HomeCordelia - le RecensioniDECOLONIAL (HI)STORIES #DALILA (di Betty Tchomanga)

DECOLONIAL (HI)STORIES #DALILA (di Betty Tchomanga)

Questa recensione fa parte di Cordelia di settembre 26

Quando accediamo alla sala allestita in semicerchio, Dalila Khatir è seduta dietro un grande tavolo bianco. Sorride accogliente e scambia qualche parola in italiano con la platea. Si assicura che tutti stiano bene, che si senta la sua voce. Ha un volto dolce e gioviale, grandi occhi espressivi che non cambiano luce quando il racconto inizia. Dalila è nata in Francia da una famiglia algerina, nel 1962, anno della fine della guerra coloniale con la Francia e della dichiarazione di indipendenza dell’Algeria. La sua vita, la sua stessa identità si muovono sul crinale tra l’Europa e il Maghreb. Nel solco del lavoro seriale di Betty Tchomanga Decolonial (Hi)stories, anche qui il volto, la voce e il corpo di Dalila si fanno testimoni vivi della Storia coloniale che scorre nelle storie intime dei singoli, nelle loro contraddizioni e sfaccettature, nei riverberi che attivano. La cantante e performer franco algerina viene ritratta da Tchomanga intrecciando alla sua persona tante rappresentazioni del femminile, dalla venere ottentotta Saartjie Baartman, sudafricana che alla fine dell’ottocento veniva esposta nei freak show europei, simbolo dell’orrore imperialista occidentale, alla cantante Cheikha Rimitti – pioniera della musica raï algerina che ha cantato la sessualità, l’alcool, la guerra – fino alla nipotina di Dalila, cresciuta in Algeria e costretta a giocare con bambole senza volto. Così la performance (dai confini più morbidi rispetto al precedente lavoro presentato a Short Theatre, Mulunesh) è un viaggio che con leggerezza ci accompagna dentro al punto di vista di Dalila sul mondo. La messa in scena si serve di pochi elementi – veli che si fanno bandiere, una piccola lampada da tavolo, un proiettore – legandosi fortemente alla figura di Dalila, alla sua voce generosa e calda, al suo corpo che percorre lo spazio con passi minuti e ai suoi occhi che cercano quelli dello spettatore mentre affermano quel ripetuto, cangiante, potente Je suis. (S. Fasanella)

Visto a La Pelanda – Short Theatre 2026 creata da Betty Tchomanga / GANG. Collaborazione artistica e performance Dalila Khatir. Assistente alla coreografia in tournée Lynda Rahal. Progetto sonoro Stéphane Monteiro. Realizzazione sonora Maëlan Carquet. Costumi Marino Marchand in collaborazione con Betty Tchomanga. Set design e oggetti di scena Betty Tchomanga in collaborazione con Vincent Blouch. Produzione Marion Cachan & Florentine Busson. Amministrazione Marion Le Guerroué. Foto Alain Monot

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