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Clemente Tafuri. Teatro Akropolis, tra tagli, premi Ubu e territorio

Intervista a Clemente Tafuri, direttore artistico (fino al 2025 il ruolo è stato condiviso con David Beronio) di Teatro Akropolis e del festival Testimonianze, ricerca, azioni.

Come ogni anno, a fine novembre, da sedici anni a questa parte, al Teatro Akropolis di Sestri Ponente ha luogo il festival di teatro di ricerca Testimonianze, ricerca, azioni. Con un programma ricco distribuito nell’arco di tre settimane, l’edizione corrente si adombra però di una nube scura, di una nota di fondo che stona nella sinfonia generale. Nel 2025, infatti, Teatro Akropolis è stato tra i grandi esclusi dal finanziamento statale. L’eliminazione della voce “rischio culturale”, per cui, adoperando le parole del direttore artistico Clemente Tafuri, “se il rischio culturale definisce la tua attività allora non è (più) compito dello Stato occuparsene”[1], getta nell’incertezza tutte quelle realtà che fanno del teatro di ricerca e della scommessa legata ad esso la propria ragion d’essere.

Eppure, mai come in questo momento c’è necessità di tenere vive attività e ricerche come quelle compiute dal Teatro Akropolis. È all’insegna di questo obiettivo che si pone la mia intervista a Clemente Tafuri, nel tentativo di far luce su una realtà apparentemente di nicchia, ma vitale e nevralgica.

ph Lorenzo Crovetto

Quando e come è nato Teatro Akropolis?

Lo spazio nasce nel 2009: in quel periodo noi stavamo lavorando ai Persiani di Eschilo, e avevamo fatto una restituzione di un percorso di ricerca e di laboratorio. A quella data aveva assistito Stefano Bernini, che allora era il presidente del municipio. Lui già ci conosceva, ma si era entusiasmato del percorso che stavamo facendo e ci ha proposto questo spazio, che all’epoca era un’ala dismessa della scuola. Da lì è iniziata la collaborazione con il municipio e poi il comune per allestire e dare vita a uno spazio che fosse un luogo dedicato principalmente alle residenze. Ne parlavamo già allora, quando le residenze in Italia erano ancora una cosa non troppo a fuoco. Non solo per le residenze, ma anche per un festival, che poi è diventato Testimonianze ricerca azioni.

Però come compagnia esisteva già da prima?

La compagnia esiste dal 2001 come gruppo e fino al 2009 abbiamo lavorato in luoghi un po’ più avventurosi e poi nel 2009 abbiamo appunto iniziato a dedicarci a uno spazio, quindi anche al rapporto più stretto e diretto con altre compagnie e altri teatri, e ciò ha cambiato un po’il corso della nostra storia.

Parlando del vostro festival Testimonianze ricerca azioni, a fine 2025 avete presentato la sedicesima edizione. Da quella ormai lontana primissima edizione, come si è evoluto lo spirito da cui si è generato il festival?

La vocazione del festival è rimasta sempre la stessa, ispirata dalla transdisciplinarità, cioè dal tentativo di mettere in dialogo discipline diverse per provare a dare vita a qualcosa di differente rispetto a quelle stesse discipline prese singolarmente, teatro compreso. E poi per noi è fondamentale uno sguardo al tema del contemporaneo nelle varie espressioni delle arti per la scena, dal teatro, alla performance, alla danza, e questo ci ha guidato fin dall’inizio. La crescita in termini pratici, di finanziamenti, di relazioni di Teatro Akropolis ci ha permesso di estendere questa vocazione e di trovare molti compagni di viaggio che ancora oggi sono dei partner importanti, sia sul piano organizzativo che sul piano artistico.

Infatti, la domanda successiva voleva anche essere un po’ una domanda relativa a questi partner che avete sul piano artistico, ma anche sul piano teorico: ad ogni edizione, associate la pubblicazione di un volume che prevede interventi di vari artisti e teorici. Com’è nata l’idea e come selezionate coloro a cui viene richiesto di dare il proprio contributo scritto?

