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 | Cordelia | gennaio 2026

Tra le tre figlie di Re Lear, Cordelia, è quella sincera. Cordelia ama al di là del tornaconto personale. Gli occhi di Cordelia appaiono meno riverenti di altri, ma sono giusti. Cordelia dice la verità, sempre.

Cordelia è la rubrica delle recensioni di Teatro e Critica. Articoli da diverse città, teatri, festival, eventi e progetti. Ogni recensione è anche autonoma, con una propria pagina e un link nel titolo. Cordelia di gennaio 2026 è online da oggi, seguila anche nei prossimi giorni, troverai altre recensioni.

Qui gli altri numeri mensili di Cordelia

#NAPOLI

ASFALTO (di Michela Lucenti)

Cosa accade quando la scena rispecchia ciò che viviamo? Lo sguardo non resta neutrale: è chiamato a prendere posizione. La riflessione proposta da Michela Lucenti accompagna lo spettatore, durante lo svolgimento della pièce e nei giorni successivi, a interrogarsi sulla responsabilità civile. Sul palco, ad attendere il pubblico, il corpo del rider al suolo, ricoperto di sangue, segno di una violenza quotidiana restituita dalla scena senza filtri. Le pareti bianche disposte a V, il motorino sospeso, la borsa gialla aperta: elementi che definiscono lo spazio, costituendo presenze drammaturgiche precise. Sin dall’incipit, aperto sul luogo dell’incidente, non si ragiona tanto sulla tragicità talvolta inscritta nell’imprevedibile, sulla fugacità dell’esistenza o sull’essere nel posto sbagliato al momento sbagliato. Piuttosto, si segnala un sistema lavorativo precario, ormai consolidato, che colpisce soprattutto i giovani. I sette attori raccontano la vicenda dal proprio punto di vista: ogni narrazione concorre alla creazione di un poema-fisico e musicale - che diventa poi atto di denuncia. La compagnia Bellini Teatro Factory - attraverso un’attenta padronanza scenica - mette in luce anche i lati oscuri della città di Napoli (e non solo) con azioni, parole e gesti incisivi. Michela Lucenti realizza una pratica performativa dalla solida e lucida consapevolezza sul presente, in grado di intrecciare musica, danza e recitazione in un dialogo inter artes. Citando i classici Mia Martini, Pino Daniele, Roberto Murolo, le figure avanzano con movimenti radenti e nervosi, tra cadute e slanci, per dare così corpo a un messaggio concreto. La gestualità dei performer diviene linguaggio del dolore che chiede di essere attraversato. Gli spoken-word, studiati ad hoc per ciascun personaggio, modulano slanci comici a momenti di tensione e obbligata accettazione, articolando così la narrazione in sequenze ritmiche dinamiche. Di fronte all’incontrollabile e ineluttabile destino di morte, l’urgenza comune è una: respirare. Ma la scena non si esaurisce con sollievo. Asfalto riflette sulla vita e lascia una velata provocazione tanto potente quanto efficace: Ti aspettavi di meglio? Sì. (Sara Raia)

Visto al Piccolo Bellini. Regia e coreografia: Michela Lucenti Con la compagnia Bellini Teatro Factory: Sofia Celentani Ungaro, Cristoforo Iorio, Tarek Ismail, Valeria Martire, Giuseppina Ruggiero, Luigi Savinelli, Lucia Straccamore Assistente alla regia: Antonio Basile Assistenza alla creazione: Maurizio Camilli Drammaturgia: Balletto Civile Testi: Emanuela Serra Musiche e progetto sonoro: Antonio Della Ragione

#ROMA - Anticipazione da Cordelia di febbraio

L’AMORE NON LO VEDE NESSUNO (di G. Grasso, regia P. Maccarinelli)

È curiosa la storia che c'è dietro a questo spettacolo, o meglio, al suo autore, Giovanni Grasso. Parliamo infatti del consigliere per la stampa e la comunicazione del Presidente della Repubblica; Grasso però oltre ad avere un'importante carriera nella comunicazione politica è anche autore di best seller che poi vengono adattati per il teatro. Al Quirino è andata in scena la prima di L'amore non lo vede nessuno, che dall'autore viene definito come un "thriller esistenziale", ma che poi risulta essere a metà strada tra un giallo e una commedia grottesca. La regia la firma, senza troppa fantasia, Piero Maccarinelli, il quale si limita a far recitare Stefania Rocca e Giovanni Crippa come se fossero su un set televisivo, impostati nei modi e nella voce ma senza una parvenza di lavoro sui personaggi. Crippa si difende perché la sua tecnica e la sua esperienza meglio si addicono al ruolo. I due si incontrano una volta alla settimana in un bar - sempre vuoto e ben ricostruito, con tanto di insegne luminose, nella scena di Maccarinelli e Fabiana di Marco -  perché il personaggio interpretato da Rocca, Silvia, vuole scoprire che tipo di relazione ci fosse tra quest'uomo misterioso e Federica, sua sorella morta in un incidente. Tra un appuntamento e l’altro un velatino lascia intravedere l’interno di una casa, qui la protagonista va a confidarsi con un’amica (Franca Penone, con un’ilarità esagerata per il contesto) che dovrebbe essere la depositaria della “linea comica” ma di cui non si comprende la necessità al di fuori del solito obiettivo di alleggerimento. Durante gli incontri l'uomo racconterà di un amore assoluto, di una donna che viveva la propria relazione al limite, si parlerà anche di una chiavetta contenente foto scabrose (a cui neanche un amico hacker potrà avere accesso senza password), in fine, come nella migliore tradizione dei drammoni in cui fede e passione si scontrano, scopriremo che l'affascinate Mister X è in realtà un prete. Come se non bastasse, dopo il “colpo di scena” ecco l’altro finale telefonato, Silvia si scopre annoiata nel proprio matrimonio e si innamora del Don, ma lui, stavolta integerrimo, resiste. Sipario. (Andrea Pocosgnich)

Visto al Teatro Quirino. Centro Teatrale Bresciano Teatro di Napoli – Teatro Nazionale Teatro Quirino Compagnia Molière presentano Stefania Rocca Giovanni Crippa L’amore non lo vede nessuno di Giovanni Grasso con Franca Penone impianto scenico Piero Maccarinelli in collaborazione artistica con Fabiana Di Marco luci Javier Delle Monache costumi Gianluca Sbicca regia Piero Maccarinelli

#ROMA

IL MALATO IMMAGINARIO (di Molière, regia A. Chiodi)

