Con Il lutto si addice ad Elettra, su testo di Eugene O’ Neill, per la regia di Davide Livermore, si inaugura ufficialmente la stagione 2025/2026 al Teatro Nazionale di Genova. Recensione.

Il foyer del Teatro Ivo Chiesa, a pochi passi dal cuore pulsante della città, brulica di vita: spettatori che ripongono i cappotti nel guardaroba, segno evidente che ormai la frescura autunnale è arrivata anche a Genova; alcuni leggono la brochure di presentazione dello spettacolo, seduti sui divanetti; altri, come me, ficcanasano nella piccola libreria del teatro, mossi dalla curiosità di scorgere qualche titolo raro o già conosciuto. Come i battenti aprono ufficialmente e gli spettatori si riversano nella platea, anche i ritagli di fotografie in bianco e nero alle pareti sembrano animarsi e prendere vita, riscaldate dal calore accorato del pubblico in sala, al punto che non sembrerebbe così improbabile se uno di quegli attori lì ritratti sbucasse fuori e animasse nuovamente la scena.
Fantasmi si stringono intorno a coloro che si fanno testimoni della messa in scena, silenti, i volti segnati da una ridente malinconia. Fantasmi sono quelli che abitano il palco, perseguitando i protagonisti di questa rilettura contemporanea dell’Orestea di Eschilo.

Il lutto si addice ad Elettra è una delle opere meno rappresentate del drammaturgo americano Eugene O’ Neill per via dell’alto numero di personaggi che richiede. Davide Livermore ovvia alla mancata presenza di un coro di compaesani a cui dovrebbe essere assegnato il compito di commentare le vicende (come in ogni tragedia greca che si rispetti) attraverso l’integrazione, nelle battute dei personaggi principali, di voci, dicerie che passano di bocca in bocca sul loro conto.
Ambientato durante la guerra di secessione americana, protagonista della trilogia è la famiglia nordista dei Mannon. Il nucleo famigliare comprende la madre, Christine (Elisabetta Pozzi), che attende il ritorno del marito Ezra (Paolo Pierobon), generale di guerra, dal campo di battaglia, e dai figli Lavinia (Linda Gennari) e Orin (Marco Foschi) anche lui allontanatosi da casa per combattere. Non è difficile riconoscere in controluce le vicende degli ultimi baluardi della stirpe degli Atridi a inizio dell’opera eschilea, quando la sentinella, vedendo i segnali di fuoco, annuncia a Clitennestra la vittoria con un toccante monologo.
C’è un doppio filo che sembrerebbe legare l’ultima produzione di Livermore, Il giro di vite, a quella attuale, a partire dalla scelta nei costumi: si reitera la decisione di non adeguarsi al clima narrativo dettato dall’ambientazione, selezionando capi di vestiario che evocano più gli anni Cinquanta che gli usi di fine Ottocento (o di inizio Novecento nel caso precedente). Anche la scenografia dal gusto gotico presenta echi e rimandi piuttosto consistenti, mantenendo un assetto geometrico e imponente dato da una serie di “cornici dentro le cornici” semovibili, che pure entra in un piacevole contrasto con l’uso minimale di oggetti di scena. Questi ultimi, quasi mossi da dita evanescenti, ruotano continuamente, cambiando disposizione nello spazio. È così che la panchina alla luce del lampione a gas nel giardino di casa Mannon muta angolazione, prima lasciandoci vedere i personaggi frontalmente, poi portandoli a darci le spalle o a posizionarsi di profilo. Una scelta che mette sotto l’occhio di un’ipotetica lente di ingrandimento gli spigoli emotivi e fisici che contraddistinguono le figure sulla scena e che già si era presentata nella produzione precedente, dove non si è esitato a collocare i personaggi addirittura sullo stesso soffitto della scenografia. Livermore, dunque, si riconferma come regista opulento, dell’infinitamente grande e del minimale spartano che convergono nello stesso spazio, affezionato a una precisa palette cromatica nel trionfo del viola, del rosso e del nero e all’onnipresente musica di sottofondo che accompagna la rappresentazione in una chiave quasi cinematografica.
