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Biennale Danza 2026: eterotopie tra le crepe del presente

Uno sguardo su Biennale Danza 2026, nel ventesimo anniversario della manifestazione.

The Herd/less e Terrain – Foto Andrea Avezzù

«Il tempo non esiste». Eppure il tempo – presente – ha un peso tale da opprimerci: ci ingloba, ci scandisce e ci rincorre, ci impone, ci martiria, ci fa tremare. Durante il periodo di Festival, per le calli veneziane l’atmosfera è sospesa: si vive uno stand-by dalla routine in cui le ore si dilatano e si contraggono in maniera proporzionale al piacere. Quanto, però, oltre questo principio di piacere, il nostro tempo è davvero riflesso in questa danza che attraversiamo? In che misura questa sospensione giova artisti, operatori, pubblico?

Il 2026 segna il ventesimo anniversario di Biennale Danza, il sesto anno in cui la direzione artistica è affidata a Sir Wayne McGregor, riconfermato anche per il biennio 2027-2028. Il momento inaugurale di questa edizione è scandito dall’importante cerimonia in occasione del ventennale – condotta presso la Biblioteca ASAC da Sara Crompton e introdotta da Elisa Guzzo Vaccarino – con la presenza dei direttori artistici che si sono susseguiti (ad eccezione di Ismael Ivo – deceduto nel 2021, qui ricordato da Virgilio Sieni – e Carolyn Carlson che ha scelto di non esserci). L’incontro in Biblioteca ha sottolineato l’importanza dell’Archivio come organismo vivente e non si è risolto, dunque, come semplice adempimento celebrativo: la convergenza delle presenze e delle memorie per la storia della danza in laguna ha funzionato in quanto mappatura istituzionale e artistica. La ricostruzione del ventennio trascorso – grazie agli interventi di Frédéric Flamand, Karole Armitage, Virgilio Sieni, Marie Chouinard e Wayne McGregor – ha fatto emergere con chiarezza come la danza a Venezia non abbia occupato solo uno spazio ma abbia invece ricodificato la temporalità della città stessa. Le tracce passate sono riemerse come elementi sorgivi, coesistenti nel presente, fungendo da piattaforma di lancio per il futuro, cercando modalità differenti per rendere la danza permanente. Da qui gli spettacoli andati in scena per il 2026 hanno allora provveduto a de-sincronizzare la linea temporale affinché la sensazione di sospensione di cui sopra possa essere letta, magari, non in quanto evasione idilliaca ma come dispositivo di indagine percettiva. Se il tempo del tardo capitalismo ci opprime tramite questa ormai tirannia della prestazione, dell’accelerazione e della misurabilità, il claim di MGregor innesca una contro-temporalità che porta il corpo in scena a non subire il tempo ma a produrlo, piegarlo, scoordinarlo. In Che cos’è il contemporaneo? Agamben definisce il rapporto dell’individuo con il tempo come «una singolare relazione […] che aderisce ad esso e, insieme, ne prende le distanze». Se si vuole, applicata alla drammaturgia immaginata dal direttore artistico, questa tesi rivela la scelta del programma: un’inattualità strategica. Una decisione che genera interrogativi, che può non essere condivisa (perché è aberrante non toccare ciò che tocca il presente per davvero) ma che permette alla danza, in questo modo e in questo luogo magico altro dal mondo, di divenire potente attrito, corpo impegnato nell’atto di ricalibrare lo spazio quanto la gravità, la percezione quanto la presenza.

