Ha debuttato in prima assoluta al Teatro Morlacchi di Perugia il Riccardo III di Antonio Latella, con Vinicio Marchioni. Attualmente in scena fino al 30 novembre al Piccolo Teatro Strehler di Milano e poi in tournée in tutta Italia. Recensione

È l’alba nel bosco fiorito, gli uccelli cantano al giorno che si avvia, nell’albero cavo a centro scena un uomo si veste, indossa pian piano i panni bianchi della regalità: può in questo contesto sospeso, un giardino dell’Eden vocato alla mitezza e al nitore, irrompere il seme del male e della morte? L’uomo che si rivela fuori dall’albero è Riccardo. E in questo contrasto è forse l’immagine più limpida per restituire l’intenzione di mescolare il male con la bellezza, con cui Antonio Latella dirige il suo Riccardo III in scena in prima nazionale assoluta al Teatro Morlacchi di Perugia – Teatro Stabile dell’Umbria. Se pertanto è netta l’ambientazione iniziale, l’evidenza florida della natura che riverbera nello spazio attraverso il fondale in plastica che riflette il verde della tenda alle sue spalle, l’ascesa al potere di Riccardo di Gloucester, inquadrata da William Shakespeare nel contesto di un dramma storico, emerge per tumultuose, simulate accensioni, raggiri, manipolazioni efficaci sia pur grossolane, dunque un groviglio di avvenimenti contraddittori di cui lui solo, Riccardo, può tenere il filo saldo nelle mani.

Ci troviamo nella fase finale della Guerra delle Due Rose, quella tra i Lancaster (rosa rossa) e gli York (rosa bianca) che darà inizio alla dinastia Tudor, dominante poi nel tempo del drammaturgo con Elisabetta I; è il momento in cui, nella successione al trono, si profila un prossimo vuoto per la malattia mortale che ha colto Edoardo IV, il re che lascia il trono e la vita. L’abilità di Riccardo, combattente valoroso e assetato di potere, emergerà proprio da questo contesto fumoso, si farà avanti eliminando via via tutti gli altri pretendenti al trono, prenderà in moglie Lady Anna per garantire una discendenza, sarà re con il nome di Riccardo III: ma un regno nato su simili basi è destinato a durare? L’astuzia di Riccardo è sconveniente e si misura nella rettitudine dei suoi avversari, tra i pochi rimasti: Enrico Tudor, conte di Richmond, promesso sposo della figlia del re ormai morto, rivendica il trono in nome della temperanza, dell’integrità regale, di tutte quelle virtù che, unendo le due rose in un solo emblema, saranno del regno fino all’epoca di questa dedica shakespeariana alla committenza dinastica.

Tra le caratteristiche più evidenti di questo Riccardo III, il cui ruolo del titolo Latella affida a un sempre convincente, asciutto e pur sinistro Vinicio Marchioni, è che il sangue – promessa e minaccia a un tempo – non scorre concretamente ma si annida sospeso nella violenza delle parole, silenzioso all’ombra delle fiorite, rigogliose piante del giardino. «Il male che mi interessa è nella bellezza, non nella disarmonia. Il male è il giardino dell’Eden», scrive il regista tra le sue note, esaltate dalla nuova traduzione di Federico Bellini. Il Riccardo di Marchioni resta seduttivo nella sottotraccia della crudeltà che le sue azioni fanno emergere, sa essere allo stesso tempo meschino e sincero, conosce l’odore del fango che gli viene gettato addosso e in esso sa muoversi come in una partitura, un ordito in cui è intessuta la conquista. La sua ipocrisia e doppiezza sono evidenti ed è questo a renderlo inafferrabile; gli altri personaggi – spariti in molte versioni non a caso rese in forma di monologo – sembrano in apparenza marionette del suo teatrino, subiscono gli intrighi e i tradimenti, le invidie e le trame sotterranee, eppure affiora, in questo nebuloso disegno di potere, il contrasto manifesto del femminile, che lui vorrebbe sottomettere e che invece sarà la sua più cocente maledizione; se dunque Lady Anna (Giulia Mazzarino) ne subisce la manipolazione e ad essa soccombe, il suo perdurare sotto forma di rimorso ne rinnova la presenza, dando forse ulteriore linfa alle donne che gravitano attorno alle decisioni del e per il regno: la vedova Regina Elisabetta (Silvia Ajelli) che cerca di tenere a bada la lotta di successione, la Regina Margherita (Candida Nieri) che porta il lutto dell’ultimo re dei Lancaster, la Regina Madre e Duchessa di York (Anna Coppola) che veglia sul sangue sparso ai suoi piedi. Tale universo femminile, al contrario di quello maschile adulatorio e servile, gli chiede conto delle sue azioni, gli usa schiettezza fino alla più grave offesa; ognuna delle donne sul suo cammino innesca un corto circuito, lo inchioda alla sua malvagità nel modo più crudo, ma finisce per confondersi della sua lusinga, come se, su di esse, il meccanismo di attrazione e repulsione facesse leva al pari di un fuoco vivificante e, al contempo, mortale.

