Questa recensione fa parte di Cordelia di gennaio 26

Gennaio si è ormai consegnato alla memoria collettiva: un mese che invita a ricordare, a rinnovare quel rito laico di testimonianza che dal Giorno della Memoria arriva fino alle ferite aperte della contemporaneità. Ma “ricordarsi di ricordare” è quasi un ossimoro: la memoria, quando diventa calendario, rischia la retorica e la ritualità forzosa. È su questo crinale che sfila KR70M16 – Naufrago senza nome (prima nazionale): un lavoro che prende spunto dalla tragedia di Cutro e, sin dal titolo, rivendica l’urgenza antropologica di dare volto e voce a chi scompare tra le pieghe della scena del mondo, teatro crudele e iniquo, per venire risputato dai flutti in forma di codice alfanumerico. La scena è essenziale e sospesa, con un tratto quasi fiabesco: un cimitero-limbo dove il custode (un Dario De Luca psicopompo, dolce e burbero insieme) organizza colloqui tra gli “ospiti”. Dentro la cornice di questo non-luogo affacciato sul mare nostrum, lo spettacolo tenta di restituire identità: senza un nome inciso non c’è memoria, senza un corpo su cui piangere tutto resta incompiuto. La scrittura di Saverio La Ruina procede per affioramenti, tenendo assieme emozione civile e immaginario. Proprio qui, però, affiorano i meccanismi da oliare: la narrazione si disfa in quadri che vorrebbero compaginare due biografie parallele, quella di Karamu (Cecilia Foti) e del dottor Schwarz (La Ruina), psicologo ebreo finito in un campo di sterminio, ma finiscono per diventare un andirivieni viscerale, alla ricerca della commozione come legante di senso tra due territori storici, biografici e simbolici così lontani, ma così vicini. Una direzione plausibile di lavoro sembra quella del teatro ragazzi, o forse proprio quella maestria della melopea propria al teatro di La Ruina: le emozioni chiamate in causa abitano un mondo di archetipi che anelano agli universali della morale più che a una forma contemporanea di racconto. Anche la complessità dell’accostare il dramma migratorio alla Shoah, qui può veicolare senso solo se disciolta in un flusso più marcatamente lirico ed essenziale. Resta, al netto di queste impressioni, che KR70M16 ci protende a reclamare una giustizia poetica minima—far emergere un nome dove la Storia tende a seppellire le storie sotto la coltre di un’indifferenza che ci ha ormai nauseato. (Andrea Zangari)
Visto al Teatro India. Di e con Saverio La Ruina e con Dario De Luca, Cecilia Foti musiche Gianfranco De Franco disegno luci e illustrazione Dario De Luca luci e audio Daniele Nocera costumi Cecilia Foti responsabile allestimento Giovanni Spina assistente all’allestimento Rosy Parrotta organizzazione Egilda Orrico amministrazione Tiziana Covello produzione Scena Verticale












