Scenario 2013. Lettera aperta per un teatro urgente

illustrazione di Marcello Focchio
illustrazione di Marcello Focchio – clicca per ingrandire

«[…] Se non si fosse nascosti in un festival nascosto dell’arte più nascosta…», con queste parole si chiudeva la breve cronaca del Premio Scenario 2013 pubblicata su queste stesse pagine poche ore fa. E da qui, localizzazione o delocalizzazione che sia, occorre forse ripartire con una chiamata alle armi. Non parliamo (per una volta) della marginalità del teatro e, ancor più, del teatro di ricerca o di “impegno civile”, ma del posizionamento di un dato che, all’interno di questa arte, dovrebbe invece essere fondamentale: l’urgenza. Quali che siano i codici e i linguaggi, liberi o meno dalle categorie di premi o piani di produzione, la pelle che ricopre l’arte contemporanea – rendendola riconoscibile e necessaria – è l’attenzione alla condizione presente, il coraggio, a volte forse addirittura il candore di poter e saper stare nel mezzo esatto degli avvenimenti. Nell’arte viva del teatro questo potenziale di presenza condivisa riconsegna in mano a tutti coloro che la frequentano e la animano l’opportunità di riconoscersi tra loro come parti organiche dello stesso apparato di lettura della realtà. In quell’urgenza artisti, operatori e pubblico devono riuscire a incontrarsi, a realizzare una volta per tutte che un’immagine, una riflessione, un’attenta ricostruzione storica, una sottile operazione di astrazione, un monologo tagliente, un’opera corale, tutto riguarda tutti. Ma a patto che sia in grado di far intravedere, sotto la superficie di esigenze produttive e oltre la patina dei “nuovi linguaggi”, un’urgenza veramente necessaria capace di abbracciare e raccontare. In questo ultimo Premio Scenario, pur nel constatare l’alto livello della selezione e scelte quasi del tutto accurate e ben motivate, noi sentiamo che qualcosa non è stato colto, che una delle istanze fondamentali della scena contemporanea non è stata intercettata. Passo.

Prendo la parola. Non solo perché m’è consegnata. La prendo perché di questi tempi malandati e cupi, prendere la parola è l’atto primario dell’uomo in rivolta. Ho bisogno di ascoltare. E dire. C’è bisogno che il teatro sia sempre e comunque un’azione e che non cerchi redenzione in estetiche e linguaggi, ma vada oltre e sporchi di vita la pratica scenica: così se vedo un giovane uomo prendersi sulle spalle il bagaglio dell’esistenza propria a tenere il peso di tutte, se lo guardo seduto dalla poltroncina scomoda dello spettatore sperimentale che si inarca a cercare una necessità che non si limiti a sopravvivere ma diventi o torni ad essere vita, proprio allora e in quella rabbia riconosco me, nell’attacco grintoso e nella dolce difesa dell’uomo che per ciò che ama dà tutto. Valerio Malorni, L’uomo nel diluvio, più degli altri s’è spinto sotto questa pioggia incessante al Lavatoio di Santarcangelo, in finale al Premio Scenario, ha fatto saltare sulla sedia la mia scomodità, l’ha inarcata verso la necessità individuale che con me, grazie al mio e al nostro guardare, sa farsi collettiva. Poi la giuria non ha colto. O forse non ha accolto. Ma non importa. Io ero lì con la netta sensazione di essere in un posto dove stava accadendo qualcosa di decisivo. Non formato, non pulito, forse nemmeno manifesto. Ma decisivo. Ho visto ottime proposte di spettacolo, più o meno originali disegni da riempire di colore. Malorni ha portato il graffio in gola dell’assetato, sembrava volesse dire: «Ma non vi rendete conto? Noi siamo qui, non stiamo facendo finta, siamo veramente qui e il nostro impegno è non andare via senza aver dato tutto, senza aver verificato in ciò che stiamo facendo la nostra necessità, la spinta che non solo sostiene ma fieramente determina». No, non c’è una difesa, perché non c’è nessun attacco. Forse solo un invito tradito, o un’occasione mancata di scoprire invece che di attestare, di sostenere la fragilità di chi è in scena e non di compiacere quella, troppo vulnerabile, di chi guarda. Ciò che preme è piuttosto un’indagine e un monito, per artisti di ogni genere: stiamo davvero interpretando la società o ne stiamo confezionando delle parti? Che cosa stiamo producendo: teatro o spettacoli? Passo.

Prendere la parola per affermare un hic et nunc profondamente vitale e commovente, distante anni luce dalle derive concettuali ed estetizzanti che a volte abbiamo visto proprio a Scenario (e che fortunatamente quest’anno non hanno primeggiato), ma altrettanto lontano da una scena intesa come auto da fé che voglia a tutti i costi scavare nell’animo umano costringendo lo spettatore a cadere nel precipizio. I venti minuti di Malorni, misurati in scena con un grande orologio da parete, sono stati un perfetto esempio di come, in fase di studio, si possa (e probabilmente si debba) mostrare non una sezione del proprio lavoro, ma i materiali che poi con la giusta combustione prenderanno fuoco; venti minuti che sono stati anche un grido, talmente autentico da poter calibrare la propria gittata su un muro di ironia amarissima. In questa materia grezza troviamo un libro che dovrebbe “guidare” gli italiani a farsi una nuova vita a Berlino, una barca fatta di scatole di cartone e l’uomo, appena diventato padre, che ne dovrebbe prendere il timone. Lasciare tutto, sacrificare le proprie passioni, chiudere per sempre il sipario e imbarcarsi sull’Arca: ma è questo il nostro unico destino? Oppure siamo votati a vivere quel momento, quel “qui e ora” detonatore tragico di una realtà che non ha bisogno di realismo? Ché per gli ismi non v’è più spazio ed economie, e quel grido sembra poter disegnare solo una traiettoria sghemba: fuori dal tunnel, nella luce, è in attesa l’ennesimo fallimento.
Tra le prime immagini utilizzate in questo singolare scritto – volutamente schierato – abbiamo fatto ricorso alla classica “chiamata alle armi”. Ecco, vorremmo che altri facessero proprie queste parole o almeno le considerazioni che portano avanti: noi siamo con Valerio Malorni e con la sua proposta, non per farne promozione, ma perché sia indice di direzione e ci sentiamo di poter chiedere a chi ha mezzi, spazi e che di quella stessa urgenza brucia, di avere coraggio e di investire in progetti come L’uomo nel diluvio. Non temete, non stiamo vestendo i panni degli impresari, ma abbiamo necessità, proprio nel diluvio, di dare fuoco alle polveri.

Sergio Lo Gatto, Simone Nebbia, Andrea Pocosgnich