Insieme a Stefano Tè, regista e drammaturgo della compagnia Teatro dei Venti, e direttore artistico di Trasparenze Festival, abbiamo parlato di ricerca teatrale, formazione e progetti per il futuro. Intervista
Teatro dei Venti ha consolidato, negli anni, un importante lavoro di creazione artistica e di formazione all’interno delle carceri. Quali sono le maggiori criticità che, in contesti così complessi, ci si ritrova a dover affrontare?
Stiamo vivendo in un contesto storico-politico molto particolare, dove puntare l’attenzione su tematiche relative alla sicurezza e alla gestione di luoghi come il carcere, ponendole in rapporto con tematiche culturali, diventa un’operazione molto complicata. Noi sentiamo forte la pressione, il rischio e la precarietà in quanto aspetti legati alle nostre azioni, quindi facciamo fatica a pensare al futuro dei nostri progetti, in questo momento. Ciò che non può essere assolutamente ignorato è il duro lavoro su cui poggia la nostra progettualità, una progettualità strutturata, difficile da mettere in crisi: noi siamo presenti in carcere ormai cinque giorni su sette, e quando non siamo in questi luoghi è perché sono i detenuti a venire da noi, in teatro. Siamo preoccupati ma, allo stesso tempo, ci sentiamo anche forti del lavoro che portiamo avanti, e grazie al modo in cui lo facciamo, quindi direi che se c’è da combattere, siamo pronti alla battaglia. A chi, oggi, pensa di avviare un’attività come la nostra in carcere, davvero non saprei cosa consigliare. Spesso ci si affida di più alle parole, alla scrittura di bei progetti, ma sicuramente suggerirei di mettere la qualità del lavoro in primo piano.
Come si è evoluta, nel tempo, la pratica artistica nel lavoro in carcere? Anche relativamente al rapporto che si instaura tra attori detenuti e attori professionisti?
Intanto il riconoscimento e la stima reciproci permettono di elevare il livello del lavoro che, nel tempo, è cambiato anche perché ora abbiamo, nelle carceri, delle sale attrezzate. Avere dei luoghi dedicati ha cambiato completamente il lavoro, così come la percezione stessa dei detenuti che possono confrontarsi con un luogo riconoscibile come spazio teatrale. L’aver costruito queste isole consente loro di definirsi in uno spazio altro, anche se siamo in carcere. Poi, certamente, anche il riconoscimento da parte di Ert (Emilia Romagna Teatro Fondazione ndr) e le co-produzioni stesse favoriscono l’uscita fuori da un certo tipo di contesto che, spesso, può essere limitante. Perché il contesto teatro/carcere, in qualche modo, condiziona il lavoro e il rapporto con lo spettatore. C’è, inoltre, un riconoscimento economico, che non potrà mai essere paragonato a quello strutturato, sostanziale, che viene assegnato quando si segue un percorso al di fuori del carcere – con cui non possiamo competere -, però riusciamo a garantirlo, e per noi, in passato, era impossibile da immaginare. I detenuti e le detenute possiedono, ora, una consapevolezza diversa, poiché quando ci si avvicina al nostro progetto, si conosce già l’impegno richiesto, che è lo stesso che richiediamo agli attori professionisti. Un altro aspetto che caratterizza i nostri progetti è la condivisione dello spazio teatrale durante il percorso di creazione: osservare gli attori professionisti, durante l’azione, permette agli attori detenuti di comprendere meglio cosa intendo dire e cosa intendo fare, e quali sono le finalità del lavoro. Viceversa, l’attore professionista risponde a una questione per me fondamentale: porsi la domanda del perché io decida di lavorare tante ore in quel preciso contesto vuol dire già arrivare a comprenderne il senso. E questo muove la ricerca che è, forse, ricerca dell’autentico, del gesto autentico.
Il lavoro in carcere, negli anni, e in particolare la Trilogia dell’assedio, unico progetto in tre episodi che comprende Edipo Re, Sette contro Tebe e Antigone, e che è stato realizzato nelle carceri di Modena e di Castelfranco Emilia, sono valsi al Teatro dei Venti la nomination agli Ubu, nella categoria Premi speciali. Che cosa ha significato per voi la candidatura, in questo particolare momento storico?