Nel segno di questa continuità si pone la figura chiave di Linda Gennari, attrice che già il pubblico aveva avuto modo di vedere nei panni della governante ne Il giro di vite e che ora si confronta nuovamente con un ruolo di grande intensità psicologica. Entrambi i personaggi sono animati da una fiera determinazione, dalla volontà di andare fino in fondo pur di portare avanti la propria idea di giustizia personale. Eppure, mentre la governante risulta caratterizzata in maniera piuttosto positiva, come colei che tenta di illuminare con la luce della verità le trame oscure che avviluppano i due bambini sotto la sua ala, Lavinia è tremendamente ambigua, corrotta persino. Gennari riesce a esprimere, sotto una maschera di porcellana incrinata, una sotterranea ferocia che increspa elegantemente quella superficie placida, facendola ribollire di emozioni difficili da contenere dentro i limiti designati dal corpo.
Ognuna delle tre parti, a loro volta divise in tredici atti, è annunciata a sipario chiuso da una radio vintage che, con voce distorta, ne richiama il titolo. In Ritorno, viene introdotto l’arrivo a casa del generale Ezra in seguito alla vittoria. La notizia sembra gettare in uno stato di inquietudine la moglie Christine. Emerge nell’interpretazione di Pozzi un quadro complesso: di disamore verso l’uomo che il suo personaggio ha sposato, di repulsione verso quella figlia che sente come proprietà di Ezra e dell’amore morboso che la lega a Orin, l’unico figlio che designa come appartenente al suo grembo. Il freddo distacco che la madre le riserva non è estraneo a Lavinia che, a sua volta, nutre un feroce odio verso la donna, rivolgendo il suo affetto incondizionato al solo padre. A livello inconscio, è come se la ragazza portasse avanti una competizione con la madre per assicurarsi la predominanza nel cuore del padre, di cui contende l’attenzione, e rimpiazzarne così la compagnia indegna. Lo si vede, in particolare, quando Ezra rientra a casa e Lavinia gli si appende al braccio, morbosa e soffocante, nel tentativo di sottrarre una porzione maggiore di affetto rispetto a quella che il padre vorrebbe condividere con Christine.
Lavinia scopre che il capitano di mare Adam Brant (Aldo Ottobrino), invitato a casa sua per corteggiarla, è in realtà l’amante della madre. Sotto la minaccia della figlia, che le intima di rivelare tutto, Christine organizza l’omicidio del marito e lo porta a termine. I sospetti di Lavinia trovano presto conferma.
Con il ritorno di Orin, moderno Oreste, che soffre di un disturbo post-traumatico da stress dovuto agli orrori di cui è stato testimone sul campo di battaglia, si apre la seconda sezione, L’agguato, dove Christine è pedinata dai due figli e sorpresa con il suo amante, ucciso poi con un colpo di pistola da Orin. In seguito all’assassinio di Adam, la donna, sopraffatta dal dolore, si impiccherà. La morte di Christine, a differenza di quella del generale e del capitano, non è mostrata in scena. Ne viene narrata la triste fine mentre questa, intrappolata tra i confini del riquadro più lontano, come se ci fosse un velo a separarla dal mondo dei vivi, balla con passo lieve stringendo dei tulipani neri tra le mani. Il gesto avrà conseguenze importanti sulla psiche di Orin, fortemente scioccato dalla morte dell’amata madre.
La terza parte, L’incubo, vede i due fratelli fare ritorno a casa Mannon dopo un lungo viaggio. Che sia stata una fuga dal peso delle loro colpe? Lavinia, nel modo di fare e di vestire, è simile in maniera inquietante alla defunta madre che tanto disprezzava. Lo stesso Orin la accusa di non aver aspettato che quel momento per prendere il suo posto, non solo al fianco del fantasma di Ezra, ma anche con importanti ripercussioni sul legame viscerale e a tratti incestuoso tra fratello e sorella. Come un’ombra, Orin perseguita Lavinia, in procinto di organizzare le nozze con il suo amico di infanzia Peter Niles (Davide Niccolini). Se la giovane donna vede nel matrimonio una possibilità di riscatto dal sangue che insozza le sue mani, il fratello non smette di ricordarle quanto sia rosso e come i morti siano più vicini e concreti che mai, aizzandole contro la sorella dello stesso Peter (Carolina Rapillo). Si aggira, Orin, con gli occhi spiritati e ciechi di chi non vede il presente ma è ossessionato dal passato, e nel delirio di una follia ormai evidente (o, forse, di un momento di lucidità), si toglie la vita con le pistole del padre.

