando sempre sul filo dell’ironia e strappando qualche sincera risata, il tentativo crudo di guardarsi allo specchio al massimo della nudità si risolve inevitabilmente nella piccola tragedia di vedersi così impotenti di fronte alle azioni stesse e al loro posizionarsi in una vita sintetizzata, un corso che pare svolgersi in un tempo compresso, al punto che, da un capo all’altro dell’ora di spettacolo, i due attori appaiono invecchiati. La nettezza e la semplicità della recitazione, sommessa come vuole certa “scuola romana” dalla quale Barletti proviene ma mescolata ad arte con una tradizione intellettuale più hegeliana e però tinta di malinconia clownesca che sono i marchi di fabbrica di Waas, si fondono in un esperimento narrativo davvero inedito, una di quelle opere che sopravvive per diverse ore, liberando forti risonanze anche a distanza di un’intera giornata di lavoro.
«Io mi sono mosso, ho fatto un passo da qui a lì, ho camminato sul posto», citando a memoria, sono le prime confessioni di questi non personaggi, che si scambiano a volte sguardi complici, a volte occhiate di sbieco per marcare ancor meglio la distanza. E proprio questa idea del “movimento”, nel senso più latino del termine, sarà quella che ci porteremo a casa e con cui faremo conto il giorno dopo. E proprio “movente” (leggi “commovente”) è il rapporto tra le due figure in scena, la diffidenza reciproca che le allontana come si allontanano i due estremi della stessa ragione. Barletti lascia che una patina le faccia liquidi gli occhi, Waas spegne ogni gesto in una smarrita immobilità. La presenza straniante di un “terzo assente” (Harald Wissler) che sta, visibile, in regia e da lì manovra i sopratitoli e i rari stacchi musicali pronunciando anch’egli pezzi di testo, lascia sull’intero flusso una sorta di pesante presagio. Come se tutti i ragionamenti, pur sintetizzati in pensieri così cartesiani, non potessero davvero essere fermati. Inafferrabile allora quel senso di sconfitta, quel piccolo disgusto che dà la presa di coraggio che mette le proprie stesse opinioni al vaglio di una ragione superiore. Ed è un brivido di gelo.

Sergio Lo Gatto
Twitter @silencio1982

Teatro Argot, Roma, novembre 2014

SELBSTBEZICHTIGUNG
AUTODIFFAMAZIONE
traduzione di Werner Waas,
un progetto di e con Lea Barletti e Werner Waas
musica di Harald Wissler
produzione Compagnia Barletti/Waas

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Sergio Lo Gatto è giornalista, critico teatrale, ricercatore e traduttore. Alla Sapienza. Università di Roma svolge un dottorato di ricerca tra teorie della critica e filosofie del digitale. Si occupa di arti performative su Teatro e Critica. Ha fatto parte della redazione del mensile Quaderni del Teatro di Roma, ha scritto per Il Fatto Quotidiano e Pubblico Giornale, ha collaborato con Hystrio (IT), Critical Stages (Internazionale), Tanz (DE), collabora con Plays International & Europe (UK) e Exeunt Magazine (UK). Ha partecipato a diversi progetti europei di networking e mobilità sulla critica delle arti performative, è co-fondatore del progetto transnazionale di scrittura collettiva WritingShop. Ha partecipato al progetto triennale Conflict Zones promosso dall'Union des Théâtres de l'Europe, dove cura la rivista online Conflict Zones Reviews. Tra le pubblicazioni, con Graziano Graziani ha curato il volume La scena contemporanea a Roma (Provincia di Roma, 2013), con Matteo Antonaci Iperscene 3, Editoria&Spettacolo 2017.