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«Guarda gli arlecchini!». All’improvviso Scaramuccia di Stivalaccio Teatro

Al festival Be Popular a Vicenza, realizzato per la X edizione dalla compagnia Stivalaccio Teatro, abbiamo visto Scaramuccia, soggetto originale e regia di Marco Zoppello, dove la Commedia dell’Arte risorge in un discorso contemporaneo. Recensione.

Foto Serena Pea

«Smettila di tenere il broncio. Guarda gli arlecchini!». «Quali arlecchini? Dove?». «Oh, dappertutto. Tutt’attorno a te. Gli alberi sono degli arlecchini, le parole sono degli arlecchini; anche le situazioni e le addizioni».
Nel romanzo Guarda gli arlecchini! di Vladimir Nabokov è scritta la storia – come sempre a metà tra verità e leggenda – dell’alter ego dell’autore impegnato a ricostruire la propria vita professionale, necessariamente intrecciata a quella dell’immaginazione. Lo scambio compare qualche pagina dopo l’inizio, come a premettere che tutto ciò che leggeremo ingaggerà un continuo flirt con il fantastico, con l’iperbole, con l’improbabilità, nel tentativo strenuo di far risultare plausibili le gesta che verranno raccontate. E non è, questo, il teatro?
La Commedia dell’Arte non è una tradizione, invero un’invenzione di linguaggio. Le maschere, i tipi umani che esse tratteggiano, le pose, i lazzi e i cavalli di battaglia sarebbero stati il mito di fondazione di un’idea di professionismo teatrale, in Italia, poi in Europa, poi nel mondo; il gioco di forza tra il sapere e il fare, la nascita del “saper fare” che avrebbe dato i natali a un pensiero occidentale sul teatro, ancor di più a una postura dell’umano nel guardare l’umano.
Gigantesco corpus di tecniche, soluzioni, “situazioni e addizioni” tramandato di famiglia in famiglia, di corpo in corpo, la Commedia si sarebbe allargata a macchia d’olio fino a definire una lente per guardarci a vicenda dentro a un doppio specchio deformato, dove i caratteri sono il siero sintetizzato di comportamenti tipici, aporie e disperate ambizioni.

Foto Serena Pea

Da risposta energica a secoli di limitazioni creative e sociali a stendardo di una cultura popolare, fino a venir rispolverata dai registi riformatori e dai maestri pedagoghi, della “Commedia all’Improvviso” la ricerca linguistica del teatro ha recuperato quasi tutto: un’inimitabile capacità espressiva di corpo e movimento e un’arte musicale della parola sono state la meta per la costruzione di training fisici atti a raggiungerle; la codifica dei tipi è stata un modello di costruzione di paradigmi caratteriali e relazionali; la maschera è tornata, nel modernismo e oltre, come oggetto totemico depositario di un’irrisolvibile ambiguità tra l’essere e il rappresentare. Ma, superata la (ormai divenuta proverbiale e svuotatasi di senso profondo) “riforma goldoniana” che aveva infuso un verbo logico nel grammelot poliglotta dei Comici, di rado si è assistito a una ricerca scenica che avesse il coraggio di ripartire dalla processualità originaria nascosta dentro ai canovacci su cui attori e (finalmente) attrici mettevano alla prova “tutti i casi possibili e tutti i casi specifici” del tipo di cui s’apprestavano a divenire esperti e auspicavano a incarnare il ruolo di “cavalieri d’industria” teatrale.
Di certo c’era stata l’utopia di Jacques Copeau, quella comédie nouvelle all’inseguimento della quale i suoi prodi adepti, raccolti nella compagnia dei Copiaus, setacciavano le campagne borgognone per osservare il costume dei paesani alla ricerca di nuovi tipi fissi primo-novecenteschi.
Eppure: fuori dai pur lodevoli esperimenti di salvaguardia del patrimonio immateriale condotti da storici dello spettacolo, eredi di mascherai e costumisti, maestri “d’armi e d’amori” ben edotti a un’eredità da proteggere ed eternare; di là dagli esperimenti che hanno utilizzato frange di quel linguaggio per rileggere testi appartenenti ad altre tradizioni sceniche (amleti e macbetti volti in maschera così come in teatro di figura), non si era ancora assistito alla rimessa in gioco delle fonti drammaturgiche. Né a una loro prismatica restaurazione sul palcoscenico d’oggi.

