Peeping Tom. Gli spazi della paura e del congedo

Recensione. A Reggio Emilia, presso la Collezione Maramotti il gruppo Peeping Tom ha realizzato un’inedita performance site-specific dal titolo La visita, mentre al Teatro Valli ha replicato il suo ultimo trittico: The Missing Door, The Lost Room, The Hidden Door.

Rehearsal picture for “La Visita” by Amber Vandenhoeck

In giro per musei spesso si ha la sensazione che il meglio stia sempre altrove. Non ci si accontenta mai di quel troppo che c’è. Sembra sempre che basterebbe soltanto quel poco, invece, che manca. La Collezione Maramotti di Reggio Emilia ha pensato bene di colmare questa sensazione del visitatore contemporaneo progettando di commissionare, ogni due anni, interventi performativi nei suoi spazi ex-industriali ora espositivi della propria collezione d’arte privata, unica e straordinaria, e di accendere le luci su questa mancanza, per ricoverare lo sguardo del visitatore, sempre frustrato.

La mancanza così si trasforma nell’inatteso: l’eccesso di ricchezza che sembra inutilizzabile ritrova la felicità della contemplazione e l’eredità culturale che vi è connessa, nella presenza mai neutrale della performance e dei corpi performativi.

LA VISITA COME INTIMITÀ CON L’OPERA

In Collezione, quest’anno il gruppo visionario, iperrealista e surreale, Peeping Tom fondato dall’argentina Gabriela Carrizo e dal francese Franck Chartier, ha organizzato La visita, grazie anche all’importante (e ricca) vittoria del Fedora – Van Cleef & Arpels Prize for Ballet 2021.

Rehearsal picture for “La Visita” by © Sébastien Parizel

E fin dal titolo è subito metaspazialità: la performance si trasforma in una riflessione sulla prossimità con le opere d’arte esposte, a partire da chi vi sta intorno e ne consente la fruizione, con tanto di performer (quattro: Charlotte Clamens, Marie Gyselbrecht, Brandon Lagaert e Yichun Liu) mescolati a vere donne delle pulizie e guardie di sorveglianza (in un rispetto della divisione di genere che già sconcerta). Va subito detto che ciò che non funziona qui, in questo tempo performativo misto e in tanta prossimità col pubblico, è proprio ciò che invece funziona benissimo sul palco, nel privilegio della distanza che tutto illude e conduce a misura. Mentre muri si spostano e cambiano le direttrici dello sguardo, anche le opere sembrano cambiare la loro natura: diventano più intime. Nascono così inedite relazioni con i quadri, nuovi amori, capaci di trasformare chi guarda in opera guardata.

La ballerina e performer Yichun Liu, scatto di Arianna Arcara

Il museo (che è permanente) prende così nuova vita (l’effimero del quotidiano, e del desiderio). Mentre la visita dello spettatore pretende tutta una nuova intimità. Centrale e piena di ferocia latente è l’ingresso di una visitatrice (Yichun Liu) nella sala che accoglie sospesa la barca nera, colma di tele nere, di Claudio Parmiggiani (Caspar David Friedrich, 1989). Qui, in un perfetto sounding spaziale, quel nero cola tutto dal corpo che contempla l’opera, in un gocciolio impuro che imbratta e insudicia, abito corpo e pavimento: monito di una perdita in cerca di tregua. Il catartico falò finale di alcune tele di cui siamo solo spettatori, dietro l’ampia vetrata dell’ingresso, forse disvela tutta l’ambiguità di un necessario congedo dall’opera.

IL TRITTICO COME SPAZIO DELLA PAURA

Anche il trittico proposto su palco del Valli circoscrive, nello spazio, le stesse paure di una contingenza in cerca di tregua. Sono tutti spazi chiusi, ma che sembrano in movimento. The Missing Door (è un set che anima un salotto), The Lost Room (è la zona letto forse di una cabina), The Hidden Door (è un’apocalittica sala ristorante), sono stati creati singolarmente, tra il 2013 e il 2017.

Triptych © Marsa Morgan Art, Peeping Tom (w. Fons Dhossche)

Riuniti, sembrano restituire un più vero senso della deriva (con Pascal: «Vous êtes embarqué»), sia nello spazio e sia nei corpi che nei cuori. Nulla sembra compiersi in modi riconoscibili, ma tutto si ripete come un inesorabile apologetico della paura che afferra, confonde e spesso immobilizza. Anche gli oggetti divorano i corpi (poltrone, letti, armadi) mentre le porte, tantissime, aprono e chiudono secondo una drammaturgia che non risolve ma interroga soltanto la scena e insieme lo spettatore. Tutti i performer abbagliano per la disponibilità acrobatica e fuori-senso del loro agire, in affanno e sempre in perdita: tra continue prese e cadute, ribaltamenti e rallentamenti, emergono pulsioni e tracce delle nostre paure fra quei muri che dovrebbero invece proteggere.

Ma guai a pensare che tanta dannazione e ricchezza di immaginario sia soltanto fantasticheria e non, invece, un congedo: è infatti il linguaggio che parla il vuoto quando costruisce lo spazio dell’addio.

Stefano Tomassini

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