Una carezza. Così mi sento di chiamarla questa nomination, un attestato di fiducia per noi importantissimo, che ci dà forza e ci fa sentire sicuramente meno soli. Un riconoscimento al nostro lavoro che, spesso, non ha ricadute immediate, e che ci rende anche più forti nel rapporto con le istituzioni. Abbiamo ricevuto i complimenti da parte del carcere, e questo è molto importante perché vuol dire che l’apprezzamento del lavoro che portiamo avanti non arriva soltanto dal nostro ambiente, che spesso corre il rischio di parlarsi addosso e di non aprirsi al dialogo con altre realtà. In questo momento di estrema difficoltà, dove sembra tutto così precario, si sta discutendo molto della possibilità di demandare alla sede centrale del Ministero tutte le decisioni che riguardano le attività culturali. Ciò vorrebbe dire mettere a rischio attività come le nostre che si basano su delle proposte che arrivano direttamente alle carceri con le quali, nel tempo, si è costruito un solido rapporto di fiducia. Tornando alla nomination agli Ubu, ci rende molto felici, perché in un momento così complesso un riconoscimento di questo tipo vuol dire aiutare, sostenere questa resistenza. E chi lavora in carcere sa benissimo che attività come la nostra sono essenziali, fondamentali.
Resistenza e sogno. Quanto possono e devono camminare insieme?
Resistenza e sogno. Bella domanda! Penso che dovremmo imparare a mettere da parte la parola resistenza perché ci mette, in qualche modo, in una posizione scomoda. Noi dovremmo pretendere, non resistere, occuparci di luoghi e realtà marginali, e pretendere di poterci prendere cura di questi luoghi. Non possiamo limitarci alla sola resistenza, perché negli anni ho imparato che resistere vuol dire anche stare fermi. Ecco che allora il sogno è fondamentale, perché vuol dire movimento, vuol dire saper guardare oltre. La resistenza, invece, per come la intendiamo noi, nel nostro ambito, è spesso sinonimo di difesa di quanto si è riusciti a costruire. Penso che quello che abbiamo ottenuto, ad oggi, ha un valore minimo, davvero marginale. È molto più importante quello che potremmo ottenere: in questi luoghi c’è un potenziale umano enorme, pertanto diviene importante saper valorizzare quello che c’è. Facendo, però, fronte comune con le stesse istituzioni, insieme alle quali continuare a costruire, a sostenere il movimento. Perché è necessario, oggi più che mai, cambiare questo sistema che continua a basarsi sulla punizione e sulla colpa, non considerando a volte che all’interno di questi luoghi ci sono esseri umani, che dovrebbero uscire da quei luoghi, se non migliori, almeno con una riflessione in movimento sulle proprie azioni, sulla propria vita. Questo è il tema fondamentale! Se il carcere resta solo un luogo di espiazione, allora ecco che torna il termine resistenza. Cosa si può fare, allora, se non chiudersi in sé stessi e resistere? Questa è la sfida più grande: resistere e continuare a sognare.

Perdersi e orientarsi è il titolo di un progetto che, nella notte tra il 13 e il 14 settembre, ha visto centinaia di persone in movimento, in un attraversamento della città di Modena che è diventato atto poetico e collettivo. Un evento speciale che, insieme ad altri progetti – come il libro Utopie nel mezzo (Titivillus) curato da Giulia Alonzo, Oliviero Ponte di Pino, Salvatore Sofia – nasce in occasione del ventennale di Teatro dei Venti. Progetti che testimoniano un grande lavoro sul territorio e un inarrestabile desiderio di condivisione, a cui il pubblico risponde con curiosità e passione.
Questo per noi è il Teatro dei Venti. È la nostra identità. E il grande rischio delle crisi, dei tagli ai finanziamenti, è quello di minare, purtroppo, questa identità. Abbiamo affidato a un gruppo di cittadini modenesi la valutazione del nostro lavoro, perché una fondazione che ci sostiene ci richiede un report finale, non soltanto economico. E noi lo affidiamo ai cittadini che possono liberamente, in qualunque momento, assistere a tutti i nostri lavori, ai laboratori, alle prove, sia nelle carceri ma anche in altri luoghi, per porci domande, questioni, e per mettere in evidenza anche le eventuali criticità. E questo per noi è fondamentale, vuol dire sperimentare, mettere in discussione il nostro lavoro. Perdersi, quindi, ma restando fedeli alla propria identità. Per cui da Moby Dick in poi, abbiamo scelto progetti sempre più in linea con la nostra identità, progetti fuori scala, che richiedono sforzi enormi, ma è il nostro modo di intendere il teatro. Ne parlavamo ultimamente con i miei compagni e le mie compagne: io noto un desiderio di essere accolti, un desiderio all’incontro. Al contrario, scorgo meno interesse riguardo alla ricezione di programmazioni teatrali già strutturate, anche se valide. È una modalità che, forse, non basta più. In Perdersi e orientarsi abbiamo portato avanti questo esperimento, questa camminata notturna, andando a consegnare, in diversi luoghi della città di Modena, dei doni: dalla sezione femminile del carcere di Modena al reparto pediatrico dell’ospedale della città. Abbiamo deciso, durante la notte, di attraversarla, in forma poetica. E l’adesione è stata enorme. Inizialmente eravamo preoccupati e ci chiedevamo quanti avrebbero scelto e accettato un invito del genere, considerando che la camminata era notturna e l’itinerario era segreto. Ma credo che sia sempre il lavoro e la ricerca che portiamo avanti a parlare per noi, a infondere fiducia nelle persone. Dare spazio a questo tipo di sperimentazione, dove lo spettatore in realtà non è più soltanto spettatore, ma parte fondante del progetto è una cosa antica, non l’abbiamo inventata noi. Ed è importante incoraggiare queste iniziative proprio perché, allo stesso tempo, favoriscono la partecipazione. Gli eventi all’aperto, come gli spettacoli in piazza, sono un grande richiamo per il pubblico, che poi si appassiona. Bisogna solo andargli incontro.
