Diretto da Luca Ricci per Capotrave/Kilowatt, Armunia e Anghiari Dance Hub, il percorso gratuito ha riunito quindici artisti under 35 per settantacinque giorni di residenza in Toscana. I tredici progetti presentati ad Anghiari tornano online il 3 dicembre alla Settimana delle Residenze Digitali. Articolo realizzato in media partnership.

Con la presentazione di tredici progetti di performance pensati per lo spazio digitale, il 28 ottobre all’Auditorium Mascagni di Anghiari, si è concluso il corso di alta formazione per creatori e performer della scena digitale che Capotrave/Kilowatt ha costruito insieme alla Fondazione Armunia e alla cooperativa Anghiari Dance Hub. I lavori torneranno online giovedì 3 dicembre alle 18 nel programma della Settimana delle Residenze Digitali.

Il corso, diretto da Luca Ricci, è stato sostenuto dalle risorse toscane del Fondo Sociale Europeo+ all’interno del programma regionale Giovanisì. In una conversazione con teatroecritica, Ricci ne sottolinea anche il valore politico. Fondi per la formazione di solito destinati a commercio, agricoltura o pesca sono andati alla cultura, e questo progetto è risultato il primo per punteggio fra quelli presentati al bando. Più che interpreti, il corso cercava autori. I quindici partecipanti sono stati selezionati da Laura Gemini, Federica Patti e Pier Lorenzo Pisano con i direttori dei tre enti, sulla base di una proposta performativa o curatoriale costruita sulle tecnologie digitali, poi sviluppata da ciascuno fino alla restituzione di Anