Dopo le repliche del 2025 a Santarcangelo e poi del 2026 in altre città come Milano e Venezia, l’opera di Ewa Dziarnowska è tornata in Italia, nel cartellone di Short Theatre 2026. Presentiamo qui quattro diverse angolazioni che raccontano l’esperienza performativa e spettatoriale.

Nel latte del tempo
di Andrea Pocosgnich
Con altre amiche e colleghe, all’uscita abbiamo pensato che forse avremmo avuto bisogno di non vedere altro per far fermentare le sensazioni affiorate nelle tre ore di spettacolo. Spazio, corpi e desiderio: è dentro questa triangolazione che precipita il tempo della performance di Ewa Dziarnowska diventando man mano sempre meno denso, perdendo i contorni di una scansione razionale fino a scivolare liquido (Il latte dei sogni era il titolo di una Biennale arte di qualche anno fa) verso un punto di fuga che paradossalmente nega l’etichetta “durational” che accompagna l’opera. Nella grande sala della Pelanda il pubblico è disposto intorno, ma alcune sedie sono impilate e ci viene chiesto di non utilizzarle, saranno le due performer (Dziarnowska e Leah Marojević) a creare ulteriori spazi interni spostando le sedute, dando forma alla comunità temporanea, dismettendola e ricreandola ogni volta; il pubblico può rimanere fermo o decidere di far parte della scena, di entrare nel centro degli sguardi. Al bar, in fila per la birra, un artista, che era parte della platea, mi farà riflettere su quanto la varietà del pubblico di Short Theatre abbia influito, quanto un pubblico formato anche di artiste e artisti abbia determinato la relazione con l’opera (e penso, in questo caso, a un’influenza arricchente).
This resting, patience appartiene alla nuova ondata della danza polacca che in questi anni abbiamo conosciuto in Italia grazie alla direzione di Santarcangelo Festival a opera di Tomasz Kireńczuk (oltre a Dziarnowska, Alex Baczyński-Jenkins e Wojciech Grudziński ad esempio), ma è il carattere teatrale più che quello coreutico a colpirmi: la danza è uno dei linguaggi, ma è anche parte di una lingua con la quale le due performer comunicano tra di loro e con il pubblico, e le tensioni – erotiche e non -, le energie, sono teatralissime. Siamo in un luogo che trattiene invece di respingere, verso il finale tutto si tinge di un riverbero lynchiano, e la ripetizione viene interrotta da un urlo che sembra voler crepare il tessuto lattiginoso del tempo. In quell’urlo ci vedo tutto, tutta la sofferenza della nostra epoca, senza parole, dentro una gola ferita.
Dove riposa il desiderio
di Andrea Zangari
This: Dziarnowska racconta di aver incontrato il titolo anni fa, su un muro di Lisbona: “This resting, patience is made of what you said but never deliver”. Una formula instabile, con la virgola che inciampa troppo presto. “This” indica qualcosa che è qui, presente. Un rettangolo di moquette blu Klein, sedie a cornice, due corpi che danzano, si espongono, guardano. Poi la geometria si guasta: le sedie migrano, invadono il campo, i punti di vista si spezzano. Spettatori e spettatrici diventano bordo fluttuante, ostacolo, appoggio. Lo spazio non contiene la danza: viene prodotto dalla relazione tra chi danza e chi guarda. Guardare significa contribuire alla forma, farsi largo con gli occhi per un POV più intimo.
Resting: non è solo riposo. È un corpo che si abbandona senza smettere di attendere. Nel blu saturo, tra il sogno di uno strip club e il ricordo di Kieślowski, guardare significa inevitabilmente desiderare. La componente erotica dilaga nel mare di luce che pulsa e glitcha: sarebbe disonesto negare che lo sguardo ha ormai sete di quei corpi magnetici, soprattutto quando escono dal tappeto e riposano, seminascosti a turno, sul fondo della stanza.
Dziarnowska e Marojević sanno di essere guardate e guardano a loro volta. Scelgono una prossimità, insistono su qualcuno, interrompono una distanza o un approssimarsi. Anche il pubblico diventa materia erotica: seduto, spostato, lambito, margine mobile. A volte basta la possibilità di essere scelt*, sfiorat*, inclus* in uno sguardo. Non si assiste passivamente al desiderio: lo si propaga.
Patience: poi occorre il dono del tempo, per sottrarre l’esperienza alla necessità che qualcosa accada. Tre ore in cui si può entrare, uscire, tornare; una durata che non chiede fedeltà, ma disponibilità. La pazienza non consiste nell’aspettare un compimento, ma nel restare abbastanza perché lo sguardo cambi temperatura: accettare ripetizione, intermittenza, perfino il vuoto; smettere di domandare alla danza dove stiamo andando.
A un certo punto ciò che riposa, desidera e attende non sono più soltanto i due corpi al centro. È l’intera stanza. E forse quel “this” indica proprio questo: noi, qui, per tutto il tempo in cui riusciamo a restare. Non si può che ripartire daccapo.
