Frosini/Timpano. Post colonial Rome

Nel Municipio V di Roma, la prima edizione di FuturaMemoria, rassegna multidisciplinare su tematiche di inclusione e memoria diretta da Valentina Marini, dal 31 ottobre al 28 novembre 2019. Abbiamo intervistato la Compagnia Frosini/Timpano in vista della replica dello spettacolo Acqua di colonia il 13 novembre che debuttò tre anni fa al Teatro Biblioteca Quarticciolo. Intervista in mediapartnership

Foto di Piero Tauro

È proprio di qualche giorno fa la notizia del deplorevole incendio alla Libreria La Pecora Elettrica, uno dei luoghi resistenti del V Municipio e coinvolto all’interno della programmazione del festival. Roma, con il suo portato storico e colonialista che la caratterizza, ora che città è rispetto a quando avete scritto Acqua di Colonia?

Elvira Frosini: Singolare, ma credo sia un atteggiamento condiviso da molti, è stato constatare che, quando abbiamo iniziato a scrivere lo spettacolo nel 2015 e abbiamo poi debuttato nel 2016, pensavamo che quegli anni fossero il culmine di un’esacerbazione razzista, invece oggi la situazione dimostra essersi aggravata non solo a Roma ma in tutta Italia. Il razzismo, l’intolleranza, (con alla radice un pensiero essenzialmente colonialista), non solo sono cresciuti, ma soprattutto è cambiato l’atteggiamento: è avvenuto uno sdoganamento vero e proprio. Non credevamo si potesse andare oltre una situazione che già tre anni fa si presentava come grave, invece è successo. E tornare in scena con questo spettacolo in un contesto sociale e politico di gran lunga peggiore, fa riflettere. In questo ultimo anno però, nonostante l’Italia sia dilaniata da un pensiero fascista, bisogna ammettere che parallelamente sta maturando una presa di coscienza delle seconde generazioni, una progressiva consapevolezza rispetto al proprio ruolo, in qualche modo sostenuta anche dalla comunicazione main stream, dai convegni, spettacoli, cinema, pubblicità e letteratura, basti pensare all’affermarsi degli studi post colonial.

Daniele Timpano: Non è casuale che proprio in questi giorni sia stato ripostato sui social un saggio di Furio Jesi, Cultura di destra incentrato su quanto la cultura, e la letteratura italiana nello specifico, non siano affatto progressiste…

Dopo quasi tre anni dal debutto e dopo una lunga tournée nazionale e internazionale, come è cambiato questo spettacolo e la sua ricezione?

Elvira Frosini: Come tutti gli spettacoli è cambiato in maniera significativa durante il primo anno, durante le prime repliche sono stati fatti dei tagli, degli aggiustamenti dal punto di vista dello specifico teatrale. A volte per esempio abbiamo fatto solo la prima parte, quella dello Zibaldino africano, a seconda del contesto in cui lo abbiamo portato in scena. Alcuni spettatori risultano a volte scioccati, interessati, oppure ci sono state circostanze impreviste e estremizzate come un insegnante che a Trento è uscito a metà spettacolo facendo il saluto romano. Tuttavia questo è stato un unicum eclatante, nei posti dove vai c’è un’attenzione dedicata a questa tematica politica, molte realtà, festival e teatri, lavorano intorno allo spettacolo preparando il pubblico. Alcune matinée coi ragazzi del liceo sono state infatti le più stimolanti, sia per l’ascolto avuto che per le domande fatte dopo. In teatro non vai mai in un luogo ostile, perché si tratta di un ambiente educato, anche se di nicchia. È fuori dal teatro invece, che percepisci un ambiente politicamente avverso, nelle conversazioni al bar, sono queste situazioni esterne ma quotidiane che ti danno percezione dell’aria che tira.

Daniele Timpano: Il cambiamento è riscontrabile sia nel tempo, gli anni che sono passati, che nella geografia attraversata. Ma le reazioni degli spettatori sono da considerare soprattutto in relazione alla persona afrodiscendente seduta sul palcoscenico durante lo spettacolo e che è diversa in tutte le repliche. Questa, che essa sia uomo, donna, giovane, adulto, influisce molto sulla fruizione della platea perché su di esso/a vengono proiettati tutti gli stereotipi, e lo confermo con un’analisi quasi lombrosiana perché quella presenza viene osservata dallo spettatore medio esclusivamente in base alla sua apparenza: la persona resta in silenzio, non prende mai la parola e nessuno ne sa la storia, a meno che, nei paesi più piccoli, non sia già conosciuto dalla comunità. Parlare, per esempio, della questione inerente agli stupri durante il colonialismo cambia totalmente se lo si fa con in scena una ragazza quindicenne. Anche per la persona ospitata avviene una sorta di psicodramma, può capitare che essa soffra o che inizi a prendere in considerazione aspetti mai ragionati prima. Oppure, semplicemente, si diverte. E ci interessa molto analizzare le reazioni in base a questa variabile, perché in virtù di questa cambia anche la nostra postura scenica e incide su quel bisogno di onestà e trasparenza di cui noi abbiamo sempre sentito la necessità, anche durante le prime letture. In questa fase propedeutica alla scrittura scenica, il confronto con Igiaba Scego è stato fondamentale, e il disagio provato davanti a lei nell’affrontare simili argomenti ci ha spinto a portarlo in scena rendendolo funzionale alla drammaturgia attraverso la presenza di una terza persona.

Quale memoria vi auspicate possa avere Acqua di colonia e perché?

