Vedendo Danio Manfredini al Teatro Secci di Terni: l’emozione e i due padroni

tre-studi-per-una-crocifisione-danio-manfredini

A volte – più che spesso mi sembrerebbe di dire in questi ultimi tempi – parlare di teatro significa raccontare quel che c’è intorno, quella che da un po’ di tempo mi sono scoperto a chiamare temperatura dell’evento, quella che dà il conto non troppo dell’analisi tecnica, di cui inizio a pensare non abbiamo bisogno né io come spettatore con la penna, né tutti gli altri spettatori che la penna la tengono in tasca, quella per dirla tutta che è critica emozionale, una sorta di impulso narrativo che concede al tutto di raccontare il nulla, e all’infinitamente piccolo di dire, senza timore di smentita, l’estrema e propria verità di un panorama. Il panorama è stato quello della città d’acciaio, in cui ho sentito scorrere per poco più di una sera l’anima laboriosa dell’Umbria urbana, quella Terni di rotatorie ed obelischi messi lì soltanto per indicare, a chi senza remore se n’è partito da Roma, che alla fine di tutto e in uno spazio non mendico d’aria, avevano appena finito di costruire il Teatro Secci. Appena finito di costruire, è la frase giusta, perché appena entrati ancora c’era odore di vernice, ché lascia speranze mentre chiudono spazi in tutta Italia, vedere un teatro che si inaugura proprio oggi, e lo fa alla grande, con i Tre studi per una crocifissione di Danio Manfredini.

L’intenzione, in verità, non era che un tentativo, che credo già abortito: poter raccontare cosa sta a significare, oggi in particolare, essere nella sala che ospita sulla scena Danio Manfredini. Questo spettacolo, su cui l’artista emiliano lavora dal 1992, è un lavoro sull’opera omonima di Francis Bacon, pittore e visionario che vide la modernità eccedente della croce, intesa come una condizione esistenziale e non più simbolo trito ma vivo a nuova espressione. Tre quadri per il suo spettacolo in una scena nuda, esasperata, cadente nell’anima dei tre personaggi-umanità come cadente in noi e, forse, in loro già caduta; un lavoro sulla sofferenza, sulla solitudine, sull’inaccessibilità estrema dell’umano, non troppo ma forse troppo poco, umano. Il primo quadro è straordinariamente bello, lo studio sulla follia e sua coscienza concede al performer un personaggio che accade letteralmente in scena, affoga i canoni di ascolto di nuova espressività: gli accadimenti del mondo esterno sono esterni alla stessa vita di chi parla, in scena si soffia il naso Danio Manfredini, sceglie l’organico in quella che è la patria dell’esteriore, ossia la rappresentazione. Allora mi ricordo che tutto è partito con lui, che se lo vedo mangiare la pastina mentre presenta tutti gli oggetti che da quel momento esisteranno, in una serata solitaria e inabitabile, quello è un atto di onestà di estrema grazia, che raramente si dimentica. Il secondo quadro e il terzo hanno un legame con l’esterno più forte, sono la ricerca di un contatto, la dimensione conclusa non basta più, ha bisogno di uscire e toccare: la donna nata uomo, che ha cambiato sesso per amore, come lo straniero che vorrebbe sorridere agli uomini senza essere picchiato, sono entrambi figli del primo personaggio che ha fatto il primo tratto di Calvario, a loro spetta il resto, quel crocifisso argento appeso sullo sfondo nero: il suo riferimento, la sua causa, la sua conseguenza. Su tutto, momento di estrema poesia il cambio degli abiti: una donna dai capelli rossi si adagia come seta sul corpo martoriato del Cristo, ed è cristo anche lei, nella penombra della poca luce si ferma Danio, ogni volta, quando è nudo, lasciando l’incanto di capire, per un momento appena, l’emozione primaria, essere qui assieme a lui.

Penso, io penso uscendo da teatro, non soltanto a dove sta il gesto dell’arte e se risponde a certi canoni espressivi, ad argomentare il perché sì o il perché no, anche questo, ma non solo: io dico io, e lo dico alla fine di uno spettacolo in cui anche l’interprete – enorme – non fa altro che dire io, da così tanti anni. Lo faccio perché sento che c’è profondo bisogno di mettersi in gioco, di comprimere la mediazione e dire. Senza altro obiettivo che questo. Un ragazzo che non conosco seduto affianco, finito lo spettacolo e vedendomi prendere appunti, mi chiede se e dove scriverò; io gli do l’indirizzo di questa rivista. E mi sento adesso di parlare dritto a lui. Mettere in gioco lui e me, pensare e pensarlo. Solo così, parlando a lui e di lui, io so che starò parlando di tutti: scoprendo la riva, dire l’orizzonte. Altrimenti non avrò fatto altro che lasciarmi passare anche questo, davanti agli occhi, come di panorami meravigliosi, orizzonti mobili della percezione, di cui non avrei saputo scrivere, su preziose cartoline, niente più che insapori didascalie.

