Baby Don’t Cry. A Babilonia si fa teatro, ragazzi

foto di Marco Caselli Nirmal

Teatro ragazzi. Una sfera di cui troppo poco ci si occupa su queste pagine. E il motivo sta innanzitutto in una colpevole ignoranza verso questo particolarissimo orizzonte, cosa che conduce a quella temuta ingenuità di sguardo che vorremmo sempre evitare nel nostro fare critica. E allora proviamo a dedicarci uno sguardo attento. Partendo con quello che ci capita sotto mano. La programmazione di fortuna curata dal Teatro di Roma nei due Teatri di Cintura (Tor Bella Monaca e Biblioteca Quarticciolo), il cui futuro è tuttora avvolto nella nebbia, offre qualche possibilità, con, tra gli altri, Baby Don’t Cry, progetto che Babilonia Teatri ha confezionato per il Teatro delle Briciole di Parma, vera e propria istituzione del genere.

La maggior parte di noi ha ben presenti nella memoria le taglienti invettive dei “babilonesi” Enrico Castellani, Valeria Raimondi, Ilaria Dalle Donne e Vincenzo Todesco, lo stile nudo, la recitazione che non recita e che invece scandisce le parole in un disturbante unisono, la ruvida attitudine punk che sputa le parole in faccia allo spettatore, sviluppa in lunghi elenchi di frasi, parole e assonanze una fotografia della realtà che è cinica, caustica, apocalittica eppure mai avara di ironia e di sarcasmo. Difficile immaginare lo stesso linguaggio rivolto a un pubblico di alunni delle scuole elementari. Eppure tant’è. L’eccitazione che li coglie quando si spengono le luci è difficile da controllare, l’attenzione ardua da focalizzare e conservare. Sulla scena, che ospita solo un pianoforte elettrico fotografato a intermittenza da una sirena di emergenza, una carrozzina che si illumina e uno sfavillante albero di Natale, pendono grucce con grembiuli da scuola materna, preoccupantemente simili a una “classe morta” di manichini impiccati. In altri lavori di Babilonia l’elemento figurale, nota un collega in sala, sta appeso (come ad esempio il contorno dello Stivale in Made in Italy o il bue e l’asino di The End), incombe in equilibrio precario.

Mentre nell’aria brani pop e rock (come Ciao Mamma di Jovanotti e Baby Don’t Cry degli INXS) si alternano alle registrazioni di voci adulte che un filtro rende goffamente infantili, in scena agiscono Marco Olivieri e Francesco Speri, tra i denti la stessa recitazione cui ci ha abituati Babilonia. Il ritmo è alto, i quadri non privi di qualche momento di puro divertimento clownesco, il tutto misurato sulle capacità di attenzione dei più piccoli, che si divertono e partecipano; ne paga in parte le spese la struttura, scompaginata e poco fluida; i movimenti sono qua e là goffi, sporchi, non sempre volutamente. Ma forse in questo teatro – di certo in questo spettacolo – il punto non sta lì, piuttosto nel creare un momento di comunità diverso da quello usuale e tra quelle maglie far passare concetti che siano educativi. Nel senso più alto e dunque completo del termine.

baby don’t cry

Mettere i bambini – e insieme gli adulti che li accompagnano – di fronte all’elenco spudorato di tutti i topos dell’essere bambino e dell’essere adulto, pone le due categorie anagrafiche finalmente sullo stesso piano. In uno spazio di finzione – innanzitutto spazio di gioco – e nei confini di un linguaggio scenico già maturo, si organizzano elementi attinti dalla memoria comune (modi di dire, frammenti di mi raccomando e non fare questo, non fare quello) e le loro proiezioni spalmate su una coscienza raffigurata come fragile, sempre sotto l’attacco del senso di colpa, della vergogna di un segreto dolore o di un segreto desiderio. L’educazione occidentale appare un muro di subdola e spesso involontaria censura.

Se il teatro riscopre il potere di alzare davanti allo spettatore non un muro ma uno specchio, qualcosa che restituisca di esso un’immagine fedele, il compito politico che vi si associa ha campo agevole per essere svolto. La sottigliezza – l’arte, diremmo – sta nel forgiare quello specchio donandogli proprietà deformanti mai scontate, mai prevedibili, di modo che l’immagine restituita metta in evidenza, senza tuttavia bisogno di indicare spudoratamente, i piccoli cancri di un processo. Babilonia Teatri ha saputo in questi anni costruire un linguaggio estremo che, correndo costantemente il rischio di una reiterazione che stanchi, si è fatto invece strumento di una consapevolezza artisticamente alta. Anche stavolta le «parole», così sono chiamati i copioni, diligentemente pubblicati sul sito web della compagnia a uso di tutti i lettori, sono cesellate con uno stile totalmente personale, che non insegue tanto il termine a effetto o particolarmente ricercato, quanto l’anomalia semantica, la frase che, inserita in una giungla di luoghi comuni e giochi fonetici, esplode come scheggia impazzita rivelando un messaggio disarmante e per questo profondamente vero.

Ancora una volta, e qui nella maniera più esplicita, se non è necessariamente vero che un buon teatro per adulti debba essere adatto anche ai bambini, il buon teatro ragazzi si misura invece sul suo trovare efficacia anche su un pubblico di “diversamente piccoli”. In fondo adulti si diventa, ma bambini si nasce.

Sergio Lo Gatto

visto il 6 novembre 2012 al Teatro Biblioteca Quarticciolo [programma completo]

BABY DON’T CRY
-Spettacolo per bambini e bambine dai 7 ai 10 anni-
Progetto di Babilonia Teatri
a cura di Valeria Raimondi, Enrico Castellani
con Marco Olivieri, Francesco Speri
con la collaborazione di Ilaria Dalle Donne, Vincenzo Todesco
musiche originali di Marco Olivieri
piano luci Babilonia Teatri, Emiliano Curà
scene Babilonia Teatri, Paolo Romanini TdB Lab
montaggio audio Babilonia Teatri/Luca Scotton
illustrazione Ilaria Dalle Donne
produzione Teatro delle Briciole Solares Fondazione delle Arti