Il vostro è un percorso estremamente trasversale, che coniuga la pratica artistica e la ricerca teatrale con la formazione, favorendo l’espansione culturale in specifici contesti. E quest’anno nasce, all’interno del Carcere di Modena, con il sostegno del Ministero della Giustizia, l’Accademia delle Arti e dei Mestieri del Teatro in Carcere, progetto presentato ufficialmente in una conferenza stampa il 14 ottobre presso la Casa Circondariale di Modena. Un forte segnale per rivendicare l’importanza di un’arte che sappia interloquire con le urgenze del nostro tempo, anche in merito agli obiettivi professionali dei detenuti.
Ci siamo resi conto, nel tempo, che il tema formazione, ma soprattutto il tema lavoro dopo il carcere, è una questione che ci sta particolarmente a cuore. Perché ci domandiamo cosa potranno fare le nostre compagne e i nostri compagni detenuti. Soprattutto le persone che hanno poco o non hanno niente e nessuno, non hanno case, un luogo al quale fare ritorno o dove andare, e devono costruirsi una nuova storia, una nuova identità. Spesso, in carcere, ci sono corsi e attività, però difficilmente vengono poi finalizzati e concretizzati in un lavoro vero e proprio. Così abbiamo pensato di mettere in campo un nostro contributo, piccolissimo, costruendo un modello. In carcere, proviamo a formare, per quanto è possibile, persone che possano poi fare tirocini nei teatri della regione, come tecnici, scenografi, ma anche attori, fonici, per poi magari andare a ricoprire quei ruoli all’interno dei teatri. Con l’Accademia forniamo le competenze di base – sono comunque 700 ore di frequenza, e non sono poche -, per cercare di incoraggiare i teatri della regione ad accogliere questi tirocini per poi magari trasformarli in assunzioni. Chiaramente non sappiamo quanto ciò vada o meno incontro alle esigenze delle persone, e di quante, però è già un segnale. Speriamo di avere riconoscimenti e finanziamenti per il proseguo di questo progetto che, per ora, durerà fino a marzo. Abbiamo già dato il via alle varie attività, ai corsi di drammaturgia, di storia del teatro, di illuminotecnica, di creazione di costumi e modelli per la scena. Ci siamo messi al lavoro senza sapere bene dove si arriverà, fin dove si potrà spingere, e vorremmo, un giorno, arrivare a strutturarci a tal punto da rilasciare veri e propri diplomi. Un passo alla volta… intanto possiamo dire di essere la prima Accademia delle Arti e dei Mestieri del Teatro in Carcere.

Ad agosto ha debuttato lo spettacolo Non una grande storia, i cui protagonisti vivono alla periferia di una capitale europea una quotidianità ordinaria. Chi sono Omar e la sua famiglia? E perché raccontare la loro storia?
Abbiamo voluto puntare lo sguardo sulle persone comuni: conosciamo tanti Omar e tante famiglie ‘normali’ che conducono vite fatte di sacrifici, e che cercano di dare ai propri figli una speranza, dei valori. Storie semplici, molto semplici, e la gran parte di esse resta nell’ombra. Insieme a Vittorio Continelli abbiamo quindi voluto fare un po’ di luce su queste storie. Noi viviamo e lavoriamo in un quartiere popolare, e abbiamo avuto modo di mostrare lo spettacolo a persone che hanno una vita legata al lavoro in fabbrica, allo stipendio, ai sacrifici che si fanno per portare la famiglia a mangiare una pizza, e il confronto è stato fondamentale. Storie semplici, di cui ci si dimentica. Non possiamo, nella nebbia del presente, perderci nella poesia: dobbiamo invece adoperare la poesia per parlare anche del presente, del reale.
Dopo Amleto e Giulio Cesare, Macbeth segna il ritorno, per Teatro dei Venti, alle pagine shakespeariane. È una nuova produzione con gli attori e le attrici delle Carceri di Modena e di Castelfranco Emilia, che ha visto una prima prova aperta il 22 novembre scorso. In che modo Macbeth può dialogare con il presente?