Elvira Frosini: Una memoria delle domande. Credo che se ci fosse uno spettatore ideale, questo dovrebbe uscire da Acqua di colonia ponendosi degli interrogativi. Molti non conoscono affatto la storia del colonialismo, quindi lo spettacolo dovrebbe innanzitutto stimolare la riflessione rispetto a una tematica di cui si sa poco o nulla. Vorrei che colui che guarda il nostro lavoro potesse ragionare soprattutto sul grado di adesione che si ha rispetto a certi comportamenti ormai introiettati, sulla responsabilità personale ancora prima di quella collettiva e quindi storica. All’interno di un congegno drammaturgico complesso, agisce sullo spettatore un meccanismo basico di adesione, che lavora su un processo di rispecchiamento e oggettivazione che porta a chiedersi: quanto siamo complici? Complicità che deriva non necessariamente dall’appartenenza ideologica ma da quel brodo culturale nel quale siamo cresciuti e che non ci permette di avere una visione oggettiva sulle nostre azioni. Per cercare di capire chi siamo dobbiamo studiare la Storia come dispositivo normativo e di accumulazione che ci abita e ci determina. Il fermarsi alla generica buona volontà di incontrare l’Altro, senza portare alla coscienza queste cose, rimane un fatto superficiale.

Daniele Timpano: Mi piacerebbe si verificasse una piccola rivoluzione copernicana, la stessa che abbiamo compiuto noi stessi lavorandoci. Notare degli aspetti che finora sono stati guardati con la lente di una norma stabilita ormai dai tempi dell’Illuminismo, con criteri assolutizzanti attraverso i quali l’Europa ha imposto il proprio modo di pensare al resto del mondo. Vorremmo che ci si interrogasse su questioni che per l’educazione ricevuta ci sono sempre sembrate neutre, e invece non lo sono: perché Verdi scrive la Aida in quel periodo storico e la prima viene messa in scena a Il Cairo commissionatagli da Khedivè d’Egitto? Noi abbiamo iniziato a “leggere” ciò che ci circonda e a riconsiderare tutto quello che è stato finora il nostro bagaglio culturale. Come appassionati di Arthur Conan Doyle, è stato bellissimo accorgerci che nella prima apparizione letteraria di Sherlock Holmes ne Uno studio in rosso, lui è tornato dalla guerra in Afghanistan e anche nella serie su Netflix lui torna sempre dall’Afghanistan, perché come all’epoca, ancora oggi è in corso la guerra.

Voi invece siete appena tornati da Riccione dove avete vinto il Premio Franco Quadri con il testo Ottantanove; rispetto alla vostra ricerca drammaturgica, e al di là dell’importante riconoscimento, a che punto pensate di essere giunti e dove state andando?

Frosini/Timpano: Ormai dopo anni che lavoriamo insieme i percorsi di entrambi si sono avvicinati, sia per continuità che per discontinuità, e ciò ha modificato l’approccio che avevamo singolarmente all’azione scenica. Stiamo andando, cautamente, verso una drammaturgia per tre, come quasi passassimo da Eschilo a Sofocle. Se fosse per noi lavoreremmo anche con più persone ma sarebbe difficile sostenere produttivamente un simile spettacolo e portarlo in giro, tenendolo nel repertorio. Siamo una di quelle compagnie che non vogliono lavorare a uno spettacolo se pensano di non potergli dare vita finché campano, ed è per questo che non vogliamo incoraggiare un sistema che ti impone di rispettare criteri che poi non si riescono a sostenere e che portano inevitabilmente gli spettacoli a morire, a perdere pezzi di repertorio. Quello di invecchiare nel proprio spettacolo è un gesto politico, e anche poetico, che difendiamo strenuamente. Nel metodo di scrittura non siamo invece molto cambiati, stiamo ancora sviluppando embrioni di pensiero che avevamo già anticipato in Zombitudine. Ora, con questo ultimo testo, sono sicuramente cambiate le nostre percezioni interne al lavoro, le sensazioni che lo abitano, anche in base alla fase che stiamo attraversando e alle domande che ci facciamo riguardo la palude democratica nella quale siamo impantanati. In Ottantanove c’è un linguaggio altro, che attraversa diversi registri linguistici attraverso il quale parliamo proprio di questo impanatanamento in riferimento alla Rivoluzione Francese e al luogo fisico assembleare, la palude appunto, nella quale stavano coloro che sceglievano di non avere appartenenza politica a uno schieramento. Progetti futuri? Ci piacerebbe un giorno poterci occupare della direzione di uno spettacolo di Opera, chissà! Viva il melodramma barocco del ‘600 di Peri, Monteverdi, Cavalli, o l’opera del ‘700 con i vari Paisiello, Cimarosa, e pure quella del ‘900 contemporaneo: Nono, Kurtàg, Berio, Maderna, Penderecky, Ligeti, Schoenberg…A patto però di saltare l’Ottocento romantico e il Verismo italiano del primo Novecento.

Lasciateci un messaggio e/o uno spettacolo da consegnare a Futura Memoria.

Daniele Timpano: Per paradosso, dimenticateci! Lo dico seriamente: mi è sempre piaciuto del teatro il fatto che fosse una cosa fallimentare, un po’ patetica anche, estremamamente fragile ma tenera anche quando sembra essere presuntuosa. È qualcosa però che muore, e muore perché muore chi lo fa. Il teatro in questo è più interessante della vita stessa.

Redazione

Info e programma http://www.contemporaneamenteroma.it/progetto/futura-memoria/

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