Guardare ed essere guardati. Lo spettatore This resting, patience
di Viviana Raciti
Lo sguardo fisso, attento; il piede tamburellante che nervosamente rivela impazienza (voluta, provocata), le labbra che canticchiano mute ripetendo le note della canzone ormai imparata a memoria, poi, sottrarre il piede dallo spazio di un arto, oppure al contrario scegliere di accogliere il corpo, tendere la mano, lasciare spazio, concederlo: non sono azioni delle due performer, Ewa Dziarnowska – anche coreografa – e Leah Marojević, ma degli spettatori di This Resting, patience. Le luci accese sull’intera sala, i lunghi tempi ai quali ci abituano fin dai primi minuti, il tappeto sonoro curato da Krzysztof Bagiński che opera, così come tutta la coreografia, su principi di ripetitività e avvolgimento, sull’alternanza di straniamento e coinvolgimento emotivo, sono elementi che ci permettono da spettatori di allargare lo sguardo verso gli altri spettatori, siano vicini al nostro cerchio d’azione, di fronte oppure lontano, quasi seminascosti nella circolarità delle sedie. La familiarità con cui riconosciamo le azioni di Dziarnowska e Marojević sembrano come darci l’autorizzazione a diventare osservatori più acuti di quanto accade non solo dentro allo spazio di azione, ma attorno all’azione degli altri; tanto più che accanto ad alcuni sono presenti colonne di sedie impilate che, capiremo poi, verranno utilizzate per squadernare il palco e la nostra esperienza. Guardiamo e siamo guardati, diventando parte di ciò che accade nelle tre ore di questa performance che ha una componente installativa ma che chiede di essere attraversata con attenzione partecipata, offrendo la possibilità di cambiare il proprio punto di vista, sia perché a un certo punto le sedie di fronte a noi vengono spostate per formare un cerchio o una corte frontale, sia perché, implicitamente, l’invito è quello di cambiare posto, di scegliere come stare in questo mondo misterico e comodo insieme. Tutto concorre a una continua molla (nostra e loro) tra adesione e distanza, così come la melodia soul che cede il passo a suoni più invernali, cupi, notturni, anche l’eleganza dell’abito si alterna a un abbigliamento sportivo, il gesto armonico alla rotazione sfrenata, il piede proteso quasi in punta alla pianta salda a terra. In mezzo rimaniamo, noi e loro, rapiti.
Un colore chiamato Desiderio
di Serena Spanò
C’è un colore che non viene incontro allo sguardo ma lo attira a sé, si lascia avvicinare e al tempo stesso si sottrae, e proprio per questo si desidera. Per Goethe era il blu. In This resting, patience, il blu che delimita lo spazio scenico è un nervoso balsamo per lo sguardo. Seduti sul confine crediamo di sostare dalla parte giusta, quella di chi osserva. Quando la performance inizia, il blu abita anche sul corpo di Leah Marojević, che appare come una bellezza irraggiungibile e magnetica, danzando sulle note in loop di What the World Needs Now Is Love di Dionne Warwick. A osservarla con ardente intensità è Ewa Dziarnowska, vorrebbe specchiarsi in lei. Come un’amante? Come davanti alla custode di una parte di sé che sapeva perduta? Leah è oggetto di un desiderio che si nutre del rinvio, non del possesso, consumato nell’attesa e nella distanza, misurato nel tempo e nello spazio della ripetizione e apparentemente vissuto dalle sole performer nell’alternanza di ritmi, sonorità e striptease. Ma quando Dziarnowska invita di volta in volta qualcuno di noi a prendere posto sul tappeto da danza, chi viene ammesso scopre che il desiderio di entrare e il timore di esserci abitano i passi di un incedere condiviso. Nel blu il moto alternato che alimenta il desiderio trova una corrispondenza nella composizione coreografica che combina partitura e improvvisazione. Ed ecco che le performer si sdraiano adattandosi alle pose di chi siede intorno a loro, alimentando in noi ancora quel binomio ossimorico di desiderio e timore se un loro movimento, volutamente, ci sfiora. Le interpreti ricambiano il nostro sguardo, diventiamo a nostra volta oggetto di osservazione anche per gli altri spettatori. Il desiderio come una polvere sensuale si deposita sul pubblico, ma è solo all’uscita di scena di Leah che comprendiamo di essere caduti in trappola, che quell’assenza potremo sopportarla manipolandola in un movimento ripetitivo che produce ritmo, quel loop coreografico che Ewa, adesso anche lei in blu, riprende insieme alla canzone di Dionne Warwick, perché desideriamo solo quello che non c’è e non potremo mai raggiungere, e in questa attesa tutto quel che possiamo fare è riposare, avere pazienza, ripetere.
Roma, Settembre, Pelanda, Short Theatre
Le foto di Claudia Pajewski a Short Theatre 2026

This resting, patience
ideazione Ewa Dziarnowska
con Leah Marojević
suono Krzysztof Bagiński
luci Jacqueline Sobiszewski
costumi Nico Navarro Rueda, Franziska Acksel
supporto drammaturgico Jette Büchsenschütz
dialogo artistico Suvi Kemppainen
si ringrazia Maciej Sado
produzione Ewa Dziarnowska
co-produzione Sophiensæle, con il sostegno del Dipartimento del Senato per la Cultura e la Coesione Sociale e del Fondo Culturale della Capitale (HKF)
con il supporto di Tanzfabrik Berlin e. V. e Theaterhaus Berlin Mitte
This resting, patience è a Short Theatre 2026 grazie al sostegno di Adam Mickiewicz Institute (IAM) e Istituto Polacco di Roma
ph. Spyros Rennt