Il malato immaginario, una delle comédie-ballet per eccellenza, il testo nel nel quale maggiormente Molière si guarda allo specchio, tanto che la tradizione ce lo fa immaginare in punto di morte proprio in quella scena. E in fin dei conti questa messinscena di Andrea Chiodi (con l'adattamento e la traduzione di Angela Dematté) non tradisce l'anima del testo e del genere: tanta musica, anche suonata dal vivo, tanto divertimento per il pubblico (ma anche un certo sprofondare), con un Tindaro Granata (nel ruolo del titolo) come sempre efficace, credibile e capace di tempi comici modernissimi. Tutto dentro una scena semplice e con richiami simbolici, geniale ad esempio il lampadario fatto di siringhe. Peccato per alcune scelte invece difficili da comprendere: ad esempio la scena iniziale e quella finale in cui gli attori e le attrici rimangono in guepiere, bustini e reggicalze in un'atmosfera un po' drag, un po' spogliarello decadente primo Novecento. La commedia prende ritmo e vitalità anche grazie all'entrata in scena del dottor Diarroico (Emanuele Arrigazzi) e di suo figlio (Ottavia Sanfilippo), qui la regia di Chiodi ha mano esperta e sicura sulla macchina comica molieriana. Rimangono sul piatto altre due questioni che invece mi sembrano irrisolte: la costruzione del personaggio della serva Tonina da parte di Lucia Lavia e il lavoro sul livello metateatrale e biografico di Molière. Lavia fa l'opposto di quello che ci sia aspetta, invece di muoversi e parlare come una serva ha un piglio quasi aristocratico, idea che potrebbe anche essere interessante ma che poi si risolve in una recitazione - soprattutto nella prima parte - affettata, piena orpelli vocali, una vera e propria maschera che la fa sembrare un folletto impertinente e sempre desideroso di attenzioni. E soprattutto tra il suo approccio recitativo e quello degli altri c'è una distanza davvero difficile da giustificare. I riferimenti alla vita dell’autore mancano forse di profondità e avrebbero bisogno di più spazio per essere compresi anche dai pubblici meno esperti. (Andrea Pocosgnich)

Visto al Sala Umberto Di Molière adattamento e traduzione Angela Dematté regia Andrea Chiodi con Tindaro Granata e Francesca Porrini e con Angelo Di Genio, Emanuele Arrigazzi, Alessia Spinelli, Nicola Ciaffoni, Emilia Tiburzi, Ottavia Sanfilippo scene Guido Buganza costumi Ilaria Ariemme musiche Daniele D’Angelo luci Cesare Agoni consulenza ai movimenti Marta Ciappina assistente alla regia Elisa Grilli produzione Centro Teatrale Bresciano in coproduzione con LAC Lugano Arte e Cultura, Viola Produzioni Roma

KR70M16 – NUFRAGO SENZA NOME (di Saverio La Ruina)

Gennaio si è ormai consegnato alla memoria collettiva: un mese che invita a ricordare, a rinnovare quel rito laico di testimonianza che dal Giorno della Memoria arriva fino alle ferite aperte della contemporaneità. Ma “ricordarsi di ricordare” è quasi un ossimoro: la memoria, quando diventa calendario, rischia la retorica e la ritualità forzosa. È su questo crinale che sfila KR70M16 – Naufrago senza nome (prima nazionale): un lavoro che prende spunto dalla tragedia di Cutro e, sin dal titolo, rivendica l’urgenza antropologica di dare volto e voce a chi  scompare tra le pieghe della scena del mondo, teatro crudele e iniquo, per venire risputato dai flutti in forma di codice alfanumerico. La scena è essenziale e sospesa, con un tratto quasi fiabesco: un cimitero-limbo dove il custode (un Dario De Luca psicopompo, dolce e burbero insieme) organizza colloqui tra gli “ospiti”. Dentro la cornice di questo non-luogo affacciato sul mare nostrum, lo spettacolo tenta di restituire identità: senza un nome inciso non c’è memoria, senza un corpo su cui piangere tutto resta incompiuto. La scrittura di Saverio La Ruina procede per affioramenti, tenendo assieme emozione civile e immaginario. Proprio qui, però, affiorano i meccanismi da oliare: la narrazione si disfa in quadri che vorrebbero compaginare due biografie parallele, quella di Karamu (Cecilia Foti) e del dottor Schwarz (La Ruina), psicologo ebreo finito in un campo di sterminio, ma finiscono per diventare un andirivieni viscerale, alla ricerca della commozione come legante di senso tra due territori storici, biografici e simbolici così lontani, ma così vicini. Una direzione plausibile di lavoro sembra quella del teatro ragazzi, o forse proprio quella maestria della melopea propria al teatro di La Ruina: le emozioni chiamate in causa abitano un mondo di archetipi che anelano agli universali della morale più che a una forma contemporanea di racconto. Anche la complessità dell’accostare il dramma migratorio alla Shoah, qui può veicolare senso solo se disciolta in un flusso più marcatamente lirico ed essenziale. Resta, al netto di queste impressioni, che KR70M16 ci protende a reclamare una giustizia poetica minima—far emergere un nome dove la Storia tende a seppellire le storie sotto la coltre di un'indifferenza che ci ha ormai nauseato. (Andrea Zangari)

Visto al Teatro India. Di e con Saverio La Ruina e con Dario De Luca, Cecilia Foti musiche Gianfranco De Franco disegno luci e illustrazione Dario De Luca luci e audio Daniele Nocera costumi Cecilia Foti responsabile allestimento Giovanni Spina assistente all’allestimento Rosy Parrotta organizzazione Egilda Orrico amministrazione Tiziana Covello produzione Scena Verticale

LUNA–57 (di Noemi Francesca)

Con una scrittura delicata e poetica, la regista e drammaturga Noemi Francesca torna a interrogarsi sul tema della separazione, recuperandone nuove prospettive e rimandi, a partire dallo spettacolo C’era una volta. Manuale di sopravvivenza per immagini (leggi anche l’articolo di Alessandro Toppi), tra i testi vincitori, nel 2024, del Premio Nuove Sensibilità 2.0. Se in C’era una volta il motore della ricerca prende avvio dalla consapevolezza della fine, che viene narrata dal protagonista (Michelangelo Dalisi) in soggettiva, assimilando i codici del linguaggio filmico, in Luna–57 la morte diviene un fatto compiuto. Tutto è pronto per dirsi addio, anche se «si muore troppo in fretta» (come intona Andrea Laszlo De Simone nel brano Vivo). «Papà, mi senti?»: nel congedarsi dalla figura paterna, qui corpo assente, una giovane hikikomori (interpretata da Alessandra Masi, unica presenza in scena) trasforma il lutto in un viaggio nello spazio, più precisamente quello che dovrebbe apprestarsi a compiere il padre, sollecitato dalla figlia a non dimenticare il bagaglio più importante della sua vita, le cose essenziali, le foto di famiglia, e soprattutto gli esercizi per non sparire e per inviare messaggi sulla Terra. Ma cosa accade quando il vuoto diventa un nemico comune? Quando la sparizione/morte dell’uno, diventa anche la sparizione/isolamento dell’altra? Sul fondo della scena, le immagini video di un pianeta roccioso, sconosciuto e deserto, svelano, mediante un gioco di proiezioni e raddoppiamenti, una falsa soggettiva, che ci consente di condividere e sperimentare, di quello spazio così lontano, mistero e solitudine. Luna–57 (con la cura del dramaturg Riccardo Festa) è un viaggio intimo e catartico disseminato di parole e di movimenti lievi che si fondono in una grammatica scenica originale, restituendo, anche in quello che scopriamo essere l’esiguo e immaginifico spazio di una stanza, il dramma collettivo della perdita. Per approdare, infine, al mondo dei vivi, perché, in fondo, è il rapporto con l’altro essere umano che «ci strappa dal nulla». (Giusi De Santis)

