Here/After, fisicità della mancanza. Conversazione con Constanza Macras

Here After – foto romaeuropa.net

L’appuntamento è fissato in Via Nazionale intorno all’ora di pranzo. Incontro Constanza Macras al teatro Eliseo in una mattina di gran sole. È il giovedì che precede la prima nazionale di Here / After, spettacolo sull’agorafobia che la coreografa argentina presenterà a Roma, per la prima volta a Romaeuropa. Nelle due ore di attesa che anticipano la nostra chiacchierata scorgo la sua figura, gonna e maglia grigia, seduta sul divano in pelle dove viene filmata e intervistata; sembra austera e familiare allo stesso tempo.

Per evitare di cadere nel tranello di disquisizioni di servizio, tanto facili in simili circostanze, ho appuntato i nodi su cui vorrei si dispiegasse la nostra chiacchierata, con l’intento di sbirciare negli interstizi creativi e di struttura alla base dell’impianto performativo. L’obiettivo è ravvisare l’input, la scintilla propulsiva di un lavoro che tanti consensi ha conosciuto, a partire dalla costituzione della prima compagnia fondata due anni dopo il trasferimento a Berlino, Tamagotchi Y2K, fino al raggiungimento della maturità nella Constanza Macras | DorkyPark, nata nel 2003 e impostasi con maggior forza grazie a spettacoli come Back to the Present e Big in Bombay. Disponibile, lei, e prontissima all’idea di fornire risposte e delucidazioni in merito alla sua opera, per prima cosa la interrogo sulla formazione della coscienza fisica come strumento di azione sociale; mi interessa capire come il movimento si faccia tramite sarcastico dell’esigenza d’ironia sociale, un tratto rintracciabile in gran parte dei suoi spettacoli.

Seppur differenti risultino gli esiti a seconda delle fisicità e competenze performative di ciascun performer, mi spiega che il metodo utilizzato è sostanzialmente lo stesso per attori e ballerini. Scende nello specifico quando parla di un sistema mutuato da Rudolf Laban e utilizzato anche da Trisha Brown – riferendosi forse al principio dell’icosaedro – che basa il plasmarsi della partitura corporea su un principio piuttosto semplice: «Si fissano nove punti e il corpo si getta in questo spazio, si relaziona a esso come fosse un prisma, in un assetto tridimensionale. Questo riguarda più la fisicità pura. Lavoriamo sulla cosa che corrisponde al soggetto: panico, agorafobia, etc. Si tratta di lottare con lo spazio». Sottolinea come questa sia una tecnica molto classica, diffusa nella modern dance, e di come tuttavia risulti particolarmente strana se messa in pratica dagli attori, ancor più con l’ausilio, sul fondo, di proiezioni video. Macras fissa ancora dei focus nel processo d’acquisizione di consapevolezza motoria: le interminabili sessioni di slapstick, l’iperventilazione, la «distorsione» anatomica e quella che chiama «fisicità della mancanza», ovvero «ciò che senti dentro».

Constanza Macras – foto Tamsin Ross Van Lessen

Mi racconta poi della minore elasticità di spostamento, della carenza di tempo e di come queste, dovute a impegni famigliari e obblighi lavorativi, abbiano determinato la riduzione di masterclass e workshop in giro per il mondo. Quando le chiedo della collaborazione con Carmen Mehnert, cofondatrice della DorkyPark, e dell’assemblaggio dei differenti linguaggi – video, danza, recitazione, musica dal vivo – nel corso dei passaggi generativi, per prima cosa si sofferma su una precisazione di carattere terminologico: “In Germania un dramaturg non è un playwright, sono due funzioni totalmente diverse. Writer è colui che scrive, mentre un dramaturg in Germania è colui che imposta il teatro, che siede accanto al regista e prova a fare in modo che diventi certo che la tua idea e la tua opinione del lavoro abbiano successo; perciò è una persona che ti interroga tutto il tempo e questo spinge a stare attenti su cosa, in tedesco, risponda al nome di drammaturgia. A ogni modo – prosegue – sto lavorando alla stessa cosa con Carmen Mehnert e lei conosce davvero benissimo il mio lavoro, sa quando sto cominciando a fare qualcos’altro ed è molto brava a riportarmi all’idea di base. Lavora bene i testi in tedesco perché è bilingue (tedesco e peruviano), quindi possiamo scegliere se parlare in spagnolo o tedesco ed è davvero perfetto perché lei ha un approccio immediato quando scrivo qualcosa in spagnolo. Quando accade, lei traduce in tedesco e lavora sul linguaggio».

