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Il dormiente nella stanza non chiude mai occhio

Con la performance Stanza di Gaetano Palermo e Michele Petrosino, in anteprima a Soverato per IRA festival, in vista dell’imminente debutto a Santarcangelo, il sonno si palesa come una nuova possibilità del movimento e della necessità dell’esperienza del niente.

Numero e piano della stanza, durata e mobilità consentita, poi devo fare tutto da me. Non male, penso, rinunciare a tutta la consueta ritualità spettatoriale. È il mio turno, allora vado: stanza 333, Hotel San Domenico. Entro, posso muovermi come mi pare, sul letto il dormiente fra candide lenzuola aggrappato sopito al guanciale, dà le spalle all’ingresso. Lo sbircio di scorcio dallo specchio accanto l’armadio che gli è di fronte: questo immediato doppio del corpo immobile impone e potenzia subito quel voyeurismo cui mi accorgo sono ora condannato. Ma nulla sposta (né è compromesso) del mio essere lì. La stanza è invasa da una luce meridiana, filtrata da un leggero tendaggio. La porta del bagno è aperta: nulla sembra preparato, tutto casuale e sospeso nel tempo dell’istante, eppure tutto è percepibile secondo un ordine che travalica quello della sua immediata evidenza. Tutto però sembra sfuggirmi. Raggiungo una sedia ai piedi del letto, il dormiente mi è vicinissimo, proprio qui accanto, sotto le lenzuola, contemplo senza pudore, eppure assorto perché inevitabilmente pieno di pensieri curiosità e imbarazzo, e immediatamente mi rifugio in un dire assorto fra me e me (ed è subito effetto-Conversazione platonica di Felice Casorati: sicuro allora di essere caduto in qualche trappola incarnata).

È Stanza di Gaetano Palermo e Michele Petrosino, versione Soverato presentata qui in Calabria in anteprima, per IRA Festival. Questo violare il tempo del riposo, dell’abbandono al sonno, ci costringe a partecipare a un tempo della performance di fronte a qualcuno che è assente. Chi visita veglia, guarda e sente ancora più intensamente, ed è davvero di fronte alla performance del dormiente/assente che ci si sente estromessi dal mondo che non c’è, il suo, quello del sogno. È una esperienza radicale della vulnerabilità dell’altro: come farsene carico, qui, ora? In una fratellanza capace di uguaglianza e accettazione dell’assenza, penso. Perché in questa performance non esiste più un fuori e un dentro; infatti le voci esterne che arrivano dalla finestra solo accostata, sono il sonoro del mondo della veglia, ma in questa stanza non hanno alcuna presa. Il sonno di questo dormiente non è alternativo (né antagonista) alla veglia ma è ad essa (a me qui presente) indifferente. È una sua estensione, seppure con un nuovo ordine, una nuova logica, che non devo né posso ridurre a me, nel rischio di perderne il miracolo (ed è proprio ciò che sostiene Haytham el-Wardany nel suo mirabile Libro del sonno).

Osservo inquieto il respiro di Petrosino, appena percepibile, la sua tranquilla indifferenza è un muro tra noi. Allora provo a reagire muovendomi nella stanza alla ricerca di un errore, un inciampo, qualcosa fuori posto o una svista attraverso cui stanare e risolvere l’arcano che non c’è. Tutto è come deve essere: il massimo della cura coincide con il saper disporre del caso. Mentre un sonoro di crepitii e di fuoco avvolge lentamente, ma inesorabilmente, la stanza (il rogo di chi è sveglio al mondo, condannato alla cenere?) e mi investe fino a un massimo di climax per poi sfumare, in crossover con la voce tenorile di O Solitude, my Sweetest Choice di Purcell. È un residuo del sogno al quale ho potuto partecipare? È l’esemplificazione di quanto dormiente e spettatore siano esperienze corporee che si fondono? È l’ignoto che ci emanciperà dalla prigionia del presente? L’apertura di una ferita immedicabile? Sono di fronte a un limite che il tempo progressivo della veglia non può oltrepassare: dolore, speranza e realtà sono, in questo abbandono al sonno del performer, finalmente libere dalla presa della veglia (ossia dal mondo di chi fa e scrive la storia). Ma in questa rottura del silenzio del sonno (il disegno del suono è di Luca Gallio), un silenzio che è rifiuto della socialità e del suo imperativo al fare e consumare, emerge dalla performance la necessità invece dell’esperienza del niente. Questo è il prezzo della liberazione. È così che il sonno non chiude occhio: animato da un sincero desiderio dell’ignoto, «spinto dalla catastrofe della perdita, si lascia attrarre verso ciò che non è più visibile». Di questa storia parallela il performer che dorme è portatore, nel niente della sua azione, nel niente dell’invisibile verso cui guarda, lì disteso, dalla sua postura. 

Petrosino, che nel letto se la dorme tutta, in verità non chiude mai occhio.

Stefano Tomassini

Giugno 2026, Soverato, Ira Festival

Foto Stefano Tomassini

Prossime date in calendario

7-12 luglio Santarcangelo Festival

STANZA (SOVERATO)

performance Michele Petrosino
sound design Luca Gallio
cura e management Bianca Ramponi
produzione KLm
progetto sostenuto da blOOm network per creazioni one-on-one sviluppato da Santarcangelo Festival, Triennale Milano Teatro, Fondazione Armunia, IRA Festival, Sardegna Teatro
con il supporto di IterCulture APS – Centro Siciliano per le Arti Performative

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Stefano Tomassini
Stefano Tomassini
Insegna studi di danza e coreografici presso l’Università Iuav di Venezia. Nel 2008-2009 è stato Fulbright-Schuman Research Scholar (NYC); nel 2010 Scholar-in-Residence presso l’Archivio del Jacob’s Pillow Dance Festival (Lee, Mass.) e nel 2011, Associate Research Scholar presso l’Italian Academy for Advanced Studies in America, Columbia University (NYC). Dal 2021 è membro onorario dell’Associazione Danzare Cecchetti ANCEC Italia. Nel 2018 ha pubblicato la monografia Tempo fermo. Danza e performance alla prova dell’impossibile (Scalpendi) e, più di recente, con lo stesso editore, Tempo perso. Danza e coreografia dello stare fermi.

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