Visto a Fortezza Est. Con: Alessandra Masi; Drammaturgia e regia: Noemi Francesca; Dramaturg: Riccardo Festa; Voce: Cecilia Di Giuli; Video: Francesco Di Mauro; Elementi di costume: Rossella Oppedisano

#GENOVA

IL PEDAGOGO DELL’INFAME (di Riccardo Cacace)

Ian (Riccardo Cacace) è assorto nella contemplazione dei suoi appunti quando il pedagogo (Marco Gualco) fa il suo ingresso nella stanzetta arredata con rigoroso nitore: nulla più di un tavolo di legno, due sedie, un comodino con sopra una lampada e una lavagna. Il maestro è stato assunto per insegnare al giovane, figlio di un noto politico, le sottigliezze dell’arte oratoria e persuasiva, ambito in cui Ian non sembra particolarmente eccellere, dato che spesso e volentieri gli sfuggono i ragionamenti dell’insegnante, finendo per travisarne il senso. Tremante e pallido, ossequioso nei confronti del pedagogo ma al tempo stesso sfrontato, Ian finisce per ottenere una confessione dal maestro, a furia di domande incalzanti: l’insegnante, infatti, è stato appena licenziato, e il giovane intuisce che in qualche modo la faccenda abbia a che fare con l’uccisione del ragazzo nero avvenuta di recente, fatto che si scoprirà essere piuttosto increscioso all’interno della politica di integrazione razziale attuata dal padre. Nella sua titubanza, finisce per perdere la pazienza, estrarre una pistola e puntarla contro il maestro, quasi a voler aggirare con la forza bruta i ragionamenti acuti e ingannevoli dell’insegnante. Urla, Ian, pretende risposte, in un crescendo di isterismo a cui il pedagogo sotto minaccia tenta di porre freno. “Lei pensa che io sia buono? Mi crede?”, il giovane continua a domandare ossessivamente. Eppure, ciò che gli sfugge, è che non si tratta di essere buoni, ma con quanta bontà di retorica viene esposto un concetto. Si insinua nello spettatore il dubbio che possa essere stato effettivamente il pedagogo a compiere l’omicidio e che stia tentando di addossare la colpa al giovane. Cacace, autore, regista e spettatore, riesce nella complessa operazione di rendere godibile al palato uno spettacolo concettosamente denso, coadiuvato anche dalla recitazione puntuale e coinvolgente del duo che trascina lo spettatore nel suo ritmo incalzante. Il pedagogo dell’infame fa sfoggio di sé stesso come pezzo di bravura tecnica e retorica, dove i concetti di buono e giusto diventano relativi di fronte al potere deformante della parola. O di un insegnamento che lascia cattiva semenza. (Letizia Chiarlone)

Visto al Teatro Instabile. Scritto e diretto da Riccardo Cacace Con Riccardo Cacace e Marco Gualco Produzione Compagnia Chierici-Cicolella Spettacolo vincitore di Festival inDivenire 2025. Marco Gualco vincitore del premio Miglior attore di festival inDivenire 2025

1984 (di Corrado Accordino)

Per la regia di Corrado Accordino sono state ricreate in scena alla sala Dino Campana le atmosfere opprimenti del romanzo di Orwell, in una resa drammaturgica piuttosto fedele al suo originale. Gli attori, omologati tra loro non solo dagli atteggiamenti reverenziali nei confronti del loro idolo, il Grande Fratello, ma anche nell’abbigliamento standardizzato, sono sottoposti a una costante pressione per venire educati a un percorso di pensiero unico, totalizzante, a suon di “La pace è guerra, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza”. Eppure, in quella che sembrerebbe una massa indistinta, una macchina dagli ingranaggi ben oliati, comincia a spiccare la figura di Winston, che si distacca dal gruppetto per rintanarsi in un angolo e scrivere su di un taccuino che subito ripone tra l’orlo della calza e la caviglia. La devianza di pensiero di quest’ultimo cresce al punto da intrecciare una relazione clandestina con una compagna di partito, Julia. Scoperto da un ufficiale che finge di far parte della Resistenza (e si insinua nello spettatore il dubbio che essa stessa sia un’invenzione del Partito per far uscire allo scoperto i dissidenti), Winston viene tormentato a lungo e infine messo faccia a faccia con la sua peggior paura. La scena della tortura è particolarmente lenta ed estenuante, evocatrice di una sofferenza che non si limita al solo dolore fisico di un corpo che viene teso all’estremo dall’azione di due catene tirate a forza, ma che è tutta interiore, del pensiero cosciente che si avvita su sé stesso come una murena in trappola che sfugge ad un paio di pinze. Ridotto, infine, ad essere la pedina perfetta del sistema, Winston arriverà a non riconoscere la stessa Julia che, senza esitare, lo aveva tradito. Di fronte a una narrazione che risulta ancora attuale non sfugge il memento rivolto allo spettatore: un invito a esercitare il proprio pensiero critico, per sfuggire alle insidie di un sistema che omologa e generalizza. Per un futuro più consapevole, dove permane la libera di affermare che due più due fa ancora quattro. (Letizia Chiarlone)

Visto al Teatro della Tosse. Da George Orwell drammaturgia e regia Corrado Accordino con Luigi Aquilino, Daniele Crasti, Daniele Ornatelli, Silvia Rubino, Alessia Vicardi movimenti coreografici Romina Contiero aiuto regia Valentina Paiano produzione Compagnia Teatro Binario 7

Speciale Generazione Scenario #ROMA

CONCERTO PER UNO SCONOSCIUTO (di Pietro Cerchiello)

Ci sarà prima o poi da ragionare in maniera approfondita sul ruolo della musica nel nuovo teatro italiano, sullo statuto attorale sempre più post-drammatico e influenzato da mezzi extra teatrali. Generazione Scenario da questo punto di vista è spesso in grado di fotografare delle tendenze in atto: è evidente, tra gli altri, anche in Concerto per uno sconosciuto, andato in scena insieme agli altri spettacoli premiati dalla storica associazione allo Spazio Diamante di Roma in una due giorni importante per operatrici, operatori e pubblico appassionato. Pietro Cerchiello, attore e autore, se ne sta in scena insieme a due musicisti e però da subito si capisce che qui il comparto musicale non è semplicemente accompagnamento o creazione di un’atmosfera specifica: la musica di Giacomo Tamburini e Vittorio Simonetto inquadra la scena e la drammaturgia, scandisce la recitazione ed entra nel racconto. La storia, come la relazione scena-platea, è molto semplice - è davvero difficile comprendere cosa sia, in generale e in questo caso, l’etichetta del premio Sfida artistica (e poi tutti gli allestimenti sono delle sfide…) -, siamo dalle parti del racconto di viaggio e di maturazione: il nostro protagonista decide di partire per un lungo cammino, ma ci tiene a spiegare subito che siamo lontani dai percorsi più popolari e frequentati come quello del Cammino di Santiago. La metà è rappresentata dai 460 km del Kungsleden, nel nord della Svezia, realmente percorsi da Cerchiello. L’attore ventiseienne utilizza solo poche immagini video - grigie tempeste e paesaggi bianchissimi - per il resto è tutto nella parola, ironica e immaginifica: e siamo lì con lui, in mezzo alla pioggia per interi giorni, in rifugi pieni di pellegrini, siamo con lui mentre forse sta per nascere un amore, nel primo incontro con l’altro che rompe la solitudine. Tra autobiografia e finzione per noi che guardiamo e ascoltiamo è la verità della scena a contare; partire per poi tornare, scoprire paesaggi e cieli impervi - interrogando qualcosa di sé - e poi la piccola provincia italiana che rimane lì in attesa con un futuro pronto o da scoprire. (Andrea Pocosgnich)

