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Mi madre y el dinero, dal Messico tra biografia e teatro documentario

Recensione. Al Nuovo Teatro Ateneo di Roma è andato in scena Mi madre y el dinero di Anacarsis Ramos. Prima italiana a Milano presso  FOG Triennale Milano Performing Arts 2026.

Foto Karla Sanchez

Sin dall’infanzia, la vita di Josefina Orlaineta è stata attraversata dalle laceranti contraddizioni di un Paese segnato da gravi crisi economiche, che hanno rilevato significative fratture all’interno di un sistema caratterizzato da politiche di sviluppo inefficienti. La storia di Josefina che, per sessant’anni ha svolto più di quaranta mestieri, viene portata in scena a Roma, al Nuovo Teatro Ateneo (nella stagione curata da Velia Papa), dopo essere stato presentato in Prima italiana alla FOG Triennale Milano Performing Arts 2026. Il regista e drammaturgo è suo figlio Anacarsis Ramos che, insieme a Pornotráfico, costruisce un dispositivo scenico in cui si fondono teatro documentario e racconto autobiografico. Nell’affrontare questioni complesse, problematicizzate mediante una rinnovata pratica artistica, Mi madre y el dinero non è soltanto la testimonianza di una narrazione familiare, ma un affresco collettivo di una delle aree economicamente più povere e arretrate del Messico.
Al centro della scena, strutture di metallo bianche contengono suppellettili varie, richiamo ai diversi impieghi ricoperti da Josefina; e, in alto, uno schermo, sul quale viene proiettato il materiale audiovisivo d’archivio o in presa diretta, tra cui l’intervista di Ramos a sua madre che, davanti a una sorta di green screen, ripercorre memorie personali. Come il ricordo di quando, a otto anni – poco prima di trasferirsi con la sua famiglia a Campeche – apprende il suo primo mestiere, svolgendo le pulizie a casa di una vicina.

Foto Gabriel Morales

Durante la vorticosa e incalzante elencazione dei mestieri ai quali si è dedicata la donna, significativa è la quasi totale assenza di momenti attraversati dal gioco, dalla spensieratezza e dagli affetti. Ma, ricorda Josefina, accanto all’abitazione della vicina, c’era un cinema fatiscente, provvisto di un tetto che fungeva da parziale copertura dello spazio, e dunque depositario di una straordinaria peculiarità: era possibile vedere il film in programmazione ma, allo stesso tempo, si potevano osservare il cielo e le stelle. Anche la nascita della figlia, sorella del regista, e la morte del marito, inoltre, divengono dati da registrare, inciampi all’interno di una vita segnata dalla fatica e dalla miseria; eppure, nonostante tutto, resta l’incessante desiderio di riscatto sociale ed economico. Desiderio che la condurrà a intraprendere gli studi di antropologia – affiancandovi il lavoro di segretaria -, che non riuscirà però a concludere, non potendo disporre del tempo, utile invece agli altri studenti, per dedicarsi alle traduzione delle lezioni, disponibili esclusivamente in lingua inglese. E poi, Barcellona (il cui racconto del viaggio è accompagnato da iconiche sonorità e immagini), dove Josefina, senza mai perdersi d’animo, mette in pratica continue strategie di sopravvivenza, dedicandosi alla vendita di oggettistica varia; qui conosce l’uomo che diventerà suo marito, e con il quale farà ritorno a Campeche, dove ha inizio quella che Anacarsis Ramos definisce «una storia di soldi e violenza».

Foto Gabriel Morales

A Campeche La Retama alimentari, il negozio che Josefina gestisce insieme al padre di Anacarsis, diviene, ben presto, anche un consultorio per donne con mariti tossicodipendenti, per ragazze di dodici e tredici anni incinte, un rifugio per bambini abbandonati dai genitori che lavoravano tutto il giorno, e per quelli abusati dai padri e dai nonni. Un supermercato, che sorge improvviso dall’altro lato della strada, provoca il fallimento di questa piccola ‘impresa’ familiare. Scatole di cartone di varie di dmensioni affollano, nel frattempo la scena: depositari di merci e beni di consumo ma anche di ricordi, e di vecchie e nuove speranze destinate a crollare, ogni volta, sotto il peso della schiacciante crisi economica; una crisi che ricorda quella messa in scena in Cuckoo che, nel 2019, venne presentato a Short Theatre da Jaha Koo. Il regista, performer e compositore sudcoreano, coadiuvato da immagini di repertorio e dalla voce meccanica del cuckoo – il cuociriso che segnala l’ultimata cottura del cibo – svela, attraverso un cortocircuito di sonorità e immagini, le crepe (l’isolamento, la disoccupazione giovanile, la disuguaglianza socio-economica, l’alto tasso di suicidi, «uno ogni 37 minuti») di un Paese come la Corea del Sud a seguito della grande deflagrazione economica del 1997. Una dilaniante disparità sociale raccontata, in maniera esemplare, anche dal film Parasite di Bong Joon-ho e dalla serie tv Squid Game.