Rimasta ormai l’unica Mannon in vita, Lavinia si illude di riuscire a scappare alla sanguinosa scia di morti che la segue, ma finirà per dover rinunciare a Peter e scegliere una vita ritirata, reclusa in casa. “Vivrò sola, con i morti, custodirò i loro segreti, lascerò che mi ossessionino per sempre, finché la maledizione non sarà compiuta e all’ultimo dei Mannon non sia concesso di morire… I morti…perché non possono morire, i morti…”, così dice nelle sue battute finali, nella traduzione di Margherita Rubino, sottolineando come, a differenza della tragedia eschilea, dunque, non vi sia un’assoluzione finale, una “pace dei sensi” raggiunta dai defunti o una contrattazione finale tra ambo le parti in causa per una risoluzione che vada a favore di entrambe. I conti non vengono regolati, rimane solo l’inevitabilità di un destino avverso che serra il cancello del mausoleo alle spalle di Lavinia, intrappolandola insieme ai suoi peccati.
Livermore prende la tragedia squisitamente psicologica di O’Neill e ne restituisce sulle scene il meccanismo delicato e sottile, facendo leva sull’animo dello spettatore che, inevitabilmente, si trova coinvolto nelle vicende di casa Mannon. Le dita pallide e fredde di quei morti si aggrappano ai vestiti del pubblico, tra pieghe di maglioni e cappotti, lo spogliano, lo trascinano sul palco, succube di un fascino che ha il sapore del proibito, della mela che il serpente porse ad Eva.
Non c’è nessun tribunale a giudicare Oreste e le Erinni, solo spettatori privati di qualunque possibilità di partecipazione che non sia emotiva, testimoni silenti costretti ad assistere alla perdizione dei personaggi senza poter fare nulla per impedirlo e ammansire quegli spiriti irati, patteggiando con loro. Inutilmente lo sguardo di Lavinia fruga tra le poltroncine in sala in cerca di un appiglio qualsiasi a cui ancorarsi per non finire inghiottita.
Il lutto si addice ad Elettra ci porta a confrontarci con il senso di inevitabilità della tragedia, con la mancanza di una possibilità di redenzione e di perdono. Non tutti i peccati ci vengono rimessi, e il fardello dato da alcuni, a volte, può essere più grande di quel che siamo disposti a sopportare. Ma, carichi del nostro dolore, non possiamo fare altro che conviverci.
Letizia Chiarlone
Visto al Teatro Ivo Chiesa, Genova – ottobre 2025
Produzione Teatro Nazionale di Genova
in coproduzione con Centro Teatrale Bresciano per il 2026
Traduzione e adattamento Margherita Rubino
Regia Davide Livermore
Personaggi e interpreti
Ezra Mannon Paolo Pierobon
Christine Mannon Elisabetta Pozzi
Lavinia Mannon Linda Gennari
Orin Mannon Marco Foschi
Adam Brant Aldo Ottobrino
Peter Niles Davide Niccolini
Hazel Niles Carolina Rapillo
Scene Davide Livermore
Costumi Gianluca Falaschi
Musiche Daniele D’Angelo
Luci Aldo Mantovani
Regista assistente Mercedes Martini
Progettazione trucco e parrucco Bruna Calvaresi
Assistente costumista Gian Maria Sposito
direttore di scena Fabrizio Montalto
capo macchinista Raffaele Giacobino
macchinista Nathan Copello
attrezzista Beatrice Napoli
fonici Edoardo Ambrosio, Andrea Anselmo Barnaba
capo elettricista Marco Giorcelli
sarta Cristina Bandini
trucco e parrucco Barbara Petrolati











