Recensione. Dal Txt festival del Teatro di Napoli How I Learned to Drive di Paula Vogel, con l regia di Tara Manić

Guidare s’impara una volta e non si disimpara più, e quasi sempre in famiglia, seduti al volante, con qualcuno di casa accanto a correggerci. Quanto alle famiglie, Tolstoj ci ha lasciato in eredità la più citata delle sentenze, e cioè che quelle “ felici si somigliano” mentre, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo”. Accostati, i due adagi offrono una prospettiva complementare, ovvero che ciò che una famiglia ci insegna, nel bene quanto, soprattutto, nel male, resta per sempre. E la dicono con la rotondità rassicurante dei luoghi comuni. Luoghi, appunto: posti comodi in cui sedersi e da cui guardare il mondo con un giudizio già pronto. How I Learned to Drive di Paula Vogel sembra offrirci uno di questi posti in sala, tra una famiglia infelice e una storia apparentemente limpida. Ma il posto che Tara Manić ci assegna non ha nulla di comodo.
Al Ridotto del Mercadante di Napoli il pubblico siede attorno a un ring, su file di sedie disposte a più livelli lungo i quattro lati di un quadrato vuoto. Occorrono pochi minuti per accorgersi di quanto siano scomode quelle sedute, e di quanto sia esposto chi le occupa. Dentro il quadrato si muovono soltanto due figure, uno zio e sua nipote. Tra gli spettatori restano alcuni posti liberi, che gli interpreti occupano, migrando da un lato all’altro del perimetro a ogni salto temporale, così che la distanza tra i loro corpi, e quella tra loro e noi, si ridisegna scena dopo scena. Per qualche minuto ci illudiamo di aver capito come andrà, dove risieda il male, chi meriti la nostra pietà e chi la nostra condanna. Poi quel disagio, che sembrava soltanto fisico, si estende allo sguardo, e i pregiudizi con cui eravamo entrati si sgretolano uno a uno, senza che lo spettacolo conceda loro alcuno spazio. Giovane regista belgradese, Manić approda a Napoli dopo la prima italiana dello scorso marzo per FOG alla Triennale di Milano, e porta il testo di Vogel alla prima edizione del TXT Festival, la rassegna che il Teatro di Napoli – Teatro Nazionale ha affidato alla cura di Pier Lorenzo Pisano e consacrato alla drammaturgia contemporanea, fino a mutuare il proprio nome dal più spoglio dei formati digitali, il file di solo testo (.txt, appunto). Il testo vuole essere esaltato nella sua forma più radicale, dunque. Difficile immaginare un manifesto più coerente di questo spettacolo. Il testo di Paula Vogel affiora, spogliato di ogni mediazione, nella sua cruda efferatezza, affidato a una regia minimalista e a due interpreti straordinari.
Nata a Washington nel 1951, Paula Vogel è tra le voci centrali della drammaturgia statunitense: autrice di The Baltimore Waltz e Indecent, per oltre vent’anni ha insegnato drammaturgia alla Brown University e a Yale, formando autori come Lynn Nottage e Sarah Ruhl. Premio Pulitzer nel 1998, How I Learned to Drive nasce da un’esperienza che lei stessa ha riconosciuto come autobiografica ed è spesso stata definita una Lolita rovesciata, la stessa storia restituita finalmente alla voce di chi l’ha subita. Li’l Bit, ormai adulta, ricompone la relazione con lo zio Peck — marito della zia, unico in famiglia a credere nei suoi studi, maestro di guida paziente e instancabilmente metodico — procedendo per scarti temporali, anzi, con quel passo laterale di chi cerca una frequenza girando la manopola dell’autoradio. Nell’adattamento di Vuk Bošković la vicenda lascia il Maryland degli anni Sessanta per i giorni nostri e perde il coro greco con cui Vogel dava corpo a madre, nonni, zia, compagni di scuola. Qui la regia compie il suo gesto più radicale, e più silenzioso: quel coro siamo noi. Le sedie disposte a ring non sono allora soltanto una scelta di prossimità. Sedervi significa accettare un posto nella famiglia di Li’l Bit, un clan grossolano e sguaiato che distribuisce soprannomi anatomici ai propri figli e commenta a tavola il seno della nipote tra una portata e l’altra, perverso prima ancora che la perversione si manifesti. E chi siede a quella tavola è complice, ha visto e ha taciuto.
La drammaturgia procede con il passo di un thriller capovolto. L’angoscia non nasce dall’ignorare ciò che accadrà, quanto dalla speranza, ostinata e irragionevole, che l’abuso fisico non si manifesti. Tiriamo un sospiro di sollievo quando, durante il suo diciottesimo compleanno, la ragazza decide di interrompere la tresca. La fine di ogni salto temporale sembra concederci una tregua, dal confine che lo zio giura di non oltrepassare, alla promessa che nulla avverrà senza il consenso di lei, alla premura quasi paterna con cui le spiega come si avvia un motore. Nella mente di chi guarda, l’inevitabile resta irrealizzato fino all’ultimo minuto. Poi Vogel, e Manić con lei senza alcuna enfasi, svelano il punto d’origine del racconto: un viaggio in macchina verso il mare, una bambina di undici anni. La violenza non era imminente, era già stata compiuta. Tutto ciò cui abbiamo assistito non ne era l’attesa, bensì la lunga eco. La struttura a ritroso ha agito su di noi con la stessa pazienza con cui lo zio ha agito su di lei, lasciandoci sperare in qualcosa di già perduto in partenza.