Visto allo Spazio Diamante uno spettacolo di e con Pietro Cerchiello alla drammaturgia e alla regia Tommaso Imperiali musiche dal vivo Giacomo Tamburini e Vittorio Simonetto produzione Dimore Creative con il sostegno di Scenario ETS e Teatrino dei Fondi – Residenza per artisti nei territori, San Miniato

DAD OR ALIVE (BumBumFritz)

Possiamo alzarci in piedi e ballare, se ne abbiamo voglia, e, nel rispetto delle regole, anche fumare una sigaretta. È l’invito che la voce di una bambina rivolge alla platea, sostituendosi a quella che, tradizionalmente, esorta il pubblico a spegnere i telefoni cellulari prima dell’inizio di uno spettacolo. Dad or alive, progetto vincitore del Premio Stefano Cipiciani per il dispositivo scenico al Premio Scenario 2025, restituisce, sin dal titolo, l’urgenza di una presa di posizione netta nei confronti delle criticità del presente e delle sfide che quotidianamente siamo chiamati a fronteggiare. Tra le innumerevoli possibilità dello stare al mondo, chi abbiamo scelto di essere? L’esplorazione è trasversale, e il desiderio di genitorialità, da cui parte la riflessione, intreccia il suo percorso con altre tematiche attuali come la precarietà economica, il cambiamento climatico, l’ecoansia. Il duo padovano BumBumFritz (i registi e performer Michele Tonicello e Giovanni Frison) predilige un impianto drammaturgico che procede per accumulo: testimonianze, sondaggi, dati e previsioni per il futuro, un overload di informazioni - di cui, in maniera dirompente, ci avevano raccontato i Sotterraneo qualche anno fa - sostenuto da un ritmo incalzante, dalla musica elettronica dal vivo e dall’utilizzo del videomapping. La ricchezza e la densità di contenuti e di stimoli - di cui, inizialmente, abbiamo temuto la sovrabbondanza e la sovrapposizione - circoscrive, con intelligente ironia, le contraddizioni e le distopie del reale (sempre meno distanti dagli incredibili scenari che hanno reso iconiche serie tv come Black Mirror): il terrorismo mediatico, l’inverno demografico, la paura della sostituzione etnica (perché prima di tutto gli italiani), la politica pro-vita ossessionata dal feto e pronta a difendere chi non è ancora nato. Si fa ritorno, infine, a un dispositivo scenico più ‘primitivo’, un modo nuovo di stare dentro le cose, per «distillare la meraviglia dall’orrore» e, attingendo al mondo giocoso dell’infanzia, ricercare la naturale e spontanea adesione alla vita. Dunque, balliamo! (Giusi De Santis)

Visto allo Spazio Diamante. Testi, live electronics, videomapping e regia: Giovanni Frison e Michele Tonicello; Fonica: Christian Reale; Movimenti scenici a cura di: Stefania Borrella; Produzione: Cranpi, La Piccionaia Centro di Produzione Teatrale, La Corte Ospitale, Pergine Festival; Con il sostegno di: Scenario ETS, L’Arboreto - Teatro Dimora | La Corte Ospitale - Centro di Residenza Emilia-Romagna, Teatro Biblioteca Quarticciolo. Grazie a Babilonia Teatri, Francesca Macrì e Massimiliano Chinelli.

INFINITA BELLEZZA (Fondamenta Zero)

Sono già in scena. E ci resteranno tutto il tempo. Fin qui niente di strano. Ma quello che fa la differenza in Infinita bellezza di Fondamenta Zero è che sulla scena, in qualche modo ideale, c’è il pubblico dall’inizio alla fine. Ciò perché nel dispositivo scenico ideato e diretto da Claudia Manuelli, in scena insieme ad Aron Tewelde, tutto quanto accade è per eterodirezione condotto dal palco, attraverso lo strumento di un libretto che attende gli spettatori sulle poltrone, fin dal principio, e che andrà a definire le reazioni di ciascuno ad ogni evento della rappresentazione. Il discorso generale attorno alla manipolazione è dunque portato in una forma sperimentale, ma privo di una tecnologia che potrebbe sovrastare la bontà del progetto: tutto accade con i mezzi più artigianali del teatro, una sorta di forma zero (forse il nome di compagnia ce l’ha qualche responsabilità) in cui la parola, il movimento, il patto della rappresentazione, emergono e consistono la materia stessa della creazione. Attraverso dunque questo meccanismo, semplice ma stimolante, i due attori portano all’attenzione argomenti cardinali di questa epoca contemporanea, come il razzismo o la violenza di genere, ma lo fanno veicolando in chi assiste gli smottamenti della propria coscienza e della morale, verso una messa in discussione delle certezze in cui chiunque si può crogiolare. Se però il meccanismo è divertente e ben architettato, così come l’interpretazione di Manuelli e Tewelde è sapiente nel determinare e gestire gli eventi, coglie il dubbio che l’opportunità del dispositivo possa risultare anche un limite, perché i temi siano affrontati in una maggiore profondità. In conclusione un buon augurio: nell’epoca di Trump in cui la post verità ha definitivamente sconfitto la verità, nell’epoca in cui gli organi di stato possono ricostruire i fatti a proprio piacimento come nei recenti eventi di Minneapolis, che il teatro continui a offrire discussione attorno al rapporto tra finzione e verità, sul concetto di libertà e di scelta, resta un atto di resistenza. (Simone Nebbia)

Visto a Spazio Diamante: Crediti: di Fondamenta Zero; regia e drammaturgia Claudia Manuelli; con Claudia Manuelli e Aron Tewelde; aiuto regia Camilla Violante Scheller; produzione Teatro Metastasio di Prato; con il sostegno di Scenario ETS e Teatro Due Mondi – Residenza per artisti nei territori, Faenza

L’ISOLA DEI CICCIONI FELICI (di Andrea Mattei)

Se ci fosse un’isola, un posto lontanissimo ed esotico, dove poter essere sé stessi senza incorrere nel giudizio altrui? Se in questa potessimo esporre il nostro corpo con tutte le imperfezioni che si porta ed essere lo stesso felici? Ecco, quel posto c’è, si chiama Nauru, un piccolo paradiso di mare disperso in Polinesia, nel mezzo dell’Oceano Pacifico; lo racconta Andrea Mattei nel suo L’isola dei ciccioni felici, tentativo di offrire un monologo ironico sulla percezione dell’immagine altrui, per come emerge nell’evidenza della superficie. La narrazione di Mattei è polifonica, nel suo racconto autoironico riverberano gli sguardi degli altri, la percezione di sé al cospetto del giudizio, una voce interna – udibile in voice off – che resta compressa mentre il signor O, come lui stesso definisce il proprio personaggio, offre un corpo non conforme al verdetto dell’impressione estetica. La ricerca della taglia dell’abito, le azioni quotidiane impedite dall’obesità, la fruizione del mondo non “a misura” del suo corpo, tutto spinge il signor O a immaginare, desiderante, il viaggio per Nauru, dove finalmente poter essere in tutta la sua propria natura. La scelta di Mattei, oltre che attraverso la narrazione, è quella di convogliare lo sguardo del pubblico, spesso chiamato in causa, su un’atmosfera circense data dalla musica, dal trucco, e su alcune parti in cui il mimo riporta a un certo gusto da varietà o da gag comica del cinema muto e la danza offre allo sguardo quel contrasto intimo tra costrizione e liberazione del corpo. Tuttavia, nonostante il tema fin dalla presentazione a Scenario avesse destato attenzione, sembra esserci ancora un dosaggio del ritmo poco preciso e soprattutto l’estensione a spettacolo completo a nostro avviso ha depotenziato il tema, non offrendo con chiarezza un buon equilibrio tra le parti sceniche e così privando la drammaturgia complessiva di solidità. (Simone Nebbia)