Foto Serena Pea

E questo è ciò che di certo definisce il chirurgico lavoro di Stivalaccio Teatro, compagnia vicentina ormai ben nota in Italia e pure in Francia, che sa rimettere in piedi le situazioni drammatiche, le maschere e i sistemi di relazione con un intelligente sguardo ai moduli di fruizione e di interpretazione dell’occhio contemporaneo.
Abbiamo assistito al debutto di Scaramuccia in un gremito Teatro Astra di Vicenza, nella prima settimana del festival Be Popular, che la compagnia stessa realizza da dieci edizioni, fiore all’occhiello di una nutrita attività curatoriale e pedagogica, impreziosita da letture della tradizione ad opera di allievi (quest’anno su Dario Fo), presentazioni di libri e stavolta di un ciclo di conferenze sulla Commedia firmate Antonio Audino. Una prima nazionale festosa e caotica, nonostante (o proprio per via) dell’estate equatoriale che ci siamo regalati, dove si sono date appuntamento diverse generazioni di spettatori e diversi “comitati d’accoglienza e d’aspettativa”, tra critici e storici del teatro in attesa dell’ultima scommessa e un pubblico profondamente popolare che la compagnia ha, nel tempo, saputo fidelizzare.

Era la metà del 1600 quando Tiberio Fiorilli sviluppava in Italia e poi portava in Francia Scaramuccia, tipo modellato sul miles gloriusus latino e tramutato in maschera bianca – attori che, a differenza da vecchi e scuri servi, usavano pittarsi il volto con la biacca – figura leggera, ben meno gloriosa e più malinconica, una sorta di “servo nobilitato” che avrebbe visto la spada tramutata dai francesi in una chitarra. Ma Stivalaccio e il loro drammaturgo Marco Zoppello fanno di più: la vicenda cita gli eventi storici della quinta guerra turco-veneziana, convoca il mercante Pantalone de’ Bisognosi (Stefano Rota), colono di Candia intenzionato a far sposare la figlia Ortensia (Sara Allevi) al facoltoso Don Alonso (Pierdomenico Simone); lo spiantato Scaramuccia (Michele Mori), accompagnato dal servo Arlecchino (Zoppello), vince a duello il nobile, innescando una commedia degli equivoci che porta i ritmi frenetici della tradizione faceta a contatto con le atmosfere minacciose del conflitto bellico, evocando l’anima tragica del Mediterraneo per come oggi lo conosciamo. S’intrecciano le trame e, in una galoppata di fiato che non lascia quasi spiraglio al silenzio, lo spettacolo si snoda per quasi 140 minuti restituendo una sorprendente agilità nell’interpretazione, nell’occupazione dello spazio, nella temperatura e nelle sonorità. La corsa è interminabile e forsennata, numerose sono le tirate di prodezza, i dialoghi serrati, i concertati minuziosi, mentre una compagnia di raro affiatamento mescola il parlato dei dialetti al coro polifonico e alla musica dal vivo (l’ingegnosa partitura è di Maria Luisa Zaltron su liriche di Zoppello).

Foto Serena Pea

Se per l’elenco completo degli interpreti e delle maestranze si rimanda ai crediti (da memorizzare: dove altro si legge «spauracchio»?), sarebbe compito arduo dar conto dell’esplosione di registri e della varietà dei motivi, in un’operazione drammaturgica complessa, una ricerca stratificata che sovrappone i canovacci degli Zanni alla fondazione del mito del “picaro”, dai temi ricorrenti sulle figure dei servi a momenti di pura astrazione scenica che precipitano la coloratissima scena in voragini d’oscurità. Il Soldato per vendetta, traccia anonima raccolta nel fondamentale Codice dei Casamarciano (fine Seicento) si rimpasta in una vera e propria riscrittura, dove l’intreccio solo a volte indugia nella durata e risulta vittima di certi lazzi che ancora potrebbero essere asciugati, ma che quasi sempre brilla per originalità, inventiva, rigore.
In questo rocambolesco omaggio al passato, che tiene dritto il microscopio rivolto al Presente, si sente a volte nostalgia per una più generosa attenzione ai personaggi femminili, che renderebbe più solidi i passaggi drammaturgici e di senso della condotta della componente maschile, e che tuttavia stupisce per la capacità d’arrischiare il viaggio sul piano inclinato che, quando manovrato, è in grado di far incontrare noi spettatori in un passato solo apparentemente inespugnabile e invece così necessario a ricordarci chi è, ancora oggi, l’umano, in tutte le sue irresistibili contraddizioni.

A una tavolata della sera prima, seguente alla visita sempre portentosa della clownerie di Donati/Olesen (Buonanotte Brivido, il 21 agosto), s’era discusso delle sorti d’un “comico d’ingegno”, di quella commedia di situazione in cui l’Italia pure s’era dimostrata eccellente e che ora resta stipata nell’agenda produttiva di certo cinema di media aspirazione artistica. Ci si era detti della necessità di recuperare un pensiero serio su un atteggiamento faceto, volendo ancora credere che il condensare condotte di comportamento ricorrenti in agenti attanti di una «comédie humaine» possa estendere il dominio della lotta oltre la peculiare cerchia della stand up comedy e tornare ad avere la stessa dignità di quella assegnata ad altri tentativi oggi più popolari, quelli della fantascienza distopica, che infiamma nelle nuove drammaturgie da premio nazionale, o, nel cinema, delle horror comedy.