Se la scena (di Annelisa Zaccheria) vive un’ambientazione statica – evidente la scelta di rinunciare alla frontalità totale ma concedere addirittura immagini impallate, di schiena o di profilo – ciò è tale perché gli eventi accadano in uno spazio che via via scompare, mantenendo una compresenza di personaggi in scene sovrapposte; tale meccanismo di apparente noncuranza evidenzia prima di tutto la volontà di non caricare le immagini di estetica consolatoria, ma sviluppare la cruda nettezza (complice la ricerca estetica per lo sfarzo opaco dei costumi di Simona D’Amico) priva di adulterazioni, ma soprattutto è funzionale a privilegiare la parola come veicolo di intensità, così da richiedere – con successo – al gruppo di attrici e attori (da segnalare inoltre il trasformismo di Annibale Pavone che interpreta tre personaggi, ma per giustizia si aggiungano i bravi Flavio Capuzzo, Sebastian Luque Herrera, Luca Ingravalle, Stefano Patti, Andrea Sorrentino) una prova perfetta, priva di sbavature.

Il Riccardo III di Latella, grazie al lodevole lavoro della dramaturg Linda Dalisi, scava nella fragilità dei suoi interlocutori, le sue azioni galleggiano tra delitto e pentimento, dai quali è prodotto l’odio gratuito e la purezza imprevista di un amore straniero, prima ancora a sé stesso: è così che scava la sua estrema solitudine, amara, sorella della ricerca sanguinaria del dominio. La morte per lui preesiste alla scelta di darla, sembra che il suo uccidere sia assoluto, mosso dal disegno cui è destinato e dunque non identificato nel sangue, ma nell’assenza, nella sottrazione e, infine, nell’accusa in cui lui stesso si magnifica. La rinuncia alla deformità, con cui spesso è stato narrato il personaggio da Shakespeare in poi ma che non ha attinenza storica, corrisponde alla volontà di privare lo spettatore di quella attitudine alla consolazione con cui accogliere il male nell’azione altrui, ma negandolo nella propria: Latella mette sotto indagine non il male convenzionale nelle azioni di un personaggio modello, ma la crudeltà immanente nella natura che Riccardo incarna e manifesta; nell’addensamento di crudeltà su di lui, la lettura critica del regista affida allo spettatore non le vicissitudini del personaggio malvagio, ma al contrario la condensazione di quella malvagità speculare al proprio essere, immersi come siamo, tutti, in un contesto di guerra e di male che però, attenzione, non è una banale attualizzazione delle guerre di allora nell’oggi, ma il riflesso manifesto del male di sempre nell’ulteriore sempre che governa e seleziona l’umanità.
Simone Nebbia
Teatro Morlacchi, Perugia – Ottobre 2025
RICCARDO III
di William Shakespeare
traduzione Federico Bellini
adattamento Antonio Latella e Federico Bellini
regia Antonio Latella
con Vinicio Marchioni (Riccardo III, qui indicato come Gloucester), Silvia Ajelli (Regina Elisabetta), Anna Coppola (Regina madre, Duchessa di York), Flavio Capuzzo Dolcetta (custode), Sebastian Luque Herrera (Principe York, Richmond), Luca Ingravalle (Principe Edoardo), Giulia Mazzarino (Lady Anna), Candida Nieri (Regina Margherita), Stefano Patti (Buckingham), Annibale Pavone (Clarence – Re Edoardo – Stanley), Andrea Sorrentino (Hastings, Sindaco)
dramaturg Linda Dalisi
scene Annelisa Zaccheria
costumi Simona D’Amico
musiche e suono Franco Visioli
luci Simone De Angelis
regista assistente e movimenti Alessio Maria Romano
assistente volontario Riccardo Rampazzo
produzione Teatro Stabile dell’Umbria e LAC Lugano Arte e Cultura
12 – 30 novembre 2025 – Teatro Strehler Milano
2 – 7 dicembre 2025 – Teatro della Pergola Firenze
9 – 10 dicembre 2025 – Teatro degli Industri Grosseto
12 – 14 dicembre 2025 – Teatro Guglielmi Massa
16 – 23 dicembre 2025 – Teatro Carignano Torino
8 – 11 gennaio 2026 – Teatro Comunale Bolzano
13 – 14 gennaio 2026 – Teatro Ponchielli Cremona
16 – 18 gennaio 2026 – Teatro Amintore Galli Rimini
20 – 21 gennaio 2026 – Teatro Impavidi Sarzana
23 – 25 gennaio 2026 – Teatro Ariosto Reggio Emilia
30 gennaio e 1 febbraio 2026 – Teatro Duse Bologna
3 – 5 febbraio 2026 – Teatro Nuovo Giovanni da Udine
7 – 8 febbraio 2026 – Teatro Manzoni Pistoia
11 – 15 febbraio 2026 – Teatro Piccinni Bari
18 febbraio – 1 marzo 2026 – Teatro Mercadante Napoli