Visto a Spazio Diamante. Crediti: di e con Andrea Mattei; assistenza e luci Massimo Giordani; movimenti di scena Marta Vergani; scenografia Simona Campisi e Lorenzo Fedi; costume Anna Chiara Capalbi; musica e sonoro originali Chiara Troiano; produzione Teatrino dei Fondi, Accademia Perduta/Romagna Teatri; con il sostegno di Scenario ETS e Teatro Due Mondi – Residenza per artisti nei territori, Faenza

#ROMA

NELLA LINGUA E NELLA SPADA (di Elena Bucci)

Nella lingua e nella spada è un melologo, ideato diretto e interpretato da Elena Bucci, dedicato alla storia di Alekos Panagulis e alla memoria che di lui e del loro rapporto ne fece Oriana Fallaci. Non tanto un riadattamento, questo visto al Teatro di Villa Torlonia, quanto un esercizio di rievocazione della memoria, nel rispetto di quella penna affilata che era caratteristica della giornalista e scrittrice e della figura dell'intellettuale e rivoluzionario, che fino alla fine della sua vita si oppose al regime dittatoriale della Grecia dei ‘60. Risuonano durante lo spettacolo domande fondanti che parlano di come sopravvivere a una dittatura, di come questa tratti i propri avversari e se, in questo gioco di potere, sia giusto o meno tentare di compiere atti estremi ー sia pure l’attentato, fallito, al dittatore Papadopoulos; la resistenza alle torture; la fuga, più volte, dalle prigioni; e, su tutti, un pensiero integrale, idealista, che mai cede il passo al compromesso. Bucci racconta, dando vita a l’uno e all’altra, con pulizia di gesto e voce ma niente affatto distante; alle sue parole si accompagna un suono evocativo, che Luigi Ceccarelli compone a partire dalle registrazioni di Michele Rabbia e Paolo Ravaglia; rimandi antichi, accenni polverosi e affaticati. Davanti a una scena essenziale che vede oltre a un intreccio di corde (prigione e poi alcova), un telo su cui arrivano pochi accenni di luce, quasi a isolare i diversi quadri, sono i ritmi incalzanti a fare da contrappunto a quel fermo coatto del corpo che però non rinuncia mai al pensiero critico e che anzi trova nella dimensione di prigionia un luogo di libertà espressiva, a differenza di quel “mondo di fuori” pieno di corruzione, di falsi amici pronti a denunciare alle autorità militari, pure di un amore che rischia la totalizzazione e che, per questo, devia. Eppure, a fine di tutto l’uomo (o Un uomo, come il titolo del romanzo che Fallaci scrisse proprio sulla loro relazione), nella sua purezza di pensiero, che prova a resistere al potere, la cui vita viene schiacciata anche se la morsa è la provocazione a partecipare a una manifestazione, sopravvive nelle nostre vite. (Viviana Raciti)

Visto al Teatro di Villa Torlonia, Roma | elaborazione drammaturgica, regia e interpretazione Elena Bucci, musica in playback di Luigi Ceccarelli, con registrazioni di Michele Rabbia e Paolo Ravaglia, disegno luci Loredana Oddone , cura e regia del suono Raffaele Bassetti, assistente all’allestimento Nicoletta Fabbri, scene Elena Bucci, Loredana Oddone, costumi Elena Bucci, Marta Benini e Manuela Monti, foto Luca Concas, Salvatore Pastore, Patrizia Piccino, documentazione video Stefano Bisulli, si ringrazia il Teatro Comunale di Russi per l’ospitalità, produzione Le belle bandiere, Centro Teatrale Bresciano, Ravenna Festival, Campania Teatro Festival, TPE Teatro Piemonte Europa, con il sostegno di Regione Emilia-Romagna, Comune di Russi, produzione musicale Edison Studio

ALLE PERLE PIACE L’ACQUA (di L. Moras, regia E. Lombardi)

Sta per accadere qualcosa nella vita di Elisabetta, qualcosa che rimane come sospeso, impigliato tra gli accadimenti e le distrazioni del quotidiano, tra una lista dei desideri, tramutatasi negli anni in una più ordinaria lista della spesa, l’utilizzo di dispositivi sempre più tecnologici a cui deleghiamo tempo e domande, e il ruolo impattante delle serie tv, dove la dilatazione temporale del racconto e i personaggi, sempre meno eroi, ci spingono a credere che potremmo prenderne un po’ in prestito di quelle vite, di quell’intensa drammaticità. In scena al Teatro Basilica, Alle perle piace l’acqua, per la regia di Enrico Lombardi, è una messa a fuoco tutta al femminile, una riflessione sul tempo che passa, una scrittura densa ma leggera (la drammaturgia è di Lisa Moras) che prende avvio da un’idea e materiali originali di Alice Melloni, unica e versatile attrice in scena, recuperando i rimandi e le suggestioni del memoir e dell’autofiction. Elisabetta, donna e madre quarantenne, inquieta e ironica, compie un viaggio notturno nel quale passato e presente intrecciano il loro percorso, in un processo di avvicinamento a chi siamo veramente, ma soprattutto a chi, invece, vorremmo essere. In quel reiterato «è tardi, devo decidere» si cela il desiderio e la ricerca di un’identità che fatica a lasciar andare, rievocando però, del passato, una sorta di dolore antico, per ricucirne gli strappi. La memoria ritorna al quartiere operaio di Reggio Emilia, il Cairo, alla nonna Federica, e alla sua cucina, luogo prescelto per parlare d’amore, rifugio dalle insidie di un rapporto tossico, durato settant’anni, con un uomo costantemente «impegnato a farsi i fatti propri». Un avanti e indietro nel tempo, in pantaloncini, sneakers e t-shirt dei Nirvana, scandito da una colonna sonora pop e da un linguaggio immediato e a tratti poetico, dove memoria e presente si fondono, in una messinscena coerente, non per ricostruire i fatti, ma per scavare nelle più intime intenzioni. (Giusi De Santis)

Visto al Teatro Basilica. Da un’idea e materiali originali di: Alice Melloni; Testo e drammaturgia: Lisa Moras; Con: Alice Melloni; Regia: Enrico Lombardi; Produzione: Compagnia Enrico Lombardi/Quinta Parete; Coproduzione: AriaTeatro

LA SINGOLARITÀ (spettacolo collettivo di Algo Ceiba)