Simone Nebbia

visto il 26 maggio 2010
Teatro Secci
Terni

ERT – Emilia Romagna Teatro
Tre studi per una crocifissione
Ideazione,regia e interpretazione: Danio Manfredini
Luci: Lucia Manghi.
Collaborazione al progetto: Andrea Mazza, Luisella Del Mar, Lucia Manghi, Vincenzo Del Prete.

Comments
  • dario sanna 29 maggio 2010 at 13:59

    anche questo fa parte di un diario?perchè non sembra una recensione. non ce nè frega niente delle soggetive(infantili e banali) di simone nebbia.volete capirlo.

    • Redazione - Andrea Pocosgnich 29 maggio 2010 at 17:01

      Caro Dario ti comprendo,
      i lettori sono abituati a qualcosa di ben diverso, a un’analisi più fredda, il taglio di Simone è differente per questo molti come me se ne sono innamorati perchè e qualcos’altro rispetto alla solita recensione, inoltre su questa rivista puoi trovare un’analisi più classica dell’evento teatrale quando scriviamo io o Matteo Antonaci. Vedi ci sono diversi approcci e noi cerchiamo di sodisfarli tutti. Inoltr egli articoli di Simone sono tra i più letti e il pubblico ci si appasiona sempre di più perchè trova una continuità nel suo lavoro, capiscono che la sua è un’unica narrazione, un’onda emozionale lunga un’intera stagione teatrale e non solo…

      e poi se proprio devo dirlo, proprio nel caso di questa recensione su Manfredini la parte: “Tre quadri per il suo spettacolo in una scena nuda, esasperata, cadente nell’anima dei tre personaggi-umanità come cadente in noi e, forse, in loro già caduta; un lavoro sulla sofferenza, sulla solitudine, sull’inaccessibilità estrema dell’umano, non troppo ma forse troppo poco, umano. Il primo quadro è straordinariamente bello, lo studio sulla follia e sua coscienza concede al performer un personaggio che accade letteralmente in scena, affoga i canoni di ascolto di nuova espressività: gli accadimenti del mondo esterno sono esterni alla stessa vita di chi parla, in scena si soffia il naso Danio Manfredini, sceglie l’organico in quella che è la patria dell’esteriore, ossia la rappresentazione. Allora mi ricordo che tutto è partito con lui, che se lo vedo mangiare la pastina mentre presenta tutti gli oggetti che da quel momento esisteranno, in una serata solitaria e inabitabile, quello è un atto di onestà di estrema grazia, che raramente si dimentica. Il secondo quadro e il terzo hanno un legame con l’esterno più forte, sono la ricerca di un contatto, la dimensione conclusa non basta più, ha bisogno di uscire e toccare: la donna nata uomo, che ha cambiato sesso per amore, come lo straniero che vorrebbe sorridere agli uomini senza essere picchiato, sono entrambi figli del primo personaggio che ha fatto il primo tratto di Calvario, a loro spetta il resto, quel crocifisso argento appeso sullo sfondo nero: il suo riferimento, la sua causa, la sua conseguenza. Su tutto, momento di estrema poesia il cambio degli abiti: una donna dai capelli rossi si adagia come seta sul corpo martoriato del Cristo, ed è cristo anche lei, nella penombra della poca luce si ferma Danio, ogni volta, quando è nudo, lasciando l’incanto di capire, per un momento appena, l’emozione primaria, essere qui assieme a lui.”

      è proprio un’analisi e se leggi tra le righe è più tecnica di quello che all’apparenza può sembrare…

      magari non ti avrò convinto, ma è stato importante parlarne, grazie Dario e buona giornata.

      Andrea Pocosgnich

  • sergio 29 maggio 2010 at 15:25

  • Simone Nebbia 29 maggio 2010 at 17:11

    Dario Sanna…mmm…il fatto che dici “non ce ne frega niente” fa pensare a un movimento…che avete fatto un circoletto culturale? Eh dariosanna? Vi mando una foto di fronte, così fate pure il tiro a segno…stammi bene sannadario…

  • Threaded commenting powered by interconnect/it code.

1 2 3