Foto Gabriel Morales

In Mi madre y el dinero è presente un’ironia rara in opere simili, per Ramos l’ironia è uno strumento con il quale farci riflettere sulle contraddizioni del mercato delle arti performative e sui paradossi presenti nell’atto di raccontare: lo dice apertamente, al pubblico, di aver pensato a questo spettacolo autobiografico perché sapeva che una storia del genere avrebbe trovato l’interesse di festival e teatri europei. Perché tutti gli ingredienti sono quelli amati dal mercato dell’arte: un artista povero proveniente dal sud del mondo e per di più omosessuale che racconta la storia della propria madre. Lo dice senza metafora e nella risata amara che ne deriva ci ritroviamo a riflettere sul rapporto che il ricco occidente ha con le storie di cui si appropria. Tra le righe, anche se con una smorfia ingenua, Ramos sembra volerci dire: “non sono il solito artista borghese estrattivista”, questa storia è la sua storia. Certo, in questo modo l’artista valida anche l’utopia progressista per cui arte e cultura possono cambiare la vita delle persone, per poi affermare però che il denaro guadagnato con lo spettacolo serve alla famiglia, alla madre per poter sopravvivere. Naturalmente il denaro è secondario solo alla vita e questo atto contraddittorio e coraggioso per il quale Ramos e sua madre trasformano le proprie vite in un’opera di fronte al pubblico ha a che fare con l’amore, ce lo farà capire Anacarsis,  che forse il vero motivo di tutto questo è quello di amare in un modo diverso questa donna e le sue mille vite dolorose.
Il denaro non è solo il cuore del titolo ma la costante di una vita passata a inventare modi, leciti, per sopravvivere; come nel caso della creazione delle salsicce e della loro vendita (non permessa dalle leggi italiane e dunque “decidete voi se restituircele alla fine dello spettacolo come se fossero un oggetto di scena o se portarvele a casa e cucinarle”): è rappresentazione della sopravvivenza quotidiana e pratica di business informale allo stesso tempo.

Mediante una dinamicità strutturale, che coniuga immagini, sonorità e ironia, Mi madre y el dinero rappresenta un’arguta e implacabile denuncia nei confronti di un sistema incapace di contrastare diseguaglianze e discriminazioni sociali nonostante, a metà degli anni Settanta si sia registrata una spinta economica grazie alla scoperta di un giacimento di petrolio nel Golfo del Messico al largo delle coste di Campeche. Disparità che il fallimento del modello neoliberale del 1980, basato sulla libertà di mercato, ha addirittura accentuato – fino allo scoppio della rivolta del Movimento Zapatista nello stato del Chiapas, nel 1994 -, come ben evidenziato da José Gabino Castillo Flores, nel suo saggio Dal miracolo messicano alla povertà estrema. Messico: 1940-2010, contenuto nel volume Il tramonto del Regime Rivoluzionario. Messico: 1970-2010 (OTTO editore), a cura della studiosa e docente universitaria di Culture Politica e Società, Tiziana Bertaccini.

In un amaro e sorprendente finale, vediamo le immagini video di una energica Josefina mentre condivide ingredienti e segreti per realizzare, in cucina, un perfetto chorizo. Nel frattempo, a un lato della scena, madre e figlio ne eseguono dal vivo la preparazione, pressando la carne all’interno del budello; scorrono, inoltre, le parole del regista e attore Ramos che sceglie di alternare, alle immagini, ricordi di violenza domestica («la mia famiglia si insultava a vicenda quando provava dolore»), che lo hanno costretto a prendere le distanze dalle sue origini, trasferendosi a Città del Messico per dedicarsi al teatro: la mano trattenuta sulla stufa calda, gli occhiali rotti di sua sorella dopo essere stata colpita dal padre, i segni di cintura sulla schiena, le sue mani che annegano il cane investito perché non c’erano i soldi per pagare il veterinario per sopprimerlo, le convulsioni del padre, vittima di un coma settico per un catetere non tolto in tempo dall’ospedale pubblico. Tuttavia, l’incoronazione di Josefina, mentre brandisce una spada di legno, svela, infine, il suo rifiuto all’arrendevolezza e il suo potente grido contro tutta l’ingiustizia del mondo.

Giusi De Santis e Andrea Pocosgnich

Visto al Nuovo Teatro Ateneo – Roma, Aprile 2026
MI MADRE Y EL DINERO
di Anacarsis Ramos

in collaborazione con IILA – Organizzazione Internazionale Italo-Latino Americana
creazione Anacarsis Ramos / Pornotráfico
drammaturgia Anacarsis Ramos basata sugli archivi di Josefina Orlaineta
interpreti Josefina Orlaineta, Anacarsis Ramos
fotografia e luci, sound e video design Karla Sánchez Kiwi
gestione del tour e distribuzione Roni Isola
assistente alla regia e suggeritori Santiago Villalpando, Sofía León
assistente alla ricerca Babis Zozoaya
produzione Fausto Cataño / Pornotráfico
co-produttori Festival Internacional del Centro Histórico de Campeche, Instituto de Cultura del Estado de Campeche / FULGOR – Encuentro escénico con los Estados 2024, a cura di Mariana Arteaga, Mariana Gándara
ringraziamenti a Instituto de Cultura y Artes del Estado de Campeche e Fulgor, Encuentro escénico con los Estados 2024
con il supporto di Patronato de Arte Contemporáneo PAC

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