La Compagnia Krypton gioca di nuovo il Finale di partita

Finale di partita Krypton
Foto di Carlo Cantini

Il teatro non ha una seconda visione. In ogni caso e per ogni aspirazione d’arte, si tratta sempre e comunque di una prima. Questo il suo fascino, questa la sua inarrestabile decadenza. Così se Romaeuropa porta al Palladium il Calore di Enzo Cosimi ben 30 anni dopo la sua prima folgorante apparizione, poco più a nord sulla dorsale tirrenica la Compagnia Krypton torna di nuovo tra le parole e i silenzi di Beckett, rieditando al Teatro Studio di Scandicci il Finale di partita che già avevano affrontato 15 anni prima. Ma i ritorni del passato sono una piena novità, per chi di presente e solo di esso si può nutrire. Lo spettatore teatrale è pertanto grato agli artisti che fanno rivivere una creazione ben oltre l’origine – e quindi reinventando, punteggiano di presente il passato – e alle generazioni precedenti di critici che, rintracciando le corrispondenze, riportano il passato nel presente, riannodano fili del tempo di fronte al mutare del proprio cono di visione: gli occhi più affaticati, ma anche lo sguardo più maturo, la diversa biologia coglie uno spettatore che a distanza si trovi di fronte, se non allo stesso spettacolo, a uguale intenzione. Grato è lo spettatore teatrale a Giancarlo Cauteruccio, regista e interprete per questo splendido Beckett e a Renato Palazzi, incontrato in platea, che sulla Domenica del Sole 24 Ore il 17 febbraio 2013 ha tracciato le due linee di prima e ancora prima visione.

Cauteruccio si è misurato con molti testi di Beckett, si potrebbe dire sia uno dei pochi – forse con Glauco Mauri, Carlo Cecchi, Rem & Cap e pochi altri – “autorizzati” a portarlo in scena, per la visione che ha saputo darne e per quella che ha saputo innescare in una drammaturgia che il Novecento ha decretato classica (raccolti i suoi Beckett nel volume Nero chiaro, uscito nel 2010 per Editoria & Spettacolo). La sua consonanza all’autore irlandese Premio Nobel 1969 nasce fin da Forse. Uno studio su Samuel Beckett (1989), le due versioni de L’ultimo nastro di Krapp (1993 e 2003), Giorni Felici (1995) fino al compimento del Trittico beckettiano (2006) realizzato per il centenario dell’autore, cui Cauteruccio dedicò tutta quella stagione del Teatro Studio di cui è direttore. Ma è nel 1998 che vede la luce il primo Finale di partita, che denuncia il suo impianto dialettale già dal titolo U juocu sta’ finisciennu, interamente in calabrese. Nella nuova versione invece il dialetto è solo per alcune parti in cui Renato Palazzi ravvisa «un’eco, una cadenza», giungendo a definire che «là l’evocazione della Calabria suggeriva un retroterra di conflitti esagerati, di brutali contraddizioni, qui assume invece le sfumature vagamente nostalgiche di un più sommesso ritorno alle radici».

Finale di partita
Foto di Carlo Cantini

Ma quali sono le radici cui si fa riferimento? Cauteruccio pone il suo Finale di partita in una prospettiva deformata, tra pareti che sembrano cadere nello spazio dell’azione scenica e tengono Hamm e Clov in uno stato traballante, un disequilibrio che li sospende tra mare e terra, le due finestre sostituite da due schermi su cui lampeggia, irrimediabile, l’assenza di segnale. In questo luogo della sospensione e della dispersione, anche grazie all’uso di luci che sviluppano una tenebrosa precarietà, Cauteruccio disegna due linee: l’una che lui stesso definisce “storica”, dalla porta antica, passando per la moderna poltrona meccanica di Hamm, fino ai bidoni contemporanei della raccolta differenziata, in cui è contenuto il passato, i due vecchi genitori Nagg e Nell (paradossalmente vitalissimi Francesca Ritrovato e Francesco Argirò); l’altra che potremmo definire “esistenziale” e va da uno schermo all’altro: in bilico tra la terra e il mare inconoscibili è l’uomo, che cerca disperatamente il centro, il punto d’incontro fra le due linee nel costante pericolo di scomparire e non lasciare traccia.

Sono allora tutte di intima connotazione umana queste radici: Cauteruccio non ha intenzione di cercare la sua origine nella scrittura beckettiana, ma più universalmente di cercarvi attraverso di sé l’origine della condizione umana. Lo fa con una fedeltà estrema al testo, rispettandone i più piccoli dettagli (puntualizzando ad esempio quella precisione dei riferimenti scientifici determinante in Beckett), ma si tratta di una fedeltà sensibile che vi riconosce l’intima intenzione e cerca di portarla a compimento. Ecco allora che dal testo la ricerca affannata è di altro testo: l’immobilità di Hamm misura la centralità agognata nell’irrequietezza di un Clov frenetico, vibratile (bravissimo Fulvio Cauteruccio) che sviluppa le infinite direzioni da quel centro irradianti; in questa fotografia mossa oltre l’immobilità di Hamm, in questa caratterizzazione del disequilibrio in cui comunque sono costretti entrambi, dalla sua “poltrona a rotelle” Hamm ha bisogno della scrittura, del suo romanzo narrato di getto al padre assente, ha bisogno di tramandare parole ad altro ascolto. Come nei Beckett di oggi e di domani è nella testualità il lascito più puro, l’unico in grado di lanciarsi oltre, nello spazio della conoscenza appena afferrata e subito dimenticata, la mossa che riapre la “partita” infinite volte conclusa.

Simone Nebbia

Visto al Teatro Studio di Scandicci in febbraio 2013

FINALE DI PARTITA
di Samuel Beckett
traduzione di Carlo Fruttero
con Fulvio Cauteruccio, Giancarlo Cauteruccio,Francesco Argirò,Francesca Ritrovato
regia Giancarlo Cauteruccio
una produzione Teatro Studio Krypton