“All’improvviso”, e tra verità e leggenda, Scaramuccia ci dice che occorre ancora lodare operazioni così ambiziose, che ci ricordano come il teatro sia un regno immaginifico. E allora chiudiamo come abbiamo principiato, con Nabokov: «Metti assieme due cose – due arguzie, due immagini – ed eccoti un arlecchino triplo. Avanti dunque! Gioca! Inventa il mondo! Inventa la realtà!».

Sergio Lo Gatto

SCARAMUCCIA

con Sara Allevi / Ortensia; Marie Coutance / Margot; Anna De Franceschi in alternanza con Eleonora Marchiori / Flavia; Marie-Anne Favreau / Rosina; Michele Mori / Scaramuccia; Stefano Rota / Pantalone de’ Bisognosi; Pierdomenico Simone / Don Alonso; Valerio Zaina / Tenente Claudio; Marco Zoppello / Arlecchino
soggetto originale e regia Marco Zoppello
scenografia Alberto Nonnato
costumi Eleonora Rossi
musiche Maria Luisa Zaltron
disegno luci Matteo Pozzobon
maschere Stefano Perocco di Meduna e Tullia Dalle Carbonare
spauracchio Sara Allevi
duelli Massimiliano Cutrera
trucco e parrucco Elena Polvani
assistente alla regia Francesca Boldrin
assistente costumista Giulia Lucato
assistente volontario Alessandro Scarpella
foto Serena Pea
costumi realizzati da Bàste Sartoria e Giulia Lucato
scene realizzate da Roberto Maria Macchi e Matteo Pozzobon, con l’aiuto di Giulia Remondini, nella Bottega di Stivalaccio Teatro
responsabile di produzione e distribuzione Federico Corona
coordinamento organizzativo Mary Salvatore
organizzazione Massimo Molin
amministrazione Nevena Stojkovic
concept e visual Caterina Zoppini
comunicazione Jessica Chretien
ufficio stampa Marina Saraceno

produzione Stivalaccio Teatro, TSV – Teatro Nazionale, Teatro Stabile di Bolzano
si ringrazia il Teatro Montegrappa di Rosà

 

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Sergio Lo Gatto
Sergio Lo Gatto
Sergio Lo Gatto, PhD è giornalista, critico teatrale e docente universitario. È stato consulente alla direzione artistica per Emilia Romagna Teatro ERT Teatro Nazionale dal 2019 al 2022. Attualmente è ricercatore presso l'Università degli Studi Link di Roma. Ha insegnato all'Alma Mater Studiorum Università di Bologna, alla Sapienza Università di Roma e insegna al Master di Critica giornalistica e di Drammaturgia dell'Accademia Nazionale d'Arte Drammatica "Silvio d'Amico" e a Officina delle Arti Pier Paolo Pasoloni a Roma. Collabora alle attività culturali del Teatro di Roma Teatro Nazionale e con Dominio Pubblico. Si occupa di arti performative su Teatro e Critica e collabora con Rai Radio3, dove cura e conduce la trasmissione "Teatri in Prova". Ha fatto parte della redazione del mensile Quaderni del Teatro di Roma, ha scritto per La Falena, Il Fatto Quotidiano e Pubblico Giornale, ha collaborato con Hystrio (IT), Critical Stages (Internazionale), Tanz (DE), Left, con Plays International & Europe (UK) e Exeunt Magazine (UK). Ha partecipato e curato diversi progetti europei di networking e mobilità sulla critica delle arti performative, è co-fondatore del progetto transnazionale di scrittura collettiva WritingShop. Ha partecipato al progetto triennale Conflict Zones promosso dall'Union des Théâtres de l'Europe, dove ha diretto la rivista online Conflict Zones Reviews. Insieme a Debora Pietrobono, è curatore della collana LINEA per Luca Sossella Editore e ERT. Tra le pubblicazioni, ha firmato Abitare la battaglia. Critica teatrale e comunità virtuali (Bulzoni Editore, 2022); con Matteo Antonaci ha curato il volume Iperscene 3 (Editoria&Spettacolo, 2018), con Graziano Graziani La scena contemporanea a Roma (Provincia di Roma, 2013), oltre a diversi saggi e articoli scientifici su teatro e arti performative.

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