Invisible – foto Andrea Avezzù

La materia, il gesto, l’illusione

Per il 20. Festival Internazionale Biennale Danza fa ritorno a Venezia Andrea Salustri, artista italiano con base a Berlino, già in cartellone durante l’edizione intitolata Altered States con Materia. Vince, nel 2026, il Bando Nazionale della Biennale dedicato alle Nuove Coreografie grazie al quale Invisible debutta in prima assoluta. Si sottolinea che l’unico artista italiano programmato sia vincitore del bando per una produzione italiana. Curioso. La ricerca artistica di Salustri è intelligente, transdisciplinare, intreccia diversi linguaggi esplorando il rapporto tra corpo, fenomeni fisici e arti visive ponendo al centro della scena diversi oggetti per restituire loro vitalità e visibilità. Se Materia aveva il polistirolo come protagonista, Invisible si crea invece a partire da elementi quali acqua, aria e luce con l’obiettivo di mettere in scena la loro trasformazione e inafferrabilità. Salustri dichiara che «tutto ciò che si offre allo sguardo umano è tendenzialmente opaco». Questa opacità è resa, in Invisible, tramite oggetti inanimati che svolgono una funzione drammaturgica al posto del corpo. I performer – lo stesso Andrea Salustri e Alice Rende – lavorano sulla micro percezione. Si osserva la trasformazione della luce in base alla disposizione dei pannelli, al posizionamento dei fari, alla reazione se subentra una mano a giocare tra le ombre. L’acqua compie la sua danza nelle diverse ampolle posizionate per tutto il perimetro del palcoscenico delle Tese dei Soppalchi, per poi diventare aria nel tornado conclusivo. Refrigerio e piacevole ipnosi: a questo giunge la pièce. Interessanti i momenti in cui il corpo si concede alla scena: Rende nella piscina d’acqua al centro appare e scompare, Salustri sul finale è parte della materia inafferrabile che prende sempre più vita. In Invisible gli elementi sfuggono al tempo, si nascondono o mutano da un momento all’altro, offrendo al pubblico la possibilità di cogliere e godere del momento – più o meno breve – in cui si manifestano.

Just Between Me and Jesus. Foto Andrea Avezzù

Altra performance meritevole è anch’essa vincitrice del Bando – Internazionale, stavolta – per una nuova creazione coreografica. Selezionato da McGregor tra quasi 700 candidature, Oli Mathiesen – coreografo e danzatore neozelandese di origini maori – giunge in laguna con il dirompente Just between me and Jesus. La sua ricerca artistica unisce identità culturale, narrazione, teatro fisico, cinema, teoria queer e sensibilità politica e generazionale. Il linguaggio coreografico è viscerale, energico, capace di fondere danza contemporanea con l’estetica dei rave, con la club culture, il vogue, waacking, la ballroom. La performance è un’esplosione di forza contagiosa ed elettrizzante che non s’arresta un secondo, sin dall’incipit tanto impattante: i corpi si catapultano verso l’audience con la musica che ad alto volume quasi fa sussultare chi assiste. 55 i minuti di luci curatissime, costumi sgargianti, basse frequenze techno che avvolgono gli interpreti in uno spazio che si dissolve tra club e chiesa sconsacrata. In scena Sharvon Mortimer, Celia Hext, Toalei Pearl, Raven Afoa-Purcell, Sebastian Geilings, Peni Fakaua si spingono al limite, alternando potenti solo a momenti corali di gruppo. Le gestualità liturgiche sono rielaborate insieme ai gesti di preghiera, spezzati da isolamenti articolari, virtuosismi e pose vogue. Mathiesen esplora il travaglio interiore e l’estasi di giovani cresciuti in ambienti cattolici. L’iconografia religiosa è ripresa già a partire dalla croce rotante posta al centro della scena, fatta di casse e monitor, che sembra riprendere i motivi della divine machinery. La pièce interroga dunque il confine tra fede e fanatismo, intrecciando estetiche differenti al fine di creare un linguaggio non convenzionale: il party viene vissuto dal pubblico a pieno, come spazio di devozione, rito e celebrazione estatica.

Il tempo continua poi ad essere indagato nella percezione con Tempo – appunto – di Fernando Melo e Kalle Nio, frutto della prima collaborazione tra i due artisti. La pièce ha origine con dei metronomi posti al lato del proscenio del Teatro Piccolo Arsenale e si sviluppa con i testi di Harry Salmenniemi facendo in modo che sia proprio il tempo il primo illusorio elemento scenico. L’atmosfera è lenta e, come dichiarato nel talk post-show, l’obiettivo è stato anche quello di annoiare il pubblico. La lentezza in scena, la sospensione dei corpi quasi fluttuanti, le sedie mosse dalla pressione invisibile dello spazio, generano una performance che potrebbe maggiormente esplodere ma che riesce negli intenti predisposti.

