Spandere Calore. Trent’anni di danza di Enzo Cosimi

    foto sole24ore.it

    Non dà l’idea di una (ri)apparizione o di una copia il lavoro che Enzo Cosimi ha presentato nella stagione del Teatro Palladium di Roma, va considerato piuttosto come un’opera che ha la forza di una creazione nuova e originale.
    La prima versione di Calore fu presentata a Roma, al chiuso del Padiglione Borghese nel 1982; l’anno successivo seguì un altro allestimento all’aperto al Parco dei Daini in occasione di una felice iniziativa di “Censimento” curata da Leo de Berardinis.
    Tra tanti gruppi di teatro sperimentale che in quegli anni furoreggiavano nelle “cantine romane”, tra tanti attori registi perfomer, Cosimi figurava allora come una specie rara, qualcuno che compare sui radar inaspettato e originale, unico e solo a difendere la specificità della danza e a proporsi come coreografo.
    A 23 anni Cosimi allestisce Calore, lo mette in scena un venerdì 17, una data che passa sotto silenzio, snobbata da tutti. Protagonisti alcuni suoi amici e coetanei, danzatori improvvisati vicini al mondo notturno delle discoteche e del techno punk. Il gruppo si chiama Occhèsc, è costituito dallo stesso Cosimi e da Carla Barucchello, Grazia Floresta e Renzo Ruffini. Oggi, nell’ambito del progetto RIC.CI (Reconstruction Italian Contemporary Choreography Anni Ottanta-Novanta, ideato da Marinella Guatterini), Francesco Marilungo, Riccardo Olivier, Francesca Penso e Alice Raffaelli hanno accettato la sfida di ridare forma a questo lavoro con tutta la forza della propria presenza, altrettanto giovane, unica e irripetibile.

    Da un magma di suoni indistinti, sinfonie di barriti, cinguettii, vagiti e percussioni, si riescono a riconoscere progressivamente le note di Britten, Liquid-Liquid e Glenn Branca che accompagnano e contrappuntano le azioni dei quattro danzatori.  Tre sono in canottiera e mutande bianche, una con un vestito di paillettes verde abbagliante. Lanciano oggetti, spremono limoni, si rincorrono, si avvinghiano, si scontrano, si baciano calorosamente, s’immobilizzano in pose plastiche al limite del grottesco, tutto al massimo del volume. Attraversano col sorriso sulle labbra, ma a tratti anche con pianto dirotto, carico di sofferenza o isterica disperazione, gli snodi cruciali del tempo di crescita e trasformazione dall’adolescenza all’età matura, in uno spassoso, languido, straziato campionario di transizioni che vanno da innocenti svagatezze alle più sfrenate dispersioni. Da queste esplosioni/implosioni, da questo caos incandescente affiorano gli echi delle tradizioni di riferimento, degli insegnamenti prediletti di Alwin Nikolais e di Merce Cunningham, e anche da questa eredità, sedimentata nel pensiero coreografico dell’artista romano, la performance ricava la sua architettura compiuta e organica.

    Questo intreccio ben congegnato di rigore formale e disinvolta immediatezza, all’indomani del primo esordio che trent’anni fa aveva colpito la critica avveduta e disincantata del nuovo teatro. Le osservazioni di Nico Garrone apparsi in due interventi su La Repubblica all’indomani del debutto, davano infatti conto di un nuovo linguaggio di movimento in bilico tra la «libera spontaneità e i rigori della tecnica», come connotato significativo che consente di pensare al «superamento di molte recenti forme espressive del teatro-danza postmoderno». All’epoca anche Franco Cordelli riconosceva in un articolo apparso su Paese Sera nel dicembre 1982 gli indizi di nuovi modi espressivi, assegnava allo spettacolo il «valore di manifesto» dal momento che «Cosimi – scriveva – mostra come da noi si sia assimilata la lezione del teatro-danza (Carlson, Bausch)». Senza dubbio insomma, un filo rosso lega drammaturgicamente e registicamente questa danza agli spettacoli di teatro sperimentale italiano (Martone, La Gaia Scienza, Magazzini Criminali) più che alla danza coeva, grazie a «un pizzico di tempismo in più», a quella sfrontata autonomia che si conquista solo quando «non c’è bisogno di riferirsi a nulla».

    foto ferrara24ore.it

    Un mix di danza sintetica, danza da discoteca, danza astratta: queste sono alcune definizioni che Leonetta Bentivoglio formula agli inizi degli anni Ottanta in un intervento su La Repubblica per qualificare e chiarire le varie influenze che sono confluite nel linguaggio coreografico di Cosimi; una danza, del resto, originale e peculiare per i «movimenti a scatti» e perché «volutamente sensuale e provocatoriamente esplosiva».

    Ai tempi Garrone riconosceva in Calore «un piccolo capolavoro, la coreografia più nuova e tonificante per brindare con un minimo di necessario ottimismo all’83 e ai futuri sviluppi del matrimonio tra teatro e danza». Tuttavia sembra che questo auspicio sia stato in qualche modo trascurato, non tanto a livello critico quanto accademico. L’universo della danza costituisce infatti ancora un mondo a sé stante, che talvolta si tiene alla larga dalle esperienze liminali e continua a collocare la trattazione teorica in una posizione di distanza rispetto alla pratica, compromettendo quell’apertura di senso che la coreografia contemporanea oggi necessita e merita sempre più di avere. Non è un caso che le aperture più significative ancora oggi provengono dal versante del teatro.

    Ad esempio un critico come Cordelli, scrivendo sul Corriere della Sera del 7 febbraio 2013 a proposito dell’ultima versione di Calore del 2013, ne vede riaffermato oggi il significato critico: «[…] non solo è l’irruzione del nuovo (della giovinezza) in un mondo vecchio (le avanguardie degli ultimi anni Settanta erano concettuali, fredde, a volte glaciali)» ma è qualcosa che  «impone un nuovo linguaggio (non si capisce più dove la danza finisce e il teatro comincia, o viceversa)», ovvero «la dimensione critica si estende dal mondo dell’arte, sia esso quello della danza o del teatro, al mondo nel suo complesso, alla nostra vita quotidiana, la vita italiana come oggi è».
    Sarebbe allora vivo l’auspicio di non lasciar cadere queste riflessioni per altri trent’anni, ancora una volta.

    Francesca Magnini

    CALORE
    regia, coreografia, scena, costumi Enzo Cosimi
    colonna sonora a cura di Enzo Cosimi
    musiche Glenn Branca, Benjamin Britten, Liquid-Liquid,
    Chris Watson, Musica popolare africana
    disegno luci Stefano Pirandello
    abito Gianni Serra
    gioiello Cristian Dorigatti
    interpreti Francesco Marilungo, Riccardo Olivier,
    Francesca Penzo, Alice Raffaelli
    assistente alla produzione Maria Paola Zedda
    nell’ambito del progetto RIC.CI / Reconstruction Italian Contemporary Choreography anni Ottanta-Novanta
    ideazione e direzione artistica Marinella Guatterini
    assistente alla direzione artistica Myriam Dolce
    produzione Compagnia Enzo Cosimi
    in coproduzione con AMAT – Associazione Marchigiana Attività Teatrali / Arteven Circuito Teatrale Regionale Veneto / Fabbrica Europa per le arti contemporanee / Fondazione del Teatro Grande di Brescia / Fondazione Milano Teatro Scuola Paolo Grassi / Fondazione Ravenna Manifestazioni / Fondazione Teatro Comunale di Ferrara / Teatro Pubblico Pugliese / Torinodanza