La violenza te la do io. Arancia meccanica.

Arancia Meccanica di Gabriele Russo punta alle intenzioni originarie di Clockwork Orange ma approda a uno spettacolare tributo all’estetica di Burgess e Kubrick. Recensione

foto Francesco Squeglia
foto Francesco Squeglia

Il diritto non può esistere senza la violenza. Walter Benjamin, nel suo lucido e caustico saggio giovanile Per la critica della violenza, chiarisce il punto: «L’interesse del diritto a monopolizzare la violenza rispetto alla singola persona non si spieghi con l’intenzione di difendere i fini giuridici ma il diritto stesso». La violenza affermata genera diritto e quella conservativa garantisce la sopravvivenza del diritto stesso, monopolizzando l’utilizzo della forza sull’altro. Totalitarismo? Immagine dispotica? Principio giusnaturalistico di convivenza secondo il quale le persone rinunciano all’espressione del proprio potere a favore dello Stato perché sia questo a difenderle dagli altri e da loro stessi, rompendo la mimesi e la pericolosa catena della vendetta privata. Da qui, tutta la diatriba sull’uso della violenza; la dicotomia tra un utilizzo legittimo riservato alla “forza dell’ordine” per fini giusti, militari, conservativi, e/o considerati a priori come tali, e un uso ingiusto qualsiasi sia il fine, di delinquenza o di libera autoaffermazione. Insomma, a ognuno i propri diritti, ma nessuno tocchi quella sorta di materia prima naturale: la violenza, te la do io.

foto Francesco Squeglia
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Anno 1962, Anthony Burgess scrive il suo manifesto distopico sul libero arbitrio, Arancia meccanica, un libro mosso dal turbamento dell’autore dall’idea di uno Stato che vada ben oltre il patto stretto con la cittadinanza, assumendo il controllo del discrimine tra il bene e il male. Eliminare l’impulso alla delinquenza giovanile, dunque, passando per la terapia dell’avversione, violenza essa stessa, tecnologia volta a “normalizzare” i corpi; quello che viene preso come l’inno alla gioia della distruzione dell’altro arriva a milioni di lettori sulle due sponde dell’oceano, un libro con il quale nel 1971 Stanley Kubrick riesce nella rarissima operazione di non tradire con l’obbiettivo della telecamera quello della parola, ma di modellarne profili e inquadrature; la pellicola, forte anche della colonna sonora, è uno dei capolavori della storia del cinema, uno di quei film da vedere di nascosto da ragazzi nutrendo inconsapevolmente il pamphlet di Walter Benjamin, quell’ammirazione popolare per la violenza – come lo sporgersi dall’autobus per guardare una rissa – come possibilità insita ma negata allo spettatore.

Clockwork orange, atto terzo. Il teatro. L’adattamento teatrale dal quale Gabriele Russo attinge è dello stesso Burgess, firmato nel ’90 per la Royal Shakespeare Company, ancora una volta la metamorfosi di Alex da asociale carnefice ad automa comandato dai conati di un ordine superiore che gli precluderà non solo il male, ma anche la dimensione paradisiaca del godimento nella musica (si, quella di Ludwig Van Beethoven) e nel sesso. Dal godere del male, al rifiuto del godimento. Questa la cura. E se la drammaturgia riesce a godere con il male punteggiata dal Nadsat – lo slang giovanile inventato dall’autore sull’onda di quello londinese che con la sua espressione “sballato come un’arancia a orologeria” ispirò il titolo –, il taglio registico/autoriale riesce a farlo coincidere perfettamente con la messa in scena: lo spettacolo diventa puro godimento, sganciando però così la rappresentazione dall’analisi, dalla provocazione ulteriore. È il rapporto empatico e inquietante con l’opera che vacilla, mentre l’occhio si affeziona al ralenty dello stupro, agli impeccabili smoking sartoriali dei Druidi e ai costumi di Chiara Aversano, o viene domato dalle trovate sceniche ma non dilaniato dalla provocazione che c’è dietro; quando l’ammirazione popolare per la violenza non taglia la pelle, non infetta l’occhio, non muove con la sua spettacolare rappresentazione. Il disegno luci di Salvatore Palladino riproduce i chiaroscuri dell’ultraviolenza, le scene di Roberto Crea si propongono come installazioni d’arte contemporanea, scatole abitate dai corpi; le musiche – quello che «Alex ascolta non è Beethoven, è la sua idea deformata di Beethoven, è il suo delirio di Beethoven» – incedono acide reinterpretando l’atmosfera in chiave moderna e sono firmate da Morgan, musicista illuminato, che la scatola trasparente dei talk show – tecnologia volta a “normalizzare” e controllare il talento? – non ha esitato a lucidarla da dentro.

foto Francesco Squeglia
foto Francesco Squeglia

Arancia meccanica di Gabriele Russo è una macchina a orologeria che funziona perfettamente, ma che nell’arduo tentativo di risvegliare la provocazione dell’opera di Burgess non muove molto oltre l’immaginario collettivo. Gli attori non cadono nel rischiosissimo tentativo di sostituire o riprodurre fedelmente i personaggi di Kubrick ma riescono magistralmente a cavalcarne i tratti, gli applausi arrivano, il godimento estetico anche, manca probabilmente qualche movimento allo stomaco e una chiave interpretativa – oggi – per quella critica alla violenza e al libero arbitrio che Burgess e Kubrick hanno reso immortale.

Luca Lòtano

Teatro Eliseo, Roma – maggio 2016

ARANCIA MECCANICA
di Anthony Burgess
con Daniele Russo, Sebastiano Gavasso, Alessio Piazza, Alfredo Angelici, Martina Galletta,
Paola Sambo, Bruno Tramice
scene Roberto Crea
costumi Chiara Aversano
disegno luci Salvatore Palladino
musiche Morgan
regia Gabriele Russo
produzione Fondazione Teatro di Napoli

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