Questa recensione fa parte di Cordelia di ottobre 26
Nel 2067 il mondo è uno scenario apocalittico sull’orlo del baratro. Ma ventiquattro anni prima, un leggendario tennista/profeta, idolo delle folle, avrebbe potuto probabilmente evitarne la catastrofe. Con Cuore di porco, Carrozzeria Orfeo torna a esplorare le derive distopiche della società contemporanea, facendo ricorso a una struttura compositiva che si affida agli espedienti tecnici dei contenuti seriali audiovisivi (il cold open, ad esempio) utilizzati per catturare immediatamente l’attenzione del pubblico, presso cui la compagnia gode di un consenso ormai ampio e consolidato. Nel prologo si entra, dunque, nel vivo del racconto, contaminato, nella forma, dall’ibridazione di diversi linguaggi: lo spazio, dominato dalle animazioni immersive di Federico Bassi e dalle sonorità live di Massimiliano Setti, che condividono la scena con Matteo Berardinelli, costituisce il contesto immaginifico della storia. Il dispositivo drammaturgico, a cura di Chiara Arrigoni, Filippo Capobianco, Francesco Petruzzelli, con la supervisione di Gabriele Di Luca, è suddiviso in sette capitoli e intreccia i percorsi di tre personaggi, interpretati da Berardinelli: il coach/profeta, la madre e il maiale. Un ulteriore salto temporale circoscrive la specificità allegorica di quest’ultimo, vero e proprio elemento di innesco per le successive metamorfosi. L’attesa dell’ineluttabilità della fine, rappresentata dai suini in fila verso il macello, lo sfruttamento intensivo, l’iper-produttività – con tanto di segnalazione, su un display, della trasformazione in merce alimentare processata – il rapporto uomo-natura, il trapianto di cuore di maiale nel corpo del tennista, la dicotomia tra il dentro e il fuori – esplicitata da una gravidanza prolungata, con «infinita gioia», oltre i limiti biologici – e generata dall’amplesso onirico con un maiale, svelano l’assoluta centralità di questa figura, motore dei processi trasformativi. L’aria è ferma, la realtà è terribile, «eppure tu spingi per uscire»: è ancora possibile salvare il mondo? E sottrarsi al mors tua, vita mea? Ma, soprattutto, allo spettatore resta spazio e tempo, in una messinscena così serrata e incalzante, per pensare? (Giusi De Santis)
Visto allo Spazio Diamante. Di: Chiara Arrigoni, Filippo Capobianco, Francesco Petruzzelli; Supervisione drammaturgica: Gabriele Di Luca; Con: Matteo Berardinelli, Massimiliano Setti, Federico Bassi; Regia: Gabriele Di Luca, Massimiliano Setti; Produzione: La Corte Ospitale, Centro Teatrale MaMiMò Fondazione Campania dei Festival, Campania Teatro Festival.