Per Vogel l’automobile è un’architettura prima che un’immagine, una grammatica del potere. Chi sta al volante decide la velocità, il percorso, l’ora del ritorno; chi siede accanto può soltanto fidarsi. Le lezioni di Peck insegnano a Li’l Bit a non prendere mai una multa, e insieme a leggere in anticipo le intenzioni altrui, a difendersi, infine, proprio da chi le ha insegnato a farlo. È un’eredità avvelenata, eppure l’unica che le consenta, da adulta, di congedare quel fantasma. Lo abbandona al degrado che il testo annuncia fin da principio, l’alcol, la solitudine, una caduta annunciata di cui anche la protagonista ha sfiorato i bordi nell’anno scolastico perduto tra bottiglie e autostrade.
La nudità della messa in scena si rivela qui per una scelta di sguardo prima che di stile, quello di una regista che con il testo della Vogel è in grado di intrattenere un dialogo alla pari. Nata a Belgrado nel 1994, formatasi alla Facoltà di Arti Drammatiche della sua città e artista associata di Heartefact, fondazione che dal 2009 sostiene una pratica teatrale nei Balcani occidentali, Tara Manić predilige testi scritti per interpreti femminili, scelta che definisce una forma di resistenza nel repertorio serbo. Dell’opera di Vogel sorprende la sua lettura personale e decisa. Con Vuk Bošković, autore dell’adattamento, porta il testo nel presente, gli toglie il coro greco, per affidarlo al pubblico, scelte che le sono valse lo scorso maggio, a Rijeka, il premio per la regia, uno dei cinque raccolti dallo spettacolo.
Manić consegna l’intera tenuta della serata a Svetozar Cvetković, volto storico del cinema jugoslavo, e Marta Bogosavljević guidandoli verso ciò che del testo è più arduo preservare: il rispetto per i personaggi, la delicatezza, persino la tenerezza con cui Vogel riveste le sue creature, sottraendole a qualsiasi tribunale. Il Peck di Cvetković non ha nulla del mostro che il pregiudizio ci aveva preparati a riconoscere. È un uomo garbato e premuroso, l’unico adulto che in quella famiglia sguaiata ascolti davvero la nipote e ne sostenga i sogni di studio. Ci risulta simpatico, e lo ammettiamo con imbarazzo. Vorremmo condannarlo, per lui riusciamo a provare anche disgusto, eppure, ne abbiamo condiviso al punto le fragilità, quel dolore senza nome che nemmeno la moglie sa raggiungere, che la sua fine ci strappa una pietà che non avremmo voluto concedere. Bogosavljević dà a Li’l Bit un viso infantile attraversato da uno sguardo già malizioso, animato da atteggiamenti civettuoli appresi dalla madre. La sua interpretazione lascia man mano affiorare il sospetto che a tratti sia lei ad approfittare dell’infatuazione dello zio, a sentirsi alla guida di quello spazio protetto e fittizio, in un gioco perfido di raggiro reciproco. Ma chi manipola chi? La risposta risiede nell’illusione stessa di poterlo stabilire. Il testo si guarda bene dal pronunciarsi, e noi, scena dopo scena, perdiamo la capacità di farlo. Privi di strumenti, non sappiamo più assolvere né condannare. Siamo caduti in trappola. Credersi al volante è l’inganno più raffinato che l’abuso sappia confezionare per la propria vittima, e l’empatia che la regia ci estorce misura quanto a fondo questa logica abbia già attecchito in noi. Nella scomodità di quelle sedute è accaduto un riconoscimento, distinguiamo con nitidezza le dinamiche, le complicità, i silenzi di chi sapeva, le confidenze che diventano ricatto, le attenzioni che assumono lentamente la forma del possesso, e le sentiamo pericolosamente vicine.

How I Learned to Drive ci costringe ad ammettere un’assuefazione alla banalità del male. Dove abbiamo imparato a familiarizzare con la violenza, a lasciarla sedere alle nostre tavole, a farle spazio nelle stanze più intime? La prossimità che Manić impone al suo pubblico è assai più di un espediente, ma la forma visibile di una vicinanza più profonda, un’abitudine che matura a fuoco lento nelle zone grigie della fiducia e dell’affetto, nelle cene di famiglia, nelle battute che nessuno interrompe, nella mano che corregge la nostra postura al volante. È un vizio della società prima che dell’individuo, di una modernità che ha imparato a conviverci senza più accorgersene e che non ha bisogno di “mostri” per riprodursi. Vogel lo incarna in Peck e gli dà la forma di una mancanza che né l’alcol né il matrimonio sanno colmare, e che lui pretende di sanare nell’unico legame in cui gli pare di scorgere un’innocenza, destinata a svanire nell’istante stesso in cui la desidera. Quell’amore non è rimedio, ma eredità di un male che si tramanda di generazione in generazione, come una lezione di guida. Sugli specchietti delle automobili americane un’avvertenza ricorda che gli oggetti riflessi sono più vicini di quanto appaiano. Li’l Bit lo ha imparato guidando, a noi, in sala, è stato sufficiente restare seduti.
Serena Spanò
Ottobre 2026, Napoli, TXT Festival
HOW I LEARNED TO DRIVE di Paula Vogel; regia Tara Manić; traduzione Ivana Đurić Paunović; adattamento Vuk Bošković; con Svetozar Cvetković e Marta Bogosavljević; scene e costumi Zorana Petrov; musiche Vladimir Pejković; disegno luci Nemanja Calić e Zorana Petrov; produzione Heartefact, Belgrado. In lingua serba con sovratitoli in italiano e inglese. Visto al TXT Festival 2026, Ridotto del Teatro Mercadante, Napoli, il 4 ottobre 2026.










