Questa recensione fa parte di Cordelia di settembre 26

Pairadaëza è una parola persiana che ha avuto poi, in molte lingue e culture, diverse derivazioni, ma corrisponde in origine al “giardino incantato”. Non a caso, il “paradiso” noto nella nostra di cultura ha proprio una simile connotazione. E in questo giardino sembra voler convocare ascoltatrici e ascoltatori, Antonio Tagliarini, per l’occasione in un particolare tipo di site specific, dentro l’ex Mattatoio di Roma, per il festival Short Theatre. Dico sembra, perché nella realtà il giardino – pur presente e lo vedremo – è un’attitudine, un desiderio consonante di coinvolgimento collettivo, attorno al concetto di giardino, che nel racconto di Tagliarini è prima di tutto memoria, la propria in relazione a un luogo spesso frequentato, ma anche quella più segreta in cui ricorre la migrazione politica dal Kurdistan, i cui segnali sono evidenti proprio in questo spazio al centro di Roma. C’è, dunque, un giardino, sconosciuto ai più, sorvegliato dalle immagini dipinte di grandi dissidenti, combattenti a vario titolo per la libertà del popolo curdo e per la libertà, in generale; che poi la libertà non ha una bandiera, mi viene da dire mentre osservo questi volti. Il rettangolo alberato, costruito ormai 20 anni fa e curato proprio da persone migranti giunte dal confine asiatico, cerca di essere per il racconto dell’artista una piccola oasi di silenzio, perché faccia spazio ai racconti di chi vi assiste – seduti a terra, o meglio, sulla terra – a scambiare la propria memoria di giardino con chi è vicino. È questo l’obiettivo dell’opera: accompagnare, come una guida sensibile, l’ascolto dentro un proprio personale ambiente, concreto ma allo stesso tempo spirituale, che abbiamo chiamato, un tempo, giardino, convocare memorie sopite, inattese, perché siano fondamento di una comunità temporanea; un po’ quello che succede a radici e foglie cadute, insetti che vivono sopra e sotto la terra, uccelli che dai rami osservano crescere lentamente ciò che a noi sembra immobile, se non spinto dal vento. Non somiglia, tutto questo, non a ciò che siamo, ma a ciò che potremmo diventare? C’è una speranza, nascosta, tra le radici e la terra che le accoglie. (Simone Nebbia)
Visto a Short Theatre 2026. Crediti: progetto di e con Antonio Tagliarini; in collaborazione con Centro Culturale kurdo Ararat











