Questa recensione fa parte di Cordelia di giugno-luglio 26

È una radicale forma di intimacy quella esposta dal duetto di Bast Hippocrate con William Cardoso, lontano dall’idea diffusa e (psico)terapeutica di vicinanza emotiva (secondo una ‘psicoanalisi edificante’ o ‘pedagogia da salotto’), esibendo invece una forma di connessione ravvicinatissima, di prossimità fisica ma impersonale, fino al fastidio del troppo e della dismisura, in un narcisismo indistinto senza possesso dell’altro, o smantellamento dell’io (Leo Bersani docet). Come una sorta di nuovo-omo Combattimento di Tancredi e Clorinda (Tasso/Monteverdi), ma con il lieto fine. La coppia ruota su una stretta pedana circolare, in un lento ma costante movimento, in un abbraccio verticale di toccate e prese e sollevamenti e pose dell’avvinghio, del legame come nodo che non si scioglie, tutto molto premuroso ma non meno imperioso. Avvolti da un cono di luce (anche pieno di colori) che taglia, dimezza o estende gli arti dei due, e con essi i confini di questa intimità. Ben oltre questo spazio, il combattimento prosegue orizzontale, spesso a terra, non meno brutale e rischioso, poi, nell’intorno, tra schiaffoni e collassi, e di nuovo l’amore, a vicenda. Si tratta di Joyaux Lourdement Sous-estimés (Google tanslate mi dà la più seduttiva: ‘Perle clamorosamente sottovalutate’, avanzerei: ‘pericolosamente trascurate’) visto al Festival di Santarcangelo. Che vuol dire? A parte l’inutile domanda, alla quale tanto più inutile sarà rispondere, tant’è: l’intesa, la connessione, la complicità è già una forma di violenza che può solo essere riconosciuta affinché possa revocare il nero che la genera, e così trasformarsi in una aperta e continua (mai esausta) negoziazione. Sempre a cospetto dell’altro (o degli dèi, se sei un superstizioso lettore). Nessuna estetizzazione della violenza né dell’amore omoerotico (anche se, di fianco a me, Gaetano scalpita, furioso come un Orlando redivivo). È invece una liberazione, proprio sotto gli occhi di tutti, della violenza conciliatrice, della intimità generativa, del sensibile mai pacificato che non si vergogna del proprio nome. (Stefano Tomassini)
Visto all’ITSE Molari per il Festival di Santarcangelo, direzione artistica e interpretazione Bast Hippocrate, interpretazione William Cardoso, light design Tiki Bordin, musica e sound design Golce Kummer, sound e speaker design Thibault Villard, costumi Zoé Marmier, drammaturgia Sélima Chibout, sguardo esterno David Weshaar, Mélissa Guex, consulenza editoriale Noémi Schaub, gioielli Capucine Jewelry, produzione e diffusione Maxine Devaud / oh la la – performing arts production, progetto realizzato con il supporto di Fondazione svizzera per la cultura Pro Helvetia.