Riguardo agli stimoli di partenza, al lavoro di strutturazione  e aggregazione preparatorio di uno spettacolo, illustra che tutto parte da piccoli impulsi che diventano motivazione unitaria. Specifica: «Non lavoro solo su testi che ho scritto io, posso averne di altro tipo, per esempio posso adoperare testi filosofici. Sono abbastanza eclettica, quando trovo un testo che mi piace ne prendo una parte o scelgo di usarne una e poi un’altra. Ad esempio in Here / After uso un libro di floating. È una tecnica per confrontarsi con le proprie paure, per cui se ne hai una, sei costretto ad andare mentalmente nel luogo che ti genera panico. Un modo per affrontare il panico generato dalla paura entrando dentro essa. Ho quindi usato un testo su cosa sia il floating e credo sia fantastico; è un testo terapeutico puro, di cui ho utilizzato uno stralcio. Lo avevo letto prima perché, mentre facevo una ricerca sul fenomeno dell’agorafobia e stavo lavorando su cose specifiche, leggevo libri e mi piaceva  focalizzarmi su sessioni di alcuni testi».

Here/After

Continua citando Foucault e Derrida, accennando a un certo modo imperialistico di imporre interpretazioni identitarie proprio di una fascia degli studi antropologici e arriva così a spiegarmi come l’importante non sia «il testo, ma ciò che le persone dicono, il tipo di parole scelte. Poiché – continua – lavoro tantissimo sull’osservazione, non mi piace la narrazione didascalica e non voglio fare teatro, ecco perché non uso testi teatrali per generare situazioni teatrali. È per questo che il testo ha più una funzione contenitiva, ha davvero piuttosto un valore di contesto, un ruolo solo come elemento». Nel dire che lo spettacolo in programmazione al festival usa video tratti da Youtube e Skype, dipinge il pubblico divertito a guardare duplicati grotteschi di popstar che, vittime di un bisogno claustrofobico autoimposto come escamotage all’ossessa espiazione del terrore, si accontentano di guardare la vita in microcosmi riprodotti. Infine un riferimento ai suoi due lavori più recenti: Open for Everything, viaggio e indagine sulle attuali condizioni della popolazione rom e Nature of Crisis spettacolo commissionato e prodotto dal Teatro Nazionale del Galles, opera site-specific ambientata in un bosco e imperniata sul tema della crisi economica con richiami alle favole celtiche.

Nel salutarla so che di quanto è stato detto sarà prova lo spettacolo. In esso evidente è l’applicazione ad un mestiere, la cura e la ricerca, l’attenzione alla creazione d’efficacia scenica che resta negli occhi, attaccata all’acrimonia derisoria e impietosa rincorsa tra le figure, tra un salto e una caduta. Unico pericolo, oltre la protrazione a volte troppo marcata di alcuni quadri, quello di incappare nella trappola che fa dell’assuefazione a certa critica socio-culturale il primo passo per lo scivolamento verso la nascita di un nuovo, stereotipato cliché di contestazione.

Marianna Masselli

Visto al Teatro Eliseo in Ottobre 2012
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Here/After
CONSTANZA MACRAS | DORKYPARK
Coreografia e regia Constanza Macras
Drammaturgia Carmen Mehnert, testi Constanza Macras
Di e con Fernanda Farah, Tatiana Eva Saphir, Miki Shoji, Ronni Maciel, Santiago Blaum
Apparizione speciale Nile Koetting su Skype, Hiromi Iwasa su Youtube
Stage Design Tal Shacham
Costumi Gilvan Coelho de Oliveira
Produzione Constanza Macras | DorkyPark and HAU/Hebbel am Ufer
Con il supporto di Capital Cultural Fund e del Governing Mayor of Berlin – Department for Cultural Affairs
in collaborazione con Goethe Institut e Teatro Eliseo