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L’amore come caduta per i 30 anni di Spellbound

Il programma di danza di Amat per Pesaro Capitale della Cultura 2023/2024 si è chiuso con una importante celebrazione: il trentennale della compagnia romana Spellbound Contemporary Ballet, per niente retrospettiva, tutta invece rivolta al presente

Il titolo riassuntivo della serata è molto intrigante: dovrebbe essere celebrativo, è invece assai cauto, forse circospetto, senz’altro riflessivo e per niente retrospettivo, di certo perché consapevole del momento presente. Trasformare una passione in un lavoro è sí un privilegio — come sostiene perentoria Valentina Marini, codirettrice della compagnia, nell’incontro con il pubblico, al termine della serata — ma anche un rischio, un difficile equilibrio tra calcolati successi e impreparate capitolazioni (proprio come quando in amore capita di cadere fatalmente negli occhi dell’altr*, e allora ciao). Recollection of a Falling. 30 anni di Spellbound Contemporary Ballet è dunque la memoria presente della lunga vita di una compagnia italiana di danza, intesa come una continua caduta d’amore: nelle gioie delle tournée per il mondo, nella fatica del mestiere, nella difficile responsabilità di tutti i corpi di coloro che nel tempo vi hanno preso parte.

La serata, al Teatro Rossini di Pesaro, è equamente divisa in due titoli. Il primo, è una nuova commissione al coreografo spezzino Jacopo Godani, che torna così alla creazione dopo solo un anno dal termine della sua quasi decennale direzione artistica della Dresden Frankfurt Dance Company. Un anno di decompressione «perché saturo, non in crisi», come egli stesso precisa. Godani infatti non solo ha realizzato un intero, coraggioso e personalissimo nuovo repertorio alla DFDC, ma ha maturato una solida capacità di condurre una compagnia verso una nuova identità, ha intensificato il suo segno linguistico, ha scelto e allenato corpi preparatissimi, capaci anche di forti complicità. Questo nuovo lavoro per Spellbound ha per titolo la locuzione latina Forma mentis.

L’avvio di gruppo che letteralmente invade il palcoscenico in uno scoppio sincronizzato di luce e movimento è di altissimo impatto, ma è anche il segno di un’attenzione compositiva di Godani all’intesa che si stabilisce sùbito con il pubblico. Segue prima un duetto maschile (sono gli incredibili Alessandro Piergentili e Roberto Pontieri), tutto mulinelli e cadute vertiginose, col gruppo prevalentemente a terra mentre intanto si sentono scandire numeri a rinforzo di un’idea di unità, poi tutti abbandonano e resta il duetto che si trasforma in terzetto, con la bravissima Giuliana Mele. Qui la cifra a onde e spirali del movimento di Godani si precisa in prese piene di oscillazioni e di vibratili spostamenti: come nel descriverli, non si smetterebbe mai di guardarli. Questo gioco a tre è fatto anche di scatti e di brusche frenate e poi divertite ripartenze, di sguardi che fendono lo spazio, di sorrisi che sciolgono qualsiasi nodo (ma la compagnia tutta, fin dall’avvio, sembra essersi sentita a proprio agio con il vocabolario comunque esigente di Godani). Presenza non cursoria è quella del fisarmonicista ucraino Sergey Sadovoy, scovato (e rincorso!) da Godani per le strade di Francoforte. I momenti musicali (composizioni originali di Ulrich Müller) sono sempre di forte intensità, il ventaglio delle situazioni sonore assai ampio: lo strumento al pari dei corpi è qui un vulcano di ritmi e di sfumati che chiedono spesso diretta risposta al movimento. Ossia, i corpi vengono «spronati a sentire una mobilità interna», affinché una nuova forma della mente, consapevole e responsabile, possa nascere.

Vi è il tempo anche di uno squarcio notturno, con un duo pieno di invenzioni relazionali e tensioni articolari, tra Anita Bonavida e Filippo Arlenghi. Qui come anche altrove, un gesto ricorrente, la mano sulla testa dell’altr* che accarezza ma anche guida e destina il movimento della sua risposta, è emblematico di una idea di partnering incredibilmente tattile. Anche nei momenti rallentati di musica elettronica i corpi sospesi, le prese trattenute, gli sguardi immobili e intensi sono sempre aguzzati, sottili. I costumi sono abiti di lavoro, non c’è alcuna ostentazione, tutto è indossato in un’anatomia fluida e disponibile. In questa parte centrale, vi è spazio per un altro duetto di intensa fattura. Miriam Raffone e Lorenzo Beneventano, scattanti, si spandono imprendibili nello spazio, in un corpo-a-corpo anche sinuoso e febbrile. Lei ha una duttilità che domina (tranquillamente, anche poi in trio), lui una condiscendenza generativa capace di risposta. Il finale è un po’ telefonato (nel climax di suono della fisarmonica, vi è una caduta a terra collettiva, poi buio), e resta la sensazione che Mr. G. forse-dico-forse avrebbe anche potuto rischiare di più. Ma la caduta di questa fine, però, non ha niente di drammatico, tutto è salvo negli applausi, infiniti.

