La vita cronica: tra antropologia e favola è L’Odin Teatret

È terminato da poco, La vita cronica ultimo lavoro dell’Odin Teatret che ha registrato il tutto esaurito nella sala studio del Teatro Auditorium di Roma, mi appresto a tornare a casa salendo sul bus che attende fuori dal complesso ideato da Renzo Piano, nel sedile accanto a me immediatamente un signore distinto mi domanda se abbia visto lo spettacolo: «Glielo chiedo perché io non ci ho capito nulla». Provo ad articolare una risposta comprensibile, gli parlo della guerra, della dedica alle scrittrici russe Anna Politkovskaja e Natalya Estemirova. Chiede se l’Odin Teatret c’entri qualcosa, gli rispondo stupito. Allora prima che la conversazione si sposti su binari ancora più assurdi mi spiega che è in vacanza, viene da Genova, mi chiede l’opuscolo dello spettacolo. Lo legge con attenzione e rimane quasi soddisfatto: il quadro torna? Quando la vettura inizia a mettersi in moto entrambi torniamo nel nostri angoli di solitudine: mi chiedo come sia possibile andare a teatro tanto distrattamente, entrare in un luogo come l’Auditorium, acquistare un biglietto e accorgersi così tardi che si è a contatto con un pezzo di storia. Eppure non è uno di quei biglietti che si acquistano all’ultimo momento. Mi chiedo se possa in realtà essere un fatto positivo quello di trovarsi di fronte uno spettatore che va a teatro con la stessa leggerezza con cui si sceglie un bar o un ristorante, non curandosi dell’eccezionalità che muove la presenza dell’Odin a Roma, degli incontri organizzati con Nando Taviani prima degli spettacoli – protagonisti filmati storici dell’epoca mitica in cui il gruppo di Eugenio Barba se ne andava in giro per il mondo a barattare l’arte per l’arte –, delle repliche che verranno al Teatro Vascello, delle pagine dei giornali e del rimbombare mediatico della nostra piccola nicchia di informazione e critica web.

Quasi un’ora e mezza. Attori potentissimi, un rapporto violento col pubblico a tenere costantemente una relazione magnetica. Le tradizioni popolari si intrecciano con il presente prefigurando un futuro di guerra (ancora), la chitarra elettrica suona insieme ai canti popolari. Il ghiaccio si spacca in mille pezzi, monetine cadono copiosamente. Militari in passamontagna interrompono i canti, ogni tanto portano via qualcuno. È vero, non ha tutti i torti quello spettatore occasionale, chi cerchi un filo narrativo resta spiazzato: i personaggi di questa epopea teatrale frammentata sono gettati nella mischia senza barriere geografiche e temporali (quel 2031 riportato nella sinossi come data di ambientazione ha più valore sulla carta), entrano in contatto come se il palco fosse un ponte tra mondi differenti, difatti è posizionato in pianta centrale, con gli spettatori posti sui due lati lunghi costretti a guardarsi tra loro e a condividere l’esperienza.

C’è un ragazzo che dal Sud America va in cerca del padre, nel suo cammino incontra la vedova di un combattente basco, una casalinga rumena, una rifugiata cecena, un chitarrista rock. Una scena madre dopo l’altra con un’orchestrazione scenica perfetta che affida agli oggetti, ai gesti ripetuti (la pioggia di monete), ai lampi – con cui la scena viene in certe occasioni attraversata da movimenti furenti e in altre da una quiete angosciante e silenziosa – la creazione di un senso altro, di certo riconoscibile nella poetica/politica dell’Odin, quasi fosse un marchio di fabbrica a rischio di folklorismo, ma che comunque punta alle viscere: sempre in tensione verso un nostro io primordiale e alla ricerca dell’abbattimento di certe barriere emotive, geografiche e linguistiche. Ed è quella prossimità del pubblico a bilanciare la lontananza degli idiomi, che nella loro moltitudine espressiva, ci tengono (direi quasi beffardamente, vista l’assenza di soprattitoli) protetti da una comprensione totale e razionale. Allora i testi scritti da Ursula Andkjær Olsen insieme all’Odin assumono un significato misterico impastandosi di parole sconosciute, danesi, cecene, basche e rumene. La comprensione passa in secondo piano ad esempio quando una Madonna nera fende l’aria con la sua spada, è il suo viso a dire il resto in un perpetuo rito di vita e di morte. Le bare di vetro in cui i corpi dei vivi si uniscono a quelli dei morti, in cui il fantoccio si nasconde sotto l’essere umano, l’abito del soldato appeso a ricordare un marito portato via dalla guerra e dall’altra parte un elmetto nel quale si raccoglie l’acqua che scende da un blocco di ghiaccio: noi siamo in mezzo ad abitare uno spazio di finzione dove tutto appare estremamente reale.

Andrea Pocosgnich

foto di Rina Skeel www.odinteatret.dk

Leggi la presentazione di Marianna Masselli

visto il 17 febbraio 2013
Auditorium Parco della Musica
Roma

prossime date:

Teatro Vascello (Roma)

27 febbraio – 17 marzo 2013
– ore 21.00 (mercoledì – sabato);
– ore 18.00 (domenica)

LA VITA CRONICA
Testi: Ursula Andkjær Olsen e Odin Teatret
Attori: Kai Bredholt, Roberta Carreri, Jan Ferslev, Elena Floris, Donald Kitt, Tage Larsen, Sofia Monsalve, Iben Nagel Rasmussen, Fausto Pro, Julia Varley
Dramaturg: Thomas Bredsdorff
Consigliere letterario: Nando Taviani
Disegno luci: Odin Teatret
Consulente luci: Jesper Kongshaug
Spazio scenico: Odin Teatret
Consulenti spazio scenico: Jan de Neergaard, Antonella Diana
Musica: melodie tradizionali e moderne
Costumi: Odin Teatret, Jan de Neergaard
Direttore tecnico: Fausto Pro
Assistenti alla regia: Raúl Iaiza, Pierangelo Pompa e Ana Woolf
Regia e drammaturgia: Eugenio Barba Una produzione Nordisk Teaterlaboratorium (Holstebro), Teatro de La Abadía (Madrid), The Grotowski Institute (Wroclaw).