Intanto Macbeth è una storia complessa che ruota intorno al tema del potere, portando in primo piano le fragilità umane. Sono le tematiche che stiamo sviscerando insieme ai detenuti, con i quali stanno emergendo analisi davvero importanti, che vorremmo prendessero corpo nello spettacolo. Per far emergere questa visione entrerà in campo anche Azzurra D’Agostino, che lavora con me da anni: già nella Trilogia dell’assedio ha elaborato il rapporto con il presente, creando questo ponte tra le vicende e il contemporaneo, attraverso il ruolo di Tiresia. Nel Macbeth lo farà attraverso il ruolo delle streghe, creando un legame tra la tragedia, la storia e il presente. Mentre Vittorio Continelli sta già lavorando a una riscrittura compositiva dell’opera. Abbiamo fatto una prima prova intensiva qui in teatro da noi, e stiamo cercando di trattenere tutte le idee che stanno emergendo, sperando di tenere tutto all’interno dello spettacolo perché è davvero tanto. Macbeth è un progetto speciale perché tiene insieme, nel nostro teatro, per sessioni intensive di una settimana al mese, i tre gruppi dei detenuti delle tre carceri nelle quali lavoriamo: le carceri di Modena e di Castelfranco Emilia.
Dal 9 al 13 dicembre, nell’ambito del Festival Trasparenze, Teatro dei Venti presenta i primi esiti del nuovo progetto triennale Voci assurde, corpi crudeli, dedicato ad Antonin Artaud attraverso Samuel Beckett, un percorso nato dal lavoro dei laboratori teatrali all’interno delle Carceri di Modena e di Castelfranco Emilia. Quale forma, pensi, prenderà in futuro?
Insieme con il coordinamento regionale Teatro Carcere ci diamo periodicamente un tema, capace di essere quel terreno comune sul quale poi lavorare, ognuno secondo le proprie necessità e intuizioni. Il punto di partenza, questa volta, è stato Artaud, poi ogni realtà del coordinamento regionale ha sviluppato e sta sviluppando una propria soluzione e proposta. Noi abbiamo fatto un salto, siamo passati da Artaud a Beckett, e porteremo al festival le letture di opere meno conosciute di questo autore. I tre reading sono introdotti da un dialogo-intervista dal titolo Credere nell’assurdo: legami fra Artaud e Beckett a partire dai Cahiers di Artaud e da tre pezzi brevi di Beckett, a cura di Renzo Francabandera e Lucia Amara. Nell’ambito di Trasparenze di Teatro Carcere, il Festival del Coordinamento Teatro Carcere Emilia Romagna, e organizzato dal Teatro del Pratello. Mentre Macbeth, che è una produzione Ert, è un lavoro complesso e vedrà il debutto tra un anno, queste letture sono nella forma del reading e vedremo in futuro cosa questo progetto potrà diventare. È importante tenere sulla bilancia progetti ambiziosi e, allo stesso tempo, studi che permettono di avere un approccio anche leggero, ma non perché lo facciamo con meno impegno, perché abbiamo, al contrario, la possibilità di concederci il tempo per vederli sviluppare e prendere forma.

Come rispondono i giovani, e in particolare gli adolescenti, all’offerta formativa e alla originale pratica artistica di Teatro dei Venti?
Noi abbiamo da sempre uno spazio che è un percorso di formazione, all’interno del nostro teatro. C’è un gruppo di circa 15 ragazzi che quando vengono da noi sanno chiaramente che il nostro non è un corso di teatro classico. Sanno qual è l’aria che si respira. Vengono al Teatro dei Venti per apprendere, o comprendere meglio, un punto di vista rispetto al teatro, un modo particolare di fare teatro. Io noto un grande interesse, una grande curiosità da parte loro. E torno a un termine che hai utilizzato prima: è la resistenza, è la costanza. È questo il grande tema. Perché c’è la curiosità, e la voglia, di imbarcarsi in percorsi anomali come questo. A volte mi spiace sentire accenni di resa a quell’età. Invece bisogna cambiare le cose, mettersi in gioco, rimboccarsi le maniche. I giovani si affrettano ad avere una maturità. Io mi sento un ragazzino quando parlo delle cose che vorrei fare domani.
Quali sono i propositi per il futuro? Cosa vorresti accadesse domani?
Siamo molto impegnati nella risoluzione delle criticità, delle difficoltà, e sento la necessità, confrontandomi anche con altri artisti, di costruire possibilità anche insolite, inappropriate. Rischiare di più. Dovremmo essere fatti anche di questa natura. Quando oggi parlo di un Macbeth con trenta persone in scena tra attori, detenuti, detenute, mi guardano come se fosse una cosa inopportuna, fuori di testa. Ma cosa possiamo fare se non pensare che è possibile?
Giusi De Santis










