Al Festival delle Colline Torinesi un focus sull’artista brasiliana Janaina Leite, per la prima volta in Italia: l’esperienza in realtà virtuale Deeper One, la conferenza-spettacolo The Material and Immaterial Body in Its Borderlines e Stabat Mater, con la madre e un attore porno, tra corpo femminile, maternità, desiderio e pornografia. Recensione
«Rilassati. Sei qui. Potresti sentirti un po’ disorientato. È normale.»

Il relax risuona, nell’esperienza quotidiana – odierna e umana, ma ancora di più per le donne – come un paradosso quasi beffardo. Il corpo femminile è vittima di un sostrato culturale e societario che lo sorveglia, lo mercifica, lo giudica, lo sottopone allo sguardo altrui, lo manipola con la subdola e pervasiva oggettivazione mediatica. Quelle parole iniziali, allora, aprono subito una voragine di senso. Non sono solo il benvenuto che l’artista brasiliana Janaina Leite, per la prima volta in Italia al Festival delle Colline Torinesi, ci dona: costituiscono un invito calcolato a scivolare nell’osservazione cruda del corpo femminile come campo di ricerca, archivio di ferite, luogo di rivendicazione e autonomia.
Janaina Leite è attrice, regista, ricercatrice e drammaturga. A Torino ci permette di entrare nel suo mondo tramite tre dense – densissime – esperienze che offrono una chiave di lettura completa relativa alla sua indagine sul corpo: Deeper One, The Material and Immaterial Body In Its Borderlines e Stabat Mater. Difficile sintetizzare le riflessioni che ne sono scaturite, le domande che ha smosso, le corde che ha toccato.

Deeper One è un’esperienza immersiva con visore per singolo spettatore. Prima dell’inizio è richiesto di compilare un form online con una serie di domande personali legate alla vita quotidiana, al sesso, alle relazioni, al corpo. L’individualità necessaria è mediata dall’ingresso in una realtà virtuale – costruita in modo ottimale – che invita il singolo a orientarsi in una dimensione sospesa tra esperienza fisica e costruzione digitale. La ricerca parte (sempre) dalla materialità del corpo ma qui giunge alla sua disgregazione percettiva. Non si è più semplicemente davanti a figure erotiche o psichicamente alterate che si offrono allo sguardo: si è chiamati a confrontarsi con una percezione che si modifica, si moltiplica e perde progressivamente i propri riferimenti abituali nello spazio artificiale. La tecnologia è qui uno strumento attraverso cui l’artista indaga la plasticità della coscienza e la possibilità di abitare identità differenti. È particolarmente interessante, in questo senso, il rapporto con la dimensione digitale contemporanea: in un periodo storico in cui siamo costantemente esposti, rappresentati e potenzialmente replicati attraverso immagini, AI e avatar, dove termina la scelta di autodeterminare la propria immagine e dove comincia la sua riproduzione, manipolazione e circolazione indipendente dalla volontà del soggetto? Deeper One apre così una riflessione che non riguarda soltanto la tecnologia, ma la stessa costruzione dell’identità. L’esperienza disorienta chi assiste nel momento in cui la posizione assunta – e da assumere – su quella sedia non è di semplice osservatore: diviene di vero e proprio soggetto coinvolto che si confronta con la propria percezione, scegliendo da che parte porsi.

Quali sono, allora, i confini della presenza? Forse risponde a questo interrogativo tutta una serie di pensieri scaturiti dalla conferenza-spettacolo. The Material and Immaterial Body in Its Borderlines permette, di fatto, di entrare più profondamente nei processi di ricerca dell’artista. Qui Janaina Leite abbandona, almeno in parte, la dimensione della rappresentazione per assumere quella del racconto e della riflessione. Il suo lavoro viene ricostruito – con un tono di voce quasi ipnotico, dato dal suo delicato timbro portoghese, ma allo stesso tempo profondo e serio – attraverso un intreccio di esperienze personali, riferimenti teorici – molti a Georges Bataille e altri che fanno ripensare a Judith Butler – interrogativi psicoanalitici e sperimentazioni artistiche. Il confine tra “corpo materiale e immateriale” diventa il punto di partenza per interrogare la coscienza, ancora una volta la percezione e poi la costruzione dell’identità. Leite racconta un’indagine che attraversa territori di vulnerabilità e alterazione, esperienze-limite in cui la percezione di sé viene destabilizzata. L’incontro non si esaurisce in una spiegazione didascalica delle opere presentate durante il suo soggiorno al festival, ma diventa un ulteriore dispositivo performativo: anche il pensiero, il processo creativo e la confessione autobiografica diventano performativi. In questo spazio intermedio di chiaroscuri emerge uno degli aspetti più significativi della sua poetica: la difficoltà di tracciare una separazione netta tra arte e vita, tra esperienza e rappresentazione, tra ciò che appartiene alla sfera intima e ciò che può essere condiviso pubblicamente. La riflessione teorica non precede semplicemente la scena, ma nasce insieme ad essa e continua sempre ad alimentarla. Il corpo è allora una presenza in continuo divenire, un luogo in cui si ridefiniscono continuamente i confini della soggettività.

