Dancing abroad. Spellbound Contemporary Ballet nel mondo

Spellbound Contemporary Ballet è una tra le compagnie italiane che più spesso ha modo di presentare i propri lavori all’estero. A proposito di questa opportunità, presentiamo una riflessione a partire dalle parole della direttrice Valentina Marini.

Rossini Ouvertures. Foto Fabio Policastro

«Quando si lavora sul movimento puro in assenza di un’istanza dichiaratamente narrativa, il corpo diventa una lingua». Partendo da questo assunto condiviso, Valentina Marini, direttrice della Spellbound Contemporary Ballet introduce una riflessione condotta a proposito della circuitazione internazionale, aspetto distintivo nella progettualità della compagnia. La relazione che intercorre con i diversi paesi che ospitano l’ensemble si struttura su tre diversi livelli che sono «il risultato di una sommatoria di più azioni: rapporti diretti consolidati  – quelle che chiamo “amicizie professionali” –, l’invio di materiali e una domanda che si genera spontaneamente».

Il mercato internazionale rispetto a quello italiano risulta essere maggiormente meritocratico, non è solo questione di appeal di uno spettacolo quanto piuttosto del valore che gli attribuiscono gli operatori; oltre alla qualità dei lavori, a contare è anche la presenza continuativa all’interno delle realtà festivaliere. Sebbene la partecipazione a un festival non implichi la garanzia di avere assicurate più piazze, anche se si tratta di festival vetrine come Avignone, nell’esperienza di Spellbound è proprio la logica della rete creatasi nei paesi stranieri a fare la differenza. Ovviamente, questa aleatorietà dipende anche dalla mission dei singoli festival, tuttavia in più di un caso, la partecipazione continuativa è stata il lasciapassare per poter ottenere delle lettere di referenze funzionali per entrare in contatto con nuovi contesti.

Oltre alla dimensione festivaliera e all’inserimento in cartellone durante le stagioni dei teatri stranieri, la rete di Spellbound si è allargata anche grazie al lavoro fatto insieme alle Ambasciate e agli Istituti di Cultura. Esempio sono state le tappe in Azerbaigian, Georgia e Turchia all’inizio dell’estate, ma lo è anche il prossimo tour asiatico – previsto dal 3 al 14 dicembre – che nasce dalla collaborazione con le Ambasciate e gli Istituti di Cultura Italiani di Hong Kong, Jakarta e Bangkok. Proprio qui la compagnia chiuderà un’edizione speciale del Thailand Italian Festival, un’occasione multidisciplinare in cui saranno presenti, musica, letteratura e, in parte più ridotta, anche le performing arts. Ancora una volta sarà presente Rossini Ouverture, progetto vincitore del bando “Siae – Sillumina, copia privata per i giovani e per la cultura” per le tournee internazionali. Questo spettacolo è «un lavoro squisitamente italiano che è stato in grado di risvegliare l’interesse di istituti che in altre occasioni si erano dimostrati meno ricettivi. Noi eravamo entrati in contatto altre volte con istituti italiani ma sempre in supporto di qualcos’altro, mentre, nel caso del tour asiatico, i tre eventi sono direttamente organizzati e finanziati dalle ambasciate». Lavorare su questioni simili, inoltre, mira a rafforzare la fiducia nel senso di appartenenza a un’identità culturale legata al nostro paese d’origine: «Avere questo respiro internazionale e questo ampio confronto sono un privilegio e una fonte di continua conoscenza e approfondimento che relativizza molto quello che spesso, in una visione solo locale, si tende ad assolutizzare perdendo di vista uno sguardo che se ampliato rimette a posto certi pesi e valori».