L’idea nasce da quella vocazione di cui ti parlavo prima. Una delle cose che ho sempre ritenuto essenziali per animare, per mettere in qualche modo in crisi continua e permanente le arti e le loro varie declinazioni, è proprio il fatto di non considerare l’evento scenico, lo spettacolo, la data, una sorta di punto di arrivo conclusivo di cammini molto più complessi. Lo spettacolo è un momento, una traccia, spesso evanescente e anche inconcludente nei rapporti con il suo tempo, di qualcosa di molto più ampio, che è la ricerca dei singoli artisti o dei gruppi. Quindi, immaginando un festival, una delle prime cose su cui abbiamo riflettuto era proprio la necessità di dare spazio a tutto ciò che vive e continua a vivere intorno alla data e dopo la data. Per questo, abbiamo pensato di dare vita a una piccola casa editrice (ndr AkropolisLibri), che poi negli anni si è occupata di varie cose, ma che in qualche modo avesse a fuoco il fatto che il festival è un’occasione per una riflessione più ampia rispetto alle date. Da qui l’idea di pubblicare un libro che accoglie le riflessioni, gli studi, i diversi percorsi di tutte le persone che partecipano al festival. Quindi tutti studiosi, critici, coloro che hanno un ruolo legato alla programmazione, sono invitati a scrivere e a collaborare, a partecipare a questo libro. Di conseguenza la selezione riguarda persone che ritroverai poi dentro al festival. Tra l’altro, il libro esce prima del festival, quindi è anche un viatico per addentrarsi un po’ nelle logiche che hanno definito la programmazione e la scelta degli artisti.

Invece per il quanto riguarda il palinsesto, con quale criterio lo redigete? Viaggiate per l’Italia a selezionare artisti, venite a conoscenza tramite terzi di eventuali proposte interessanti?

Ma guarda, è un mix di tutte queste cose. Dunque, sia andando nei vari festival a vedere cosa succede, sia ricevendo materiale. Inoltre, Teatro Akropolis è all’interno di diversi circuiti e organizzazioni che si occupano di giovani coreografi o registi emergenti. Insomma, usiamo tutto quello che è possibile usare per cercare di mappare quello che succede in Italia. Ovviamente è sempre difficile, perché non è possibile andare a cercare tutto quello che esiste, però ci affidiamo un po’ a tutte queste strade per capire che cosa succede e ovviamente quando poi intercetto delle realtà che portano avanti un percorso di ricerca che mi stimola e che mi incuriosisce lo approfondisco: magari è il caso di averli ospiti durante il festival oppure nelle altre attività che svolgiamo durante l’anno.

C’è sempre una giornata butoh fissa nel calendario. A cosa è dovuta questa fascinazione? Come siete entrati in contatto con il butoh?

In realtà il butoh è una forma d’arte che mi ha sempre affascinato, sin dall’inizio, da quando ho iniziato a interessarmi al teatro. Perché? Perché è una delle forme più radicali di danza, potremmo dire, ma è un po’ imprecisa questa definizione: è una forma d’arte che intercetta alcuni principi, alcuni momenti che interessano anche la cultura occidentale, anzi, che sono stati ispirati da essa. La danza butoh è ispirata, infatti, dalla grande letteratura occidentale, da Artaud, passando per Sade e così via, e conserva al suo interno, soprattutto nella pratica di alcuni artisti, elementi del tragico che a volte l’Occidente ha un po’ perso. Nel corso del Novecento tutto questo era molto vibrante, essenziale, ma da un po’ di anni, da qualche decennio, la componente tragica del lavoro teatrale è un po’ appannata. La danza butoh ha mantenuto questo cuore pulsante, tragico, con coscienza, non è un’azione di riflesso. Questa cosa mi interessa molto, e da un po’ di tempo, grazie anche al sostegno di Palazzo Ducale, riusciamo a immaginare questa giornata dedicata esclusivamente a questa forma d’arte, sia portando in scena gli artisti, ma anche costruendo intorno alla giornata in sé degli altri momenti. Ad esempio, per diversi anni Samantha Marenzi, che è una delle massime esperte di butoh in Italia, ha sempre partecipato al festival coordinando diverse iniziative, è stata chiamata ad approfondire alcuni temi. Ci siamo occupati anche di Masaki Iwana, uno dei più importanti danzatori butoh di questi ultimi anni, mancato recentemente, e ne abbiamo riproposto la cinematografia. Quindi, intorno al butoh cerchiamo sempre delle connessioni un po’ più ampie che dal butoh ci possano permettere di magari passare anche agli altri appuntamenti del festival.

Nell’anno che si è appena concluso, Teatro Akropolis ha vinto un premio Ubu nella categoria “Progetti speciali” per il film documentario “La parte maledetta. Viaggio ai confini del teatro. Carmelo Bene”. Secondo lei, cosa ha di peculiare questo film rispetto ai documentari e ai testi già presenti su Bene?