Dance People – foto Andrea Avezzù

Ibridazioni e condivisione: Láhppon/Lost e Dance People

Sguardo a parte per la coreografia di Elle Sofe Sara che porta la memoria sámi all’interno di una scrittura coreografica volta a lavorare sulla persistenza storica nei corpi. L’evento che ispira la performance è la rivolta di Kautokeino del 1852, considerata ferita aperta, raccontata tramite esplosioni singole e corali. I diciannove danzatori del Norwgian National Ballet sono tecnicamente impeccabili, la loro muscolatura è forte, lasciano senza parole, sorprendono nei salti, nelle sequenze di contact, nella versatilità e malleabilità dei corpi, nei duo e nei momenti in cui le donne indossano le punte. Joik, musica, video e scenografia – questa spesso in mutamento – arricchiscono la narrazione della vicenda comunitaria facendo del corpo-archivio uno spazio capace di riattivare nel presente forme ancestrali e identitarie resistenti ai secoli. Dance People è un’esperienza che segna un unicum per questa edizione e chiama gli spettatori a partecipare attivamente nello spazio aperto del Piazzale Divisione Acqui di Mestre. Omar Rajeh, coreografo libanese, sottolinea con forza il “valore aggregante della danza, facendone un atto di valenza politica”. Questi i due spettacoli più vicini a un tempo reale, riconoscibile e tangibile.

The Herd/less e Terrain – Foto Andrea Avezzù

I Leoni del 2026: politiche del corpo

Il direttore artistico assegna a Mamela Zyamza e Bangarra Dance Theatre rispettivamente il Leone d’Argento e il Leone d’Oro. The Herd/less e Terrain donano all’audience veneziana una forma differente di messinscena accomunata però dalla centralità del corpo come luogo politico e culturale. Nyamza emoziona, tanto nella performance quanto nel discorso in occasione del riconoscimento assegnatole, negli intenti performativi grazie ad una reiterazione corale, ipnotica, piacevolmente assillante e coinvolgente. Colori, passi, gesti: un ensemble caloroso, gioioso, necessario. Terrain rapisce invece nell’alternanza dei quadri scenografici, dei costumi e delle sfumature, forse meno nell’insieme delle sequenze danzate: molto più interessante il talk condotto da Elisa Guzzo Vaccarino con Frances Rings in cui viene spiegato quanto la pièce indaghi un’osmosi con la terra, custode di memoria, tutela e identità per le popolazioni delle prime nazioni australiane.

Ogni performance ha offerto dunque differenti modalità di percezione con visioni singolari di temporalità, exempla variegati da molte parti del globo che conferiscono ancora a Venezia l’unicità di ospitare un mosaico composito, ricco di proposte performative che raramente si replicano in penisola. Le produzioni italiane, tuttavia, costituiscono un’eccezione all’interno del programma del Festival. Una marginalità che, proprio alla luce dell’impronta internazionale della Biennale, si mostra più evidente. Non si tratta solo di una questione numerica: quest’anno, come durante la scorsa edizione per il NBDT, è stata inserita una sola produzione italiana, peraltro in quanto vincitrice del bando: quasi un obbligo, allora? Il valore internazionale che vanta Venezia non potrebbe rimanere tale pur registrando maggiori presenze coreografiche italiane? Forse è proprio necessario ristabilire un equilibrio tra presenze nazionali e internazionali in un’ottica di reciprocità e non di contrapposizione. È un’esigenza che fa inevitabilmente riflettere sullo spazio realmente occupato dalla scena italiana, sulla possibilità di riconoscersi all’interno di un discorso (fortunatamente) aperto sempre a diverse geografie, linguaggi e pratiche. L’Italia, secondo questa linea, diviene luogo di debutto e di transito ma non di produzione ed esposizione: ospita “il mondo” lasciando emigrare i propri artisti. È dunque un’assenza che interroga anche il tempo: quello istituzionale, lavorativo, produttivo.

Il tempo non esiste. ll tempo c’è. È inciso con ferocia nelle pieghe del presente, si insinua nelle crepe.

Sara Raia

 

Venezia, Biennale Danza | 20 – 25 luglio 2026

 

INVISIBLE
Anno e durata: 2026, 55’ (prima assoluta) Direzione artistica e concept: Andrea Salustri Creazione e performance: Alice Rende, Andrea Salustri Scultura d’aria: sviluppata in collaborazione con Daniel Wurtzel Disegno luci e direzione tecnica: Mattia Bonetti Sound design e musica originale: Federico Coderoni Video design: Elia Guderzo Diffusione: Laura Petit Coproduzione: La Biennale di Venezia, PERPLX, DYNAMO, Fondazione Luzzati – Teatro della Tosse Con il supporto di: Fonds Darstellende Künste con i fondi del Commissario del Governo federale per la cultura e i media, Chamäleon Berlin, Tanzfabrik Berlin

