A Short Theatre 2026 in prima nazionale El Corazón de Ester, l’ultimo lavoro del regista, performer e drammaturgo spagnolo Alberto Cortés. Recensione

Replica otto su cinquanta: un destino già segnato, una data di scadenza impressa sul sipario del Teatro Vittoria di Roma. In platea, il chiacchiericcio di un pubblico variegato per età e abitudini teatrali; dall’altro lato del telone, un silenzio che si prolungherà anche oltre la sua apertura. Appare una figura seduta, i palmi abbandonati sulle ginocchia e rivolti al cielo, pia immagine di purezza e di resa. Se ne sta a lungo muta, immobile sul lato di un palcoscenico ingombro di pochi elementi, lo scheletro delle pareti di servizio esposto. Quando prenderà la parola, dialogando con il suono e la luce che rispondono ai suoi cenni da direttore d’orchestra, domatore del tempo, sarà questa a riempire la scena. Attorno alla parola e quasi esclusivamente per suo tramite si consumerà la función, ed è quanto mai azzeccato che in lingua spagnola il lemma approssimi lo spettacolo al rito religioso.
Nato a Malaga nel 1983, Alberto Cortés incontra il palcoscenico scoprendovi il luogo eletto di una professione di fede. Come racconta nei suoi scritti e in una recente intervista, da giovane vive intensamente la fede cattolica, votando a Dio “quasi tutto il fuoco della gioventù”. Aspirava ad essere un santo. Poi la lotta, l’appropriazione dell’identità queer, il passaggio all’età adulta che compromette e riscrive i confini e l’indirizzo di quella devozione. La scena diventa la sua chiesa e il suo lavoro resta impregnato di spiritualità riconvertita, reimpastata, contaminata. Dal 2009 attraversa la creazione artistica in continua sperimentazione. Il suo linguaggio sfugge alle etichette, ma risuona di elementi ricorrenti: la parola poetica, la sua declamazione al contempo estatica e sfacciata; il corpo che mai rappresenta, mai imita ma sempre vive, abitato dalla parola; la voce sottile, squillante fino a diventare canto.

El Corazón de Ester, suo ultimo lavoro, è forse la creazione in cui più apertamente si manifesta l’idea della scena come altare di un sacrificio. Camuffato da misteriosa visione vittoriana, Cortés gioca con la propria identità di artista, corpo esposto condannato a sparire, il cuore consumato dall’essere visto. Rivolgendosi esplicitamente allo spettatore, con la mediazione sublime del verso, tratteggia questa relazione d’amore romantica e tossica che lo rende schiavo, alla mercé di uno sguardo, carne nel piatto di chi lo guarda. Mangiare e vedere sono azioni distinte, ma qui coincidono. Ineludibile come le più alte forme d’amore, il palco è per lui salvezza e gabbia, tenerezza e terrore, confessione e testamento. Questa condizione diventa materia di rappresentazione, o forse espediente perché quel rito che consuma l’interprete – messo in risalto dalla numerazione esplicita delle repliche – possa comunque continuare a rinnovarsi.
La sua presenza in scena è una visione da tela di Goya: l’ampio gonnellone, le braccia appuntate sui fianchi, i larghi occhi, i riccioli neri che sbucano sotto il cappello dalla larga visiera annodato sotto il mento. Ester riverbera nella luce dorata come polvere di campagna che sembra alzarsi ad ogni suo passo, sotto il fruscio del raso grezzo. È la parola ad innescare l’incanto, e in lei tutto converge. Con la poesia Cortés eleva questa speciale forma di autofiction a esperienza mistica: guardiamo e siamo guardati, adorati e condannati, condotti per le strade antiche e inafferrabili del verso da una voce che progressivamente si svela, mentre dichiara di sparire.