Ho letto la sua recensione molto completa dettagliata che trasuda passione interesse ed ampie conoscenze letterarie e storiche.
Niente da eccepire anzi complimenti! Recensione ottima. Per quanto mi riguarda sono anch’io un insegnante di scuola media ormai in pensione appassionata di cinema teatro ma ho 72 anni e forse sono meno elastica di lei meno giovane ma altrettanto appassionata. Ho visto lo spettacolo Riccardo III in prima assoluta al Teatro Morlacchi di Perugia dove ho l’abbonamento da oltre 40 anni. Lo spettacolo al contrario dei piu’ non mi ha preso l”anima l’ ho trovato statico ingabbiato con un Riccardo III di bianco vestito pronto ad esibire il suo fisico muscoloso con tanto di liberazione dalla camicia fronzoluta. Ho visto lo spettacolo il mercoledi sera ed ho partecipato il venerdi sera a.ll’ incontro con la compagnia alla quale ho espresso sinceramente le mie opinioni e le mie riserve pur riconoscendo il valore attoriale di molti attori della compagnia. Non mi e stato nemmeno risposto a parte un siparietto di presa in giro fra un attore ed un abitue del pubblico. Se non altro grande maleducazione!
Grazie
Riccardo
Sono assolutamente d’accordo con lei Daniela Mannarino. Spettacolo morto dall’inizio alla fine. Riuscire ad annullare in quel modo il genio di Shakespeare è un atto di pura Hybris. Purtroppo, a differenza di altri paesi europei, nessuna critica teatrale osa criticare.
Dody
Ho visto questo spettacolo ieri sera al Teatro Strehler di Milano. Conosco il lavoro di Antonio Latella dai suoi primi spettacoli shakespiriani, compreso un Riccardo III del 2002 molto interessante e convincente.
Ma quelli erano tempi in cui forse ancora si sapeva cosa fosse il teatro e soprattutto come farlo.
Dispiace constatare quanto oggi siamo lontani da quei tempi, da quelle sensibilità e da quella voglia di sperimentare senza sbracare nello spettacolarismo da programmetto televisivo scopritore di presunti telentini. A parziale discolpa di Latella, c’è da dire che ormai il panorama teatrale italiano è praticamente saturo di questi tentativi maldestri di imitazione di una rappresentazione di ciò che dovrebbe essere il teatro.
E’ mancato, ieri sera, pressochè tutto: un attore protagonista in grado di sostenere il peso di un personaggio come Riccardo III, una scenografia capace di trasportarci in un luogo che non fosse semplicemente una serra plastificata che doveva sembrare chissà cos’altro.
E’ mancata una regia degna di questo nome; come lettura scenica avrebbe anche potuto andare, ma almeno levate il microfono agli attori, e non perchè a teatro non si fa, ma perchè se non sei Carmelo Bene, è ovvio che puoi solo passare dal parlato all’urlato senza minimamente saper sfruttare e far apprezzare al pubblico tutto quello che sta nel mezzo.
Sono stati spazzati via i tre, quattro snodi fondamentali che non puoi mai togliere da uno spettacolo di Shakespeare. Per il resto puoi fare quello che vuoi. Anzi forse è auspicabile che un bravo regista nel 2025 provi a inventare e sperimentare, facendo scelte doverose e coraggiose, sia sul testo che sulla macchina scenica. Ma se togli quei passaggi minimi e indispensabili e ti limiti a una traduzione pedissequa del testo originale, è inevitabile che gli attori si perdono nel marasma di un inutile fiume di parlato senza ritmo e senza senso.
E poi….la fissità degli attori in fila sul proscenio per minuti interi sputando (letteralmente) sentenze, o di schiena, con le terga al pubblico (non so cosa fosse meglio..); improbabili dialoghi paralleli in scena/fuori scena (comodo eh, quando sono tutti microfonati…), scene fondamentali sbrigate in fretta (vedi il dialogo tra Anna e Riccardo) e inutili resoconti urlati a chissà dove e perchè. E ancora: oggetti simboli/feticci del tutto scontati e didascalici portati in scena e mollati lì a beneficio di chi non vuole capire o si è (per fortuna per lui) addormentato.
Vinicio Marchioni di bianco vestito a sbuffo che non sa mimimamente dove piazzare la sua dose di crudeltà, cinismo, sofferenza, manipolazione, sete di potere, smarrimento,…..capace solo di passare dal falso intimismo con vocione impostato all’urlato sparato per tre quarti del tempo (vogliamo parlare anche di qualche passaggio in una specie di accento francese del tutto privo di senso? o del goffo tentativo di zittire le voci interiori (che poi erano quelle del finto bosco plastificato) con improbabili “Sssss….” sputacchiati a destra e a manca?).
Insomma peccato. Per Shakespeare, per Latella, per il pubblico, per il Teatro con la “T” maiuscola, che è quello dai tempi di Eschilo e sempre dovrà essere. Il resto dovrebbe essere…..silenzio (almeno).