Alla lettura dei crediti dello spettacolo, si deduce che il progetto è sicuramente collettivo e che questa collettività implica quindi l’apporto plurale di più idee che ritroveremo poi sulla scena de La singolarità. Realizzato nell’ambito del LABOR WORK Officina delle Arti Pier Paolo Pasolini con il sostegno di DiSCo Lazio e Regione Lazio, vincitore del bando Pillole #tuttoin12minuti 2025 e menzione speciale Premio Omissis 2025, La singolarità affronta il tema della disposofobia, nota come disturbo da accumulo, ed è l’approdo teatrale di una complessa «ricerca di tipo antropologico e performativo, condotta tra gennaio e maggio 2025 attraverso interviste a psicologi, figli di soggetti affetti da disposofobia, imprese di pulizie specializzate, e racconti di vita quotidiana raccolti in diverse città». Al lato sinistro della scena, un quadrato di casa strabordante di oggetti, mentre al centro, verso destra, una bara. Nonostante la densità dei materiali a disposizione, il merito della drammaturgia sta nell’aver isolato, purtroppo solo all’inizio, un’immagine potentissima: un feretro non riesce a entrare in un appartamento perché questo è troppo pieno di cose e, dato che «le cose si abituano», queste non possono abbandonarlo. Il resto della raccolta di fonti e dati e testimonianze è montato in una drammaturgia scenica confusa, in cerca di un finale definitivo (ce ne sono ancora troppi che si aprono quando è passata più di un’ora), che entra e esce dal processo di creazione servendosi di espedienti che divergono e indeboliscono la narrazione (gli a parte, i momenti coreografici, l’asta del pubblico, le video testimonianze di ritorno da una delle interviste, le citazioni di altri programmi che vengono giudicati per le sbagliate modalità di trattazione…). Sembra mancare, anche nei toni disordinati dell’interpretazione attoriale, una selezione accurata, specifica - che forse non dovrebbe essere così collettiva - del materiale a disposizione per usarlo con cura e sensibilità evitando che uno spettacolo incentrato sul disturbo di accumulo non diventi a sua volta un accumulo indistinto di prassi, patologie, emotività, storie, persone e vita. (Lucia Medri)

Visto a Fortezza Est: uno spettacolo del collettivo Algo Ceiba, drammaturgia Riccardo Tabilio, messa in scena Dario Aita, Elena Gigliotti, aiuto regia Gianluca Fischetto, coreografia Luca Piomponi, musiche originali Tommaso Grieco, luci Chiara Saiella, con Nadia Fin, Gabriele Ratano, Francesco Savino. Foto di Luisa Fabriziani

RAMPANTE! (Illoco Teatro)

lloco Teatro ha già sperimentato con successo (U.mani il 2022 e Asola e Bottone il 2025) un teatro che vede contemporaneamente in scena pupazzi, attori, video live che riprendono e ingrandiscono il processo di creazione, quella commistione di scena e fuori campo che trova insieme cinema, teatro d’attore e teatro di figura. Con Rampante!, ispirato al Barone rampante di Italo Calvino lo spazio d’azione si fa più grande e in scena una grande isola rotante, poi altri “set”, che mostrano in piani più stretti, la vita tra le fronde, i terrazzi di alcune ville, le aule di professori fino agli interni della casa del protagonista che, come restituisce il sottotitolo salì dagli alberi e non scese mai più (tutto di Fiammetta Mandich, Dino Serra, Illoco Teatro). Una dedizione a una costruzione così articolata meritano certamente uno spazio adeguato e lo Spazio Rossellini, pur avendo il merito dell’ampiezza, non permette sempre la possibilità che lo sguardo si sposti dalla dimensione teatrale dove gli attori animano e interagiscono con i piccoli puppet, a quella cinematografica, che restituisce e monta live il film sotto agli occhi e che, difatti diventa la principale fonte di fruizione dello spettacolo. A quest’opera, scritta da Annarita Colucci e diretta da Roberto Andolfi, va sicuramente il merito di aver portato un testo poetico e radicale, come sempre è Calvino, alla portata di un pubblico dai 3 anni, in una modalità originale e delicata, sebbene alcuni riadattamenti sarebbero potuti essere limati - dal cambio di alcuni nomi alla presenza di un gruppo di studiosi all’inizio, che sembra essere funzionale più a integrare i manipolatori alla scena che a una vera esigenza drammaturgica. Ciò che a volte ha distolto l’attenzione dei più grandi da questa messinscena rigorosa, attenta al tema ambientale dove la foresta diventa il cuore della vita di Bartolomeo, da quella caparbietà sognatrice e un po’ folle che però spinge a guardare avanti e a iniziare a scoprire come crescere e come affrontare la vita, è una tendenza a infantilizzare alcuni toni, alla giocosità e non al gioco, al far finta e non al credere sul serio. Anche perché, scegliere di staccarsi da quello che gli altri pensano sia giusto, convincerli che il cambiamento imposto dall’alto non sempre è possibile, è una vita che richiede coraggio e fiducia. (Viviana Raciti)

Visto allo Spazio Rossellini. Regia Roberto Andolfi, Ideazione Illoco Teatro, Testi Annarita Colucci, Direttore della fotografia Michele Galella, Scena a cura di Fiammetta Mandich, Dino Serra, Illoco Teatro con Annarita Colucci, Dario Carbone, Valeria D’Angelo, Anton De Guglielmo,Roberto Andolfi Una produzione Solares Fondazione delle Arti – Teatro delle Briciole, Con il contributo di Ministero della Cultura, Regione Emilia-Romagna, Comune di Parma

CiKorea_amara la danza 2026 (con Petta, Piva, Ermini, Popolo Rubbio, Zambelli, Spattini e Rosini)

Le pratiche di condivisione degli studi che anticipano futuri spettacoli fanno bene alla salute della visione e educano la coscienza critica perché emancipano il pubblico dalla definizione e dalla finitezza di un percorso concluso. In CiKorea_amara la danza 2026, il legame con il reale interessa una gran parte dei lavori, in alcuni di questi, la parola sembra inserirsi come necessaria estensione del discorso coreografico. La parola deve dirsi, il corpo ne ha bisogno e la gestualità o procede in parallelo o la sostiene. In Sentiero 105 di Michele Ermini i testi delle poesie di Antonia Pozzi ricreano i paesaggi del cuore dell’autrice ma anche quelli in cui il corpo del danzatore si muove in scena in una doppia, lenta, delicata narrazione che incrocia il tempo delle montagne delle poesie con quello del danzatore. In Settembre non arriverà mai di Noemi Piva, è manifesta la dimensione installativa del lavoro: il corpo è inserito in uno spazio euristico in cui la musica dal vivo (Lorenzo Minozzi) risponde ai movimenti, alla manipolazione degli oggetti (tazzine piattine cucchiaini plastilina) e anche alle parole che affondano nella memoria biografica della performer ma non sono funzionali a una narrazione: si dicono e potrebbero essere dette anche in un’altra lingua, tanto è importante comprendere il come e non il cosa. Diverso è invece il significato in Lacrimosa di Simone Zambelli che trae ispirazione dalla coreografia di Fokine, La morte del Cigno, in cui il corpo trafitto e annichilito dalla fine di un amore tenta di rialzarsi a suon di dediche, invettive rap e le parole che lo sostengono sono più nude e esposte nelle loro ferite della stessa nudità corporea del performer. Più fisici e astratti nelle partiture ma pur sempre molto radicati nella realtà la scarica magnetica di sensuale isteria de La mia playlist n°42 di Francesco Alex Petta, e il terrigno e intimo Amarù o sulla nostalgia di e con Adriano Popolo Rubbio e Fabiola Donati, afflato suggestivo grazie anche ai suoni di Daniela Pes. A chiudere la rassegna, l’anteprima nazionale di Argus, Nuovi dispositivi di salvataggio di Giulia Spattini che, come la zattera del titolo, immersa nella tinte drammatiche e giallastre di Géricault, dipinge con sensibilità l’affresco coreografico di un’umanità (Giovanni Fasser, Michele Calcari, Paolo Rosini, Giulia Spattini e Fabio Bergaglio) salvata o da salvare che si poggia, slancia, litiga, coccola, prevarica, soccombe fluendo nelle nevrosi e fragilità quotidiane. (Lucia Medri)