Tutta la performance è attraversata da un soffio remoto, sospinta da una lingua eterea e insieme carnale che sveglia il corpo e lascia storditi. Nell’impasto linguistico che alterna registri distanti – affondi umorali e afflati bucolici – compaiono in filigrana le tante ispirazioni letterarie dell’autore, da Simon Weil a Emily Dickinson. Forse per suggestione o per prossimità ancestrale, è inevitabile intravedere anche il profilo sottile e tragico di Federico Garcia Lorca, il suo verso ardente e contadino, la tenacia della devozione al teatro come poesia incarnata, quel duende che impone all’artista di abbracciare il suo destino. Curioso scoprire che Cortés ne vestirà i panni per il grande schermo, nella pellicola di prossima uscita La Bola Negra di Javier Calvo e Javier Ambrossi che rappresenterà la Spagna agli Oscar nel 2027.
A dispetto della materia tragica su cui si fonda, la performance tradisce un sorriso di fondo, una sottile autoironia in ogni gesto, in ogni posa, nello squillo della voce. Tutto è vivo, asciutto, urgente. Eppure nulla è verosimile, naturalistico, anzi è spinto all’estremo del posticcio, come raccontano quel costume, quei gesti segmentati, quella relazione col suono, con l’amplificazione che a comando rende eco la sua voce. Recitando una figura dimessa, raccontandoci una vulnerabilità pia e arresa, Cortés nasconde la fierezza dell’artista che guida l’occhio e il respiro del pubblico, lo invita a godere di quel suo sacrificio come ne gode lui stesso. Mi lord, ci chiama: destinatari di sospiri e ingiurie vestite di versi bucolici e languidi. È la messa in scena della sindrome di Stoccolma, ma in chiave queer, nell’accezione forse meno frequentata: quella della tenerezza, della gioia di vivere, del godimento del gioco. Perché il teatro, la poesia, la bellezza non sono che un gioco, sanno metterci al centro della tragedia del vivere ma possono farlo con leggerezza, con grazia. Scesa in platea, Ester ci interroga da vicino: «se lo spettacolo finisse qui, ne parlereste bene? Qualcuno ha portato con sé un’arma? Se qualcuno ha pensato di uccidermi lo faccia ora, brillo di più quando mi concedo velocemente». E continua a ripeterci: io non esisto. Io sono voi. Svanisco in voi. Perché voi mi vediate, io devo sparire.

Il feticcio della fanciulla vittoriana e dei suoi vezzi pian piano scompare, la gonna diventa un pantalone, il torace svela un alone blu sul petto (sangue regale ma dilapidato?), si abbandona al canto. Dopo la tempesta, appare La Stella, arcano che annuncia la speranza, la guarigione, il rinnovamento spirituale. Il rito si è consumato e l’augurio di Ester – che ormai è del tutto Alberto – è che non esistano più teatri, che non ci servano più! Che non ci serva più un altare per consumare il sacrificio dell’incontro, della rinascita, dell’armonia.
Si pudiera buscaría la manera
De ser lirio en una calle empedrada
Que la vida no nos salga tan cara
Que ser cuerpo no determine nada
Si pudiera elegiría ser paisaje
Y acogeros de noche en una rave
Que alcancéis mis cimas más altas
Que el teatro ya no nos haga falta
Sabrina Fasanella
El Corazón de Ester
Visto al Teatro Vittoria di Roma – Short Theatre 26
ideazione, drammaturgia, testo, regia e interpretazione Alberto Cortés
luci Benito Jiménez
suono Óscar Villegas
direzione musicale e violino Luz Prado
chitarra Adriano Galante
coro e piano proyectoeLe
direzione tecnica Cristina Bolívar
sovratitoli Marion Cousin
spazio scenico Víctor Colmenero Mir
pittura Miguel Oliver
costumi e assistenza di produzione Gloria Trenado
cappello Patricia Buffuna
accompagnamento al movimento Janet Novás
occhio esterno Amalia Fernández
fotografia Manu Rosaleny, Alejandra Amere
video Johann Pérez Viera
produzione El Mandaíto Producciones SL
co-produzione Centro de Cultura Contemporánea Condeduque, Kunstenfestivaldesarts, Grec 2026 Festival Barcelona, Festival d’Automne à Paris, Théâtre de la Bastille, Centre de les Arts Lliures de la Fundació Joan Brossa, Agencia Andaluza de Instituciones Culturales – Teatro Central y Tanzquartier Wien
con la collaborazione di Festival Citemor, CAMPO, Azala, Graner
progetto è sostenuto in parte da una sovvenzione di Acción Cultural Española (AC/E), ente pubblico statale
e con il sostegno della Real Academia de España en Roma