Lo spettacolo, invece, tra quelli di punta del festival – tanto atteso quanto applaudito – porta nel titolo il richiamo alla liturgia cristiana dello Stabat Mater attribuita tradizionalmente alla scrittura di Jacopone da Todi e alla figura di Maria accanto al figlio crocifisso. Leite, però, riprende soprattutto il testo omonimo (1977) della filosofa e psicoanalista Julia Kristeva. Questo rende possibile mettere davvero in discussione i preconcetti collettivi sulla donna, legati all’immagine culturale della maternità come esperienza pura, universale, sofferta e separata dalla sessualità. La Vergine Maria rappresenta un paradosso laico estremo: è una madre senza sessualità, donna resa modello proprio attraverso la sospensione simbolica del desiderio sessuale. La questione non riguarda né fede, né credenze, né interpretazioni: tutto lo snodo drammaturgico dell’artista ha origine dal modo in cui una rappresentazione religiosa è da secoli modello sociale del femminile e dal modo in cui viene messo in contatto con ciò che tende a escludere: desiderio, erotismo, conflitto, ambivalenza affettiva. L’attrice dichiara di aver iniziato a pensare a questo lavoro anche per recuperare il rapporto con la figura materna, lasciato ai margini nella precedente ricerca condotta per Conversas com meu pai (2014) circa la figura del padre. In scena infatti c’è Janaina Leite accompagnata da sua madre – Amália Fontes Leite – e da un attore porno – Lucas Asseituno – che indossa una maschera da orso a coprirgli costantemente il volto. La scenografia non è particolarmente articolata: al centro c’è un tappeto rosso abbastanza ampio, al lato del palco, in alto, la scritta stabat mater illuminata, due sedie, un tavolo, un palo da pole dance sulla destra. La compresenza delle tre specifiche figure rompe la sterile dicotomia tra sacro e profano, tra il corpo generativo-protettore della madre e quello performativo del porno-attore.

Leite cerca di sradicare i tabù relativi alla figura della donna: ci mostra il suo corpo nudo, spogliato da ogni preconcetto e in video le scene erotiche non hanno censure. La sua esperienza di madre cambia le traiettorie della sua vita ma non annienta il suo desiderio di donna. La performer condivide il video del suo parto naturale, lascia argomentare la madre (che non è attrice, ma che con generosità si fa presenza scenica matura e determinante) sulla violenza subita da bambina in una zona vicino casa durante il tragitto verso scuola. La figura maschile non è onnipresente in scena: questo sovverte i ruoli e quasi annulla, con intelligenza, gli abusi di potere che ancora oggi l’uomo sente di poter esercitare. Lucas Asseituno introduce così un ulteriore livello di ambiguità: l’uomo è privato di una fisionomia individuale e trasformato in una presenza che oscilla tra desiderio, potere e immaginario erotico. La scelta è significativa anche per il rapporto che instaura con il corpo della stessa Leite: mentre l’uomo rimane anonimo dietro la maschera, la performer si espone attraverso la propria storia, la propria sessualità e la propria esperienza di maternità. Il dispositivo scenico rovescia così le consuete gerarchie dello sguardo: non è più il corpo femminile a essere offerto passivamente all’osservazione di un soggetto maschile, ma è la donna a determinare le condizioni della propria esposizione, assumendo il controllo della narrazione e della rappresentazione.

