Lehman Trilogy, l’epopea sussurrata di Stefano Massini

Ascoltare e vedere. Due verbi che appartengono all’esperienza teatrale, o più in generale delle arti performative. È qui che un racconto prende vita e genera immagini come in un libro pop-up e l’esperienza del teatro in radio, agito e trasmesso in diretta da Rai Radio Tre nella sala A di Via Asiago, ha una natura doppia sempre affascinante, che pone spettatore e ascoltatore alla stessa distanza da qualcosa di fragile come il cristallo.
Lehman Trilogy [leggi la recensione del debutto del 2015 con la regia di Luca Ronconi], la trilogia scritta per il teatro da Stefano Massini che narra il fallimento della più importante banca d’affari di sempre, la Lehman Brothers, è un’opera titanica taciturna e sussurrata, un anti-epos in cui i registri si mescolano e si annullano a vicenda.
Una storia in tre capitoli, che potrebbero essere i punti cardinali di molte storie, almeno di quelle che stendono il proprio respiro su un lungo lasso di tempo: la vita del colosso finanziario Lehman Brothers, che ha attraversato più di 150 anni di storia americana determinando logiche ed esiti dell’economia mondiale, si presenta qui come un apocrifo vangelo che, alla stregua di tutti gli altri, accade in tre momenti: ascesa, dominio e caduta. Questa “dinamica del mito” rappresenta una proporzione aurea su cui si fonda molta drammaturgia, compresa questa, che però della parabola racconta le rifrazioni, con una delicatezza esemplare appoggia l’attenzione sui dettagli più minimi, quelli spiati da dietro una porta socchiusa e che però della storia compongono le motivazioni di fondo. In questa ricostruzione, su cui Massini ha investito tre anni di lavoro tra ricerche e stesure del testo, la struttura tripartita ritorna microscopicamente anche nell’impianto di personaggi e situazioni. Allora tre sono i fratelli Lehman, ebrei tedeschi che nel 1840 sbarcano a New York e da lì scendono in Alabama, dove fonderanno la prima minuscola bottega di stoffe, prima di acquisire il controllo esclusivo dei carichi di cotone in viaggio da Sud a Nord; tre – nei decenni – sono i condottieri storici e tre le profonde crisi di un’azienda che ha letteralmente inventato il mercato internazionale della borsa. Persino tre sono le ripetizioni che marcano le battute chiave. Una volta di più a stupire è l’impeccabile senso della struttura dimostrato dalla penna di Massini, innamorata del presente e continuamente immersa nella ricerca di una propria “giusta distanza”. Il critico e operatore Andrea Nanni, presente all’incontro, parlava a ragione di una grafia che «racconta non il fatto, ma tutto quello che gli sta attorno»; il drammaturgo toscano rispetta questa logica e ha il coraggio di lasciarsi andare a un respiro anche lirico, dichiaratamente letterario e che procede per immagini e odori, cui un ottimo taglio delle battute, rarefatte dall’abbondanza di punti, assicura ritmo e precisione.

Con il suo vorticare di personaggi (più di 50), l’impianto quasi seriale, la chiara affermazione della parola e delle sue pause come strumenti che ricostruiscono la storia evocandola in immagini e suoni, Lehman Trilogy, attualmente tradotta in Francia dove vedrà due debutti nel 2012 e in Spagna, qui sarà pubblicata in versione integrale da Einaudi, nella seconda parte del 2013. Quanto alle prospettive di messinscena, voci non ancora confermate e che restano – come quasi sempre – appese a ingranaggi economici e distributivi fanno il nome di Luca Ronconi. In questa versione realizzata ad hoc per il Mese del teatro di Rai Radio Tre e che vede sei voci recitanti (di cui due preregistrate) interagire con arpa, percussioni e flauto traverso, le oltre 250 pagine di testo rivivono in stralci misurati e solo qua e là vittime di qualche indulgenza, uniti da narrazioni di raccordo eseguite dallo stesso Massini che, posto di fronte a un leggio a lato della scena, si occupa di riempire i vuoti temporali con parafrasi altrettanto accurate. La slanciata intimità di certi contrappunti segna i passi del racconto in un processo da un lato simile a certi romanzi borghesi come L’età dell’innocenza di Edith Wharton, dall’altro modernissimo nel ritmo e nella musicalità. Il risultato, in parte come era già capitato con il Music Hall di Lagarce, è che la mise en espace finisce per completare il testo, grazie innanzitutto – in questo caso – a un sottilissimo lavoro sulla drammaturgia, in grado di creare un’opera quasi grafica da ascoltare anche a occhi chiusi, come passando i polpastrelli su un complicato bassorilievo, come a cercare, tastando alla cieca, di individuare le connessioni in un mazzo di fili nascosti nel muro. E sembra quasi che il mezzo radiofonico sia il più congeniale.

Rileggendo il testo dopo questa esecuzione ci viene da riflettere sulla potenziale efficacia di certe scelte anche una volta inserite negli spazi propri del teatro. Il regista di turno dovrebbe trovare il modo di conservare quel senso di immensa fragilità che torna persino nel titolo con la parola “crollo” e che, consapevoli come si è dell’epilogo del fatto di cronaca, aleggia come uno spettro difficile da controllare. Comprimere questa personalissima lettura offerta dal drammaturgo in un passaggio registico che però restituisca anche il respiro epico e il volume dell’opera si preannuncia un lavoro arduo, simile a certi esperimenti – Ronconi è stato uno dei promotori, in Infinities per esempio – che vanno a scovare dentro opere scientifiche il congegno di senso nascosto in grado di far detonare la potenza unica del teatro.

Sergio Lo Gatto

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