Visto a Carrozzerie Not e Spazio Rossellini: Foto di Davide Agostini/Spazio Rossellini. Crediti completi al link>www.carrozzerienot.com/cikorea

LA CHUNGA (di M.V. Llosa, regia C. Sciaccaluga)

Torna a Mario Vargas Llosa il regista genovese, classe ‘87, Carlo Sciaccaluga; dopo I racconti della peste e Appuntamento a Londra, la produzione è ancora di Catania stavolta insieme al nazionale romano. Il maggior pregio di questo allestimento è l’accuratezza e quantità di dettagli: dall’utilizzo della musica, alla scenografia, dalla costruzione dei personaggi al trattamento del testo. Chiudendo gli occhi, si ritorna a quei luoghi, alla bettola peruviana, alle birre tracannate una dopo l’altra, tra le note dolci amare di una nenia su cui accennare qualche passo di danza e in cui un uomo orribile stringe una giovane donna piena d’amore e ingenuità. Siamo in un bar, che occupa lo spazio di una sorta di sottoscala, a sinistra un bancone, di quelli forse refrigerati, dietro al vetro si vedono delle bottiglie di birra e della frutta, poi dei tavolini in mezzo alla scena, e mensole piene di prodotti, nulla è lasciato al caso nella scena dai toni verdi di Anna Varaldo, poi scopriremo che dietro a un velatino, al piano superiore c’è una camera da letto. La bettola è presidiata dalla chunga, donna ruvida per necessità e da un gruppetto di quattro loschi individui. Pensano solo a giocare a dadi - e a litigare quando uno di loro soffia l’intero piatto agli altri – , di lavorare non se ne parla e le donne sono l’altro argomento delle lunghe serate. Soprattutto per Josefino, bell’imbusto che si guadagna da vivere facendo innamorare giovani donne e poi facendole prostituire. Siamo negli anni Quaranta e Vargas Llosa, in questo testo del 1985, mette in luce un mondo del sottosuolo fatto si sfruttamento, machismo esasperato e sensualità. Ne farà le spese Meche, l’ultima conquista di Josefino, di lei si innamoreranno tutti, Josefino la venderà una notte alla Chunga per un prestito, ma prima di sparire, avvolta dal mistero, la giovane forse riuscirà a liberarsi proprio grazie all’amicizia dell’altra donna. Sciaccaluga dirige bene – concedendo qualche eccesso – un gruppo di attori e attrici affiatati (Debora Bernardi, Francesco Foti, Giovanni Arezzo, Franz Cantalupo, Liborio Natali, Francesca Osso) con l’obiettivo di lasciar emergere il testo, senza distrazioni ed effetti speciali.(Andrea Pocosgnich)

Visto al Teatro India di © Mario Vargas Llosa, 1986 regia Carlo Sciaccaluga con Debora Bernardi, Francesco Foti e in o. a. Giovanni Arezzo, Franz Cantalupo, Liborio Natali, Francesca Osso scene Anna Varaldo costumi Anna Verde luci Gaetano La Mela foto Antonio Parrinello produzione Teatro Stabile di Catania, Teatro di Roma – Teatro Nazionale

MICROTEATRO: BLUE MONDAY – BEIRICORDI 7/7

La scorsa settimana, nella serata inaugurale dal titolo Microteatro: Bluemonday abbiamo conosciuto BeiRicordi - «occupazione artistica temporanea che cambia forma ogni giorno» - promossa da Anomalia Teatro che ha scelto stavolta, e non a caso, il Teatro Basilica. Ogni serata, una diversa curatela e diverse compagnie, interpreti, artisti e artiste che si dividono la scena decidendo singolarmente come abitare lo spazio tra palco, platea e regia, a turni di tre orari (20-21-22). Una sorta di open mic teatrale che per forma e contenuto, e risposta del pubblico, ci è sembrato molto accattivante e curato nella selezione delle proposte. A cura di Silvia Ignoto e Emma Quartullo, quella di lunedì 12 è stata una serata di «microteatro itinerante» con un evidente fil rouge: come indagare la sparizione e l’assenza? Cosa rimane del passaggio, benevolo o malevolo, di qualcuno o qualcosa? Le pulsazioni elettroniche di Riccardo Vanya Sturno ci fanno entrare nel paesaggio immersivo e languido di Canti per Fantasmi di Giuliano Bruzzese e Lorenzo Fochesato interpreti di due ragazzi, amanti, spariti nel nulla in fila alla cassa del supermercato che si interrogano sulla fine, sul perché le cose quando finiscono, non finiscono e basta; Don’t try this at home è una divertente parentesi di wrestling in cui il wrestler (Andrea Dante Benazzo) lotta contro un avversario fantasma in un grottesco single match regolato da un arbitro (Ciro Borelli); Capelli di Sante di Lana, già visto in un altro contesto viene qui ridotto alla sequenza cantata e suonata, in cui i fantasmi di una notte sventurata per la protagonista riappaiono al telefono in tutta la loro invadenza; a chiudere la serata, I morti restano monologo “casalingo” sulla morte del nonno, scritto e interpretato dal Premio Ubu Francesca Astrei che, pur rischiando di cadere nella retorica dell’autofiction, firma e interpreta un pezzo di acume, tenerezza e maturità teatrale. (Lucia Medri)

Visto al Teatro Basilica: con F.Astrei, A.D. Benazzo e C. Borelli, G. Bruzzese e L. Fochesato e Sante Di Lana a cura di S.Ignoto e E. Quartullo. Foto di Simone Galli

GLI STUPIDI SOGNI DI MORGAN (di Castaldo/Sintucci)