Spellbound Contemporary Ballet al Teatro Nazionale di Baku in Azerbaigian

Ciascun codice linguistico, in quanto portatore di una propria specificità culturale, risulta imprevedibile nella sua fruizione perché letto e interpretato a seconda del substratum culturale che lo riceve: «alcuni contesti ci hanno portato a ragionare sul programma da proporre perché il nostro lavoro quando presentato in altri paesi non può prescindere da queste considerazioni di rispetto e incontro verso l’Altro». Valentina Marini ci sottolinea inoltre come ogni tour sia proprio per questo difficile da prevedere in quanto nasce da fonti, dialoghi, rapporti diversi e autonomi. L’organizzazione risulta dunque molto complessa per gli aspetti tecnici e burocratici; in particolare, portare uno spettacolo negli Stati Uniti è alquanto difficile per l’immensa mole di materiale cartaceo da predisporre e prevedere a lunga gittata: «Bisogna inserire ogni azione da prevedere in tour, e al di fuori di quanto scritto in quel documento non sono ammesse deroghe, aggiunte o richieste in loco. Procedura questa che necessita di uno sforzo previsionale enorme sul piano pratico».

La conoscenza dei diversi mercati e l’operare con coscienza all’interno di ogni geografia, comporta il doversi adeguare a regole specifiche e autonome. Tra le aree in cui la Spellbound Contemporary Ballet ha trovato i più costanti interlocutori, sicuramente bisogna menzionare gli Stati Uniti, dunque, e la Germania, due esempi per molti aspetti antitetici. Nel rapporto con la capitale tedesca, buona parte della mediazione è curata di un’agenzia, all’interno di un sistema in cui ciascun teatro, presente anche nelle più piccole cittadine, ha al proprio interno una compagnia stabile e il repertorio in programma è indirizzato per lo più alla comunità locale, ed è finanziato direttamente dalla città. Negli USA, territorio molto battuto dalla compagnia, vige un sistema «brutale e selvaggio», dove è molto difficile entrare, le logiche sono abbastanza spietate. Anche in questo caso ogni città, o meglio ogni università, ha il suo teatro; pur senza avere una “compagnia della casa” sono affamati di vedere ciò che arriva da fuori. «C’è sempre stata una dialettica curiosa tra l’Europa e l’America sulle estetiche: l’Europa ha guardato spesso con occhio critico quella americana, e d’altro canto, l’America ha guardato a volte con sospetto quanto arrivava dall’Europa, poiché il modern o il contemporaneo è molto diverso. Quindi ovviamente si hanno davanti due strade: o affronti la strada della diversità e della novità oppure vieni rigettato perché contraddici l’estetica della modern-jazz americana». In alcuni paesi la ricezione può risultare infatti conservatrice, al punto che alcuni codici, forme e stilemi assumono interpretazioni altre e vengono ripensati dallo specifico locale.

Rossini Ouvertures. Foto Micro e Mega

Per quanto riguarda la tappa  prossima della compagnia, in Bielorussia dal 20 al 25 novembre, Marini rileva alcune questioni fondamentali, che vedono gli spettacoli non tanto come entità astratte ma come «qualcosa che si cala in un contesto sociale ben preciso», al quale sono potuti approdare anche grazie alla conoscenza e stima reciproca con il board del Festival di Modern Coreography di Vitebsk iniziata 10 anni fa. «La Bielorussia è un paese che è l’ultimo baluardo di quei sistemi comunisti di inizio secolo, tra i più chiusi e più ottusi, eppure ci sono delle persone che con grande sacrificio portano avanti progetti come questi, tra l’altro facendoci ballare in luoghi meravigliosi come il Bolshoi di Minsk (il 20 novembre al National Academic Bolshoi Opera and Ballet Theater, ndr), che è il padre di tutti i  Bolshoi o in altri contesti quali il 22 novembre al Regional Drama Theater di Gomel e il 25 novembre al Concert Hall di Vitebsk. In ragione delle manovre di apertura economico politiche verso l’Europa, sono state snellite di molto le procedure burocratiche che hanno permesso non solo di invitarci nuovamente ma di farci fare questa piccola tournée, anche in questo caso grazie al supporto di S’illumina, fondamentale per coprire le costose spese di trasporto di scene e danzatori. Sono particolarmente legata a questo progetto, ha un valore speciale per me in quanto prima lì andare a teatro era oggetto di persecuzione, oggi invece il fatto che stiamo viaggiando senza visto è lo specchio di questa evoluzione culturale, un miglioramento nei rapporti all’insegna della disponibilità ad aprirsi».

Redazione

 

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