Quando ho deciso che avrei fatto un film su Carmelo Bene, in realtà la cosa che mi interessava e che mi interessa del lavoro di questo straordinario artista è il rapporto così profondo, radicale, lucido e preciso che lui ha avuto con la cultura del Novecento e con alcuni filosofi e pensatori che erano alla base di tutto il suo lavoro. Si potrebbe partire ovviamente dalla Grecia, passando attraverso Schopenhauer, Nietzsche fino al Novecento, quindi Giorgio Colli e poi dopo i grandi filosofi francesi. Ecco, a me la cosa che interessava era innanzitutto questo rapporto così problematico, così difficile, che un artista di quel calibro ha instaurato col pensiero, cosa che nel Novecento è rarissima, perché i nomi che hanno avuto l’ardire di mettersi in questo confronto sono pochi, soprattutto in Italia. Ora, questo aspetto – ovviamente senza perdere di vista la parte artistica che comunque è una sorta di punto di partenza, di arrivo o di ripartenza continua in Carmelo Bene –, è la cosa che mi ha sempre più interessato di questo artista. Poi ci sono mille altre cose, ad esempio il livello eccezionale che lui è riuscito a raggiungere in tutte le forme d’arte con cui si è confrontato: Carmelo Bene parte come romanziere, poeta, poi regista in teatro, regista cinematografico con dei film capitali che andrebbero continuamente proposti e rivisti, si è occupato di radiofonia, di musica, perché la sua indagine filosofica intorno all’arte non prevedeva la risoluzione di questa complessità nel teatro e quindi, come alcuni altri, è riuscito a transitare in questa maniera transdisciplinare, a passare attraverso diverse forme d’arte proprio per cercare di indagare questo enorme tema della rappresentazione che è un enigma con cui continuamente facciamo i conti. Quindi è l’eccezionalità del suo percorso filosofico e artistico che mi ha interessato e credo che nel film sia una delle cose che emerge di più, ed è sicuramente un aspetto piuttosto complicato della vita di questo artista da affrontare, con una certa completezza impossibile, ma comunque con una certa coerenza.

Sono diversi i film documentario che avete prodotto che ricadono sotto la dicitura di “parte maledetta”. Che cosa si intende per “parte maledetta”?

È un titolo che abbiamo preso da Battaile. Quando parla di “parte maledetta” la sua è un’analisi più di natura politico-economica, ma potremmo dire in sintesi che è quel momento, quella parte della vita creativa di un artista che non è riducibile, non è vendibile, non è corruttibile, è una sorta di cuore pulsante che anima poi tutto quello che si va a fare. Ovviamente un cuore pulsante in continuo divenire non è la verità nel senso definitivo di questa parola, tutt’altro, e chiaramente ogni personaggio su cui abbiamo realizzato un film ha una sua parte maledetta e ci interessava cercare di scovarla, parlando di quella innanzitutto, per poi fare un ritratto di questi artisti o filosofi. La “parte maledetta” di Carmelo è proprio questo irriducibile e complessissimo rapporto che lui ha con il pensiero e la filosofia che poi va a innestarsi su ogni momento creativo, su ogni creazione, dallo spettacolo, al libro, al film. Ma senza partire da quel nucleo diventa difficile provare a districarsi nelle opere, perché si è aperta la mancanza di cose essenziali a uno sguardo un po’ attento.

L’anno passato non deve essere stato facile per il Teatro Akropolis, in seguito all’esclusione dai contributi statali. Come avete reagito alla situazione? Su cosa vi siete focalizzati?

A fronte di una crescita come il riconoscimento dell’Ubu, che è stata una cosa per noi sicuramente molto preziosa, e poi anche su altri fronti, ci è arrivata questa “stangata”, chiamiamola così. Ovviamente è una cosa che non è successa solo a noi, ma ha interessato un intero comparto del sistema teatrale. Noi, Roberta Nicolai a Roma, Danila Blasi con il suo festival di danza, siamo stati gli unici ad avere avuto la sospensione totale del finanziamento, non solo un declassamento dal punto di vista del punteggio. Quasi tutti gli altri hanno avuto un abbassamento del punteggio, ma non hanno avuto un declassamento di tipo economico. Questa cosa ha rischiato di portarci alla chiusura del festival. Ora, fortunatamente, diciamo che siamo riusciti a parare questo contraccolpo grazie anche alle amministrazioni locali che si sono rese conto del paradosso di quello che stava succedendo e in qualche modo hanno sostenuto il festival in un’edizione che sembrava non dovesse essere realizzata. Non realizzare un’edizione del festival vuol dire mettere in crisi tutti gli artisti, tutte le persone coinvolte. Non è solamente Teatro Akropolis, è un sistema che viene boicottato, un attacco alle logiche con cui si affronta il tema del contemporaneo. La risposta che abbiamo dato a questa cosa è stata quindi riuscire a tenere viva questa iniziativa e assicurare il lavoro a tante persone. Ciò che si doveva fare era rilanciare proprio quello che era stato toccato. Ancora più dell’edizione dell’anno scorso, l’edizione che andremo a fare quest’anno e il futuro – se poi ce ne sarà uno, ma speriamo di sì –, sarà sempre più dedicato proprio al tema della ricerca che è stato l’obiettivo di questa decisione ministeriale, andare a colpire tutto ciò che riguarda il rischio, tutto ciò che riguarda la ricerca, tutto ciò che riguarda un comparto delle arti per la scena che investe sul contemporaneo e sull’arte che si fa, non sull’arte che si va a recuperare nel passato e si mette in scena. Quindi noi ci siamo ritrovati in questa situazione e l’unica cosa che ha senso, secondo me, è proprio insistere a rilanciare su quello che io sono sempre più convinto sia il cuore pulsante di questo lavoro.