Il secondo titolo della serata, Daughters and Dangers è nuova creazione di Mauro Astolfi su musica originale di Davidson Jaconello e il sapiente disegno luci di Marco Policastro. Sullo sfondo, l’immaginario legato alle streghe come “donne sapienti” capaci di destabilizzare istituzioni e saperi dominanti. In scena, un enorme e verticale telo nero di seta, di grande effetto visivo, nasconde dalla persecuzione e insieme genera protesta e mistero, nonché inghiotte e rigenera perché «luogo di sicurezza, riservatezza e misteriosa inaccessibilità». Conosco poco il lavoro di Astolfi, ma ricordo di averlo intervistato anni fa per Biennale Channel; e ricordo una mitezza piena di candore, frammista a interessi e preoccupazioni a me molto lontane, quali esoterismo e sorgenti del sapere più autentiche, da ritrovare.

È un lavoro quest’ultimo nero e cupo, intensificato da un sonoro spettrale: l’interesse ctonio persiste ovunque. Il dispositivo del telo genera ingressi e impedimenti quasi tentacolari di corpi che cercano uscita, la danza è nervosa e fatta di grandi accelerazioni, in parte a contrasto con il tetro e lento bordone musicale. I tempi fra le varie azioni però sono molto lunghi, e rischiano di caricarsi di un effetto drammatico non necessario, che disperde. Durante un bellissimo quintetto tutto femminile, che è una sorta di fiera ed energica tregenda, parte Casta Diva (voce, credo, di Renée Fleming), e non potrebbe essere più didascalico. Le soluzioni cinetiche invece sono di gran lunga più interessanti, come il frequente uso del terreno a contraggenio del dispositivo verticale, il disequilibrio dei corpi come potere scopico, e soprattutto duetti e terzetti (bellissimi, che non si contano) in radicale prossimità degli interpreti. Danzano tra loro letteralmente senza spazio tra i corpi, forse per indicare un’unità della varietà possibile, oltre gli stereotipi di genere. Nel finale un uomo nuovo sembra ritrovarsi, nel femminile che sovrasta in una luce che accieca il pubblico, nella raggiunta illuminazione. Sorprende questa compagnia, perfettamente all’altezza di proposte coreografiche fra loro così diverse, ma entrambe assai esigenti: garanzia per un fiume di applausi al termine, tutti meritati.

Stefano Tomassini

Maggio 2024 Pesaro Teatro Rossini

RECOLLECTION OF A FALLING
30 anni di Spellbound Contemporary Ballet

Programma in due parti
Jacopo Godani – “Forma mentis”
Mauro Astolfi – “Daughters and angels”

Interpreti: Maria Cossu, Giuliana Mele, Lorenzo Beneventano, Alessandro Piergentili, Anita Bonavida, Roberto Pontieri, Martina Staltari, Miriam Raffone, Filippo Arlenghi

Una produzione Spellbound
in collaborazione con Comune di Pesaro & AMAT per Pesaro Capitale italiana della Cultura 2024, Festival Torino Danza

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Stefano Tomassini
Stefano Tomassini
Insegna studi di danza e coreografici presso l’Università Iuav di Venezia. Nel 2008-2009 è stato Fulbright-Schuman Research Scholar (NYC); nel 2010 Scholar-in-Residence presso l’Archivio del Jacob’s Pillow Dance Festival (Lee, Mass.) e nel 2011, Associate Research Scholar presso l’Italian Academy for Advanced Studies in America, Columbia University (NYC). Dal 2021 è membro onorario dell’Associazione Danzare Cecchetti ANCEC Italia. Nel 2018 ha pubblicato la monografia Tempo fermo. Danza e performance alla prova dell’impossibile (Scalpendi) e, più di recente, con lo stesso editore, Tempo perso. Danza e coreografia dello stare fermi.

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