Morgan ha la bocca grande e le orecchie a sventola, porta gli occhiali dalla spessa montatura nera e indossa una camicia gialla con cravatta arancione che creano un incisivo, e colorato, contrasto con la sua carnagione azzurra. È buono e puro, non è arrivista, è uno che, come dirà in uno scatto di ribellione, «ha sofferto abbastanza» ma non per questo demorde e, anzi, continua a sperare e ad avere fiducia. Al Teatro Trastevere, Rita Castaldo e Matteo Sintucci hanno presentato Gli stupidi sogni di Morgan uno spettacolo per un puppet e altri voci interpretate dall’attore e dall’attrice che con rigore ed eleganza, ironia e versatilità, artigianalità e sensibilità realizzano un personaggio, Morgan, a cui il pubblico subito si affeziona. Nel sottotitolo, come un pupazzo provò a salvare la televisione italiana è sintetizzata la sua storia che però, non ce ne voglia la televisione italiana, sembra salvare invero un po’ tutte le persone in sala che si divertono, si rispecchiano e provano, perché no, un po’ di pena immedesimandosi nelle sue sventure: anche se l’opportunità di riscatto per Morgan ha a che fare con la telenovela Il segreto della contea per cui dovrebbe interpretare l’amatissimo Padre Gregorio, il suo personaggio ha uno spessore biografico ed emotivo così composito da rappresentare coloro che nel mondo dello spettacolo dal vivo, ma anche nella vita, nonostante tutto, non mollano mai. Sintucci dà voce a Morgan mentre Castaldo alla regista, poi all’attrice Rosalia e, sia Sintucci che Castaldo, manovrano Morgan, l’uno attraverso il suo braccio sinistro, l’altra attraverso il destro. Testo, canzoni e musiche sono originali e scritte dalla compagnia che appare composta così non da due ma da tre persone, Morgan compreso, la cui personalità e mobilità sono così attentamente costruite da suscitare la curiosità di vederlo protagonista anche in altri lavori. (Lucia Medri)

Visto al Teatro Trastevere: di e con Rita Castaldo e Matteo Sintucci, Ideazione e realizzazione figure Rita Castaldo, Musiche originali e Sound design Matteo Sintucci. Foto di Alberto Venturi

CASA LELLA (di G. Malaponti, regia di E. Baroni, G. Malaponti)

Mentre il buio in sala lentamente si dissolve, Lella (Giovanna Malaponti) si avvicina alla platea per introdurci nella casa di piacere di cui è tenutaria. Un microcosmo che si anima dei colori degli oggetti in scena - abiti, e pouf che all’occorrenza si trasformano in letti - e della vivacità delle giovani donne che vi lavorano: Penelope (Alice Tempesta) e Vita (Claudia Ligorio, miglior attrice emergente Festival InDivenire 2025), considerata da Lella la sua ‘punta di diamante’. Siamo nel centro storico di Roma, sul finire degli anni Quaranta: Giorgio (Valerio Castriziani) è l’unico dei quattro fratelli a far ritorno dal fronte, insieme a un lacerante vuoto emotivo difficile da risanare; nell’appartamento di via del Pellegrino incontra Vita che, nonostante sia vittima di feroci aggressioni da parte dell’uomo, decide di seguirlo. Dalla ‘giocosa’ solidarietà femminile tra Vita e Penelope emergono, pian piano, le crepe nascoste di un passato non troppo lontano che fa riaffiorare le immagini della terra natìa e degli ulivi, nell’una, e il profumo dolce della madre, utilizzato anche per andare nell’orto, e il suono del carillon, nell’altra. Così come per Lella si insinuano i ricordi dolorosi legati ai suoi dodici anni e agli abusi subìti dal padre. Tanti gli elementi disseminati nello spettacolo che, però, faticano a generare una riflessione più ampia sulle tematiche prescelte, in primis la violenza di genere. Nel privilegiare una dimensione descrittiva - che si affida a una regia di raccordo, seppur funzionale - Casa Lella manca l’appuntamento con una questione dirimente, a partire da una critica più estesa nei confronti di una cultura dominante che ha delegato allo sguardo maschile la rappresentazione della donna quale oggetto passivo dello stesso (come ben delineato in importanti saggi di autrici come L. Mulvey e C. Johnston, e più recentemente da D. Hipkins che, esplorando la cinematografica italiana degli anni Quaranta/Sessanta, ne individua, contestualizzandone le ricadute sul piano della rappresentazione, ma anche su quello storico-sociale, una ‘figura di confine’, quella appunto della prostituta). In Casa Lella resta tutto troppo all’interno di un affresco stereotipato, che non permette alla storia e ai personaggi una maggiore evoluzione. (Giusi De Santis)

Visto allo Spazio Diamante. Di: Giovanna Malaponti; Regia: Emanuele Baroni e Giovanna Malaponti; Con: Claudia Ligorio, Alice Tempesta, Valerio Castriziani, Giovanna Malaponti. Vincitore del Premio miglior progetto Under 30 Festival InDivenire 2025.

#MILANO

5 CENTIMETRI D’ARIA (regia di Marco Rampoldi)

Uno spettacolo che, dopo dieci anni, torna nel luogo del debutto permette di ritrovare, oltre a una storia, anche un modo di stare in scena e di rapportarsi agli eventi.5 centimetri d’aria è stato scritto nel 2015 da Paola Ornati all’interno del progetto Osservatorio sul Presente, frutto di una collaborazione tra il Piccolo Teatro e l’Università degli studi di Milano. Racconta della stagione italiana dei sequestri ai danni di grandi famiglie imprenditoriali, passandone in rassegna alcuni (da John Paul Getty III a Luigi Rossi di Montelera) e soffermandosi su quello di Cristina Mazzotti, rapita il 30 giugno 1975 e uccisa dai suoi stessi sequestratori dopo essere stata rinchiusa 28 giorni in una buca da cui usciva all'esterno un tubo di cinque centimetri per respirare. La Scatola Magica, sala solitamente dedicata al teatro per l’infanzia, è uno spazio lungo e stretto, perfetto per suscitare una certa claustrofobia e per concentrarsi sull’unica presenza in scena, Lucia Marinsalta, che rimarrà distesa su una pedana, ora seduta, ora sdraiata, ora a carponi, per l’intera durata dello spettacolo. La scelta della regia è diretta al mimetismo: Cristina Mazzotti viene evocata per raccontare sia gli anni in cui ‘ndrangheta e camorra terrorizzavano la medio-alta borghesia sia, quasi senza soluzione di continuità, la propria vicenda. Questa scelta è premiata: il pubblico – composto per lo più da studenti e studentesse liceali – crede all’interprete, alla piega amara della sua bocca, allo sfarfallio degli occhi e alla torsione delle mani. Talmente è vera che, a un tratto, estrae un fazzoletto di carta dalla tasca dei jeans, si soffia il naso e lo rimette a posto, dopo averlo ripiegato con calma: non avevo mai visto nessuno soffiarsi il naso su un palco con quella noncuranza e mi sono chiesto se a farlo fosse l’attrice o il suo personaggio. Questa affezione per la verità, a volte quasi ingenua nel suo furore testimoniale, rende 5 centimetri d’aria una creatura esotica, davvero d’altri tempi, se avvicinata a quelle, più destrutturate, che solitamente popolano il Piccolo. (Matteo Valentini )

Visto al Piccolo Teatro di Milano un progetto di Nando dalla Chiesa e Marco Rampoldi, testo Paola Ornati, regia Marco Rampoldi, spazio scenico Marco Rossi, con Lucia Marinsalta, produzione Piccolo Teatro di Milano –Teatro d’Europa, in collaborazione con Università degli Studi di Milano, si ringraziano Fondazione Cristina Mazzotti, Davide Bianco, Carlo Smuraglia, Giuliano Turone

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