E i progetti sul territorio?

A parte Testimonianze ricerca e azioni, che ha un’importante ricaduta sul territorio, ci sono anche altre rassegne o festival di cui siamo partecipi insieme ad altre realtà, come FuoriFormato o Intransito, che sono delle iniziative del comune. Anche queste hanno una ricaduta sul territorio in termini di sostegno alla creatività, emergente spesso. Però poi ci sono anche una serie di attività che noi svolgiamo quotidianamente sul territorio, che interessano soprattutto le scuole, le associazioni: noi abbiamo una rete di laboratori e di contatti con gli istituti scolastici genovesi che raccoglie oltre mille ragazzi, puoi immaginare dunque tutte le famiglie, tutte le persone, che in qualche modo, grazie allo staff di Akropolis, vengono avvicinate alle arti per la scena e in particolare alla dimensione performativa. È un grande lavoro di semina che viene fatto ogni anno ed è in continua espansione e crescita, soprattutto dal Covid in poi, e tutto questo ovviamente crea anche un tessuto importante poi per la partecipazione alle attività pubbliche di Akropolis. Il lavoro sul territorio in particolare, anche il lavoro nelle periferie, questa zona del Ponente, della città, nella periferia di Ponente è un’azione su cui abbiamo, per così dire, investito molto.

Quali spettacoli visti hanno lasciato un segno su di te?

Credo che l’ultima edizione del festival, proprio anche in base alle traversie di varia natura affrontate nell’ultimo anno, non solo ministeriali, raccogliesse un potenziale molto significativo dal punto di vista del rapporto delle varie discipline con le arti per la scena e per la grande qualità degli spettacoli. Guardandomi indietro negli anni, sono passati da noi artisti straordinari, come lo stesso Masaki Iwana, però ti direi che l’ultima edizione del festival è un po’ – non è una bella parola, perché puzza un po’ di cimitero – una summa, un punto di arrivo di un cammino complicato che immagino che l’anno prossimo sarà ancora di più.

Per concludere, vuoi condividere uno spiraglio sui progetti futuri?

Una cosa su cui stiamo lavorando adesso e che presenteremo al festival di quest’anno, a novembre, è l’ultimo capitolo della “parte maledetta”. Il ciclo si chiude. Stiamo lavorando da diversi mesi a questo film e sarà dedicato a Roberta Nicolai, direttrice di Teatri di Vetro di Roma, curatrice di progetti. Attraverso le sue parole affronteremo la sua visione dell’arte e, in particolare, il suo modo di avvicinarsi al lavoro degli artisti: lei ha costruito progetti di curatela nel suo festival che sono tra le cose più importanti fatte negli ultimi anni, riflettendo proprio sul lavoro di creazione, sul rapporto che lei riesce a instaurare con alcuni artisti per andare insieme verso l’opera. Stiamo lavorando anche a un’altra cosa, che presenteremo sempre a novembre almeno in parte: ogni film della “parte maledetta” è dedicato a un personaggio, e per ognuno di questi stiamo preparando dei cortometraggi che in qualche modo si riferiscano a una parte maledetta della parte maledetta dei film. Sono film autonomi che vanno a mettere in immagini le parti nascoste o radicali che compaiono nel film.

Letizia Chiarlone


[1] Teatro Akropolis. Testimonianze ricerca azioni, di Clemente Tafuri, volume sedicesimo

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Letizia Chiarlone
Letizia Chiarlone
Classe 2001, è studentessa di Lettere, indirizzo Musica e Spettacolo, presso l'Università di Genova. Comincia ad avvicinarsi alla critica teatrale nel 2023, accolta nell'aia dell'Oca Critica. Nel giugno 2024 partecipa al laboratorio di critica teatrale diretto da Andrea Porcheddu con Roberta Ferraresi presso la Biennale Teatro. Nell'agosto dello stesso anno prende parte al workshop di critica teatrale di Teatro e Critica condotto da Andrea Pocosgnich nel contesto del Festival Orizzonti di Chiusi. Collabora con Teatro e Critica da ottobre 2024.

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