JUST BETWEEN ME AND JESUS

Anno e durata: 2026, 55’ (prima assoluta) Coreografia: Oli Mathiesen Produttore creativo: Shona McCullagh MNZM Con: Sharvon Mortimer, Celia Hext, Toalei Pearl, Raven Afoa-Purcell, Sebastian Geilings, Peni Fakaua Luci: Rachel Marlow, Brad Gledhill, (Filament 11) Scene e costumi: Dan Williams Sound design: Alistair Deverick Produzione: Behnaz Farzami Coproduzione: La Biennale di Venezia, Auckland Live, Perth Festival, Te Ahurei Toi o Tāmaki Auckland Arts Festival, Sydney Opera House Commissioning partner: Teater V Con il supporto di: Wellesley Studios, Filament Eleven 11

TEMPO

Anno e durata: 2025, 60’ (prima italiana) Ideazione: Kalle Nio, Fernando Melo, Harry Salmenniemi Regia: Kalle Nio Coreografia: Fernando Melo Testo: Harry Salmenniemi Con: Barbara Kanc, Winston Reynolds, Luigi Sardone Musiche e sound design: Samuli Kosminen Costumi: Georgina Spencer Disegno luci: Johannes Hallikas Produzione: WHS/Kalle Nio Coproduzione: Helsinki Festival, Lutkovno Gledališče Ljubljana, Slovenia Con il supporto di: Alfred Kordelin Foundation, Saastamoinen Foundation

LÁHPPON/LOST

Anno e durata: 2025, 60’ (prima italiana) Coreografia e ideazione: Elle Sofe Sara, Hlín Diego Hjálmarsdóttir Idea: Elle Sofe Sara Drammaturgia: Alexandra Wingate Musica: Valgeir Sigurðsson Joik (canto tradizionale sami): Sara Marielle Gaup Beaska, Lávre Johan Eira Coro: Vokal Nord Scene e costumi: Henrik Vibskov Disegno luci: Øystein Heitmann Video: Cecilie Semec Con: The Norwegian National Ballet, Lávre Johan Eira Produzione: Norwegian National Opera & Ballet In collaborazione con: Sámi Našunálateáhter Beaivváš – The Sámi National Theater Beaivváš

DANCE PEOPLE

Anno e durata: 2025, 100’ (prima italiana) Ideazione e coreografia: Omar Rajeh Codirezione artistica: Mia Habis Con: Julie Louise Bjelke, Elise Bruyère, Clara Cafiero, Jihun Choi, Cristian Cucco, Francesco Ferrari, Mia Habis, Estelle Piatoni, Nunzio Perricone, Omar Rajeh Musiche originali eseguite dal vivo: Mathias Delplanque, Ziad El Ahmadie (da L’Ombre de la Bête) Voce: Abdul Karim Chaar Disegno luci: Guy Hoare Video: Jimmy Elias Produzione e coordinamento: Valentin Crépain Coproduzione: Edinburgh International Festival, LAC Lugano Arte e Cultura, Festival Aperto/Fondazione I Teatri – Reggio Emilia, International Dance festival München, Kunstfest Weimar & Euro-Scene Leipzig

THE HERD/LESS

Anno e durata: 2026, 65’ (prima europea) Ideazione e coreografia: Mamela Nyamza Con: Kirsty Ndawo, Khaya Ndlovu, Thamsanqa Tshabalala, Zandile Constable, Dineo Mapoma, Mbali Brandt, Sinazo Bokolo, Thandiwe Mqokeli, Nonofo Olekeng, Thabang Mojapelo Costumi: Mamela Nyamza, Shiba Sopotela Coproduzione: La Biennale di Venezia, Lalanbik, La Reunion, Dance Umbrella London

TERRAIN

Anno e durata: 2012, 65’ (prima europea) Coreografia: Frances Rings Consulente culturale: Arabunna Elder Reginald Dodd Musiche originali: David Page Scene: Jacob Nash Costumi: Jennifer Irwin Disegno luci: Karen Norris Con: Kallum Goolagong, Kassidy Waters, Jye Uren, Maddison Paluch, Daniel Mateo, Emily Flannery, James Boyd, Chantelle Lee Lockhart, Amberlilly Gordon, Donta Whitham, Zeak Tass, Tamara Bouman Produzione: Bangarra Dance Theatre

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