Nel solco di ciò che fatica ad esser mostrato si inserisce con dirompente potenza Stabat Mater, richiamando un’assonanza viscerale con la ricerca di Carolina Bianchi (già applaudita in contesti italiani come la Biennale Danza 2025 per l’edizione intitolata Myth Makers). Entrambe le artiste sono accomunate non solo dalle origini brasiliane, ma anche dal forte desiderio di non confinare il femminile a una rappresentazione univoca. Entrambe rifiutano la riduzione millenaria della donna a mero oggetto di sguardo, erotico e pietistico, o a sineddoche sacrificale della maternità, rivendicando la complessità irriducibile di una soggettività che è insieme desiderio, ferita, voce e sessualità autonoma. Bianchi con Cadela Força (trilogia composta dai capitoli A Noiva e o Boa Noite Cinderela, The Brotherhood, Uma Luz Cordial rispettivamente del 2023, 2025, 2026) e Leite con il proprio repertorio scuotono lo spettatore e lo mettono di fronte a una rivendicazione di genere senza timore dell’esplicito.

Questo, appunto, si traduce con la pornografia che si mostra come uno dei punti più delicati della ricerca di Leite: chi produce l’immagine, chi ne definisce le regole, chi viene guardato, chi guarda, chi può interrompere l’azione e chi possiede il potere di attribuirle un significato? In Stabat Mater, ma anche in Deeper One, gli elementi pornografici portano il pubblico a interrogarsi proprio su questi aspetti. La pornografia viene trasferita in un contesto teatrale nel quale la sua apparente immediatezza è continuamente rimessa in discussione dalla parola, dalla cornice scenica e dalla consapevolezza di assistere a una rappresentazione. Il corpo diventa così un luogo di conflitto tra il desiderio individuale e i codici che lo rendono visibile.

Un altro concetto fondamentale per leggere Leite sembra essere quello di abiezione, sviluppato da Kristeva in Pouvoirs de l’horreur. Essai sur l’abjection (1980). L’abietto è ciò che disturba i confini attraverso cui organizziamo il mondo: ciò che non riusciamo a classificare facilmente, che ci attrae e ci respinge, che mette in crisi la distinzione tra puro e impuro, interno ed esterno, accettabile e inaccettabile. Il corpo femminile sessuato può essere reso abietto quando contraddice l’immagine idealizzata della donna. La pornografia, la sessualità materna, il desiderio non conforme e il trauma possono diventare materiali che una cultura tenta di espellere dal proprio spazio rispettabile. Il teatro di Leite compie un movimento opposto: porta tali materiali in scena e costringe lo spettatore a confrontarsi con il proprio bisogno sociale di classificarli. Significativo anche il modo in cui Janaina Leite coinvolge proprio fisicamente il pubblico. Non solo il numeroso seguito e l’attenzione matura durante la conferenza o l’immersione con il visore: la regista chiama dalla platea uno spettatore, invitandolo a darle uno schiaffo sul volto, più di una volta, sempre più forte. Un gesto che rimette in scena il trauma della «violenza» il cui «ritratto è la violenza stessa».

La presenza di Janaina Leite alla 31ª edizione del Festival delle Colline Torinesi assume un significato che va oltre la presentazione di un’artista internazionale per la prima volta in Italia. Il festival sceglie infatti di dedicare alla sua ricerca un vero e proprio focus, costruito attraverso tre differenti esperienze che consentono di attraversarne le molteplici direzioni. È una scelta curatoriale interessante e coraggiosa perché restituisce al pubblico non soltanto il risultato di un processo artistico, ma anche le domande che lo alimentano. Il teatro viene così inteso come uno spazio di ricerca, in cui la rappresentazione non è necessariamente il punto di arrivo, ma uno strumento di conoscenza utile affinché venga ripensata la normalità di cui si è schiavi.

Il focus dedicato a Leite dialoga con una delle questioni più urgenti della scena contemporanea: la necessità di ripensare il corpo, la sua esposizione e la sua relazione con l’altro, senza ricondurlo a categorie imposte e a topoi prestabiliti. È un indirizzo che riconosce alla programmazione di Isabella Lagattolla e Federica Rosellini una funzione anche critica e culturale. Ospitare lavori che non offrono risposte rassicuranti, che disorientano e talvolta mettono a disagio, significa riconoscere sia allo spettatore un ruolo attivo sia al teatro la possibilità di essere ancora necessario per interrogare il presente.
Sara Raia
Visto al Teatro Astra, Torino | Ottobre 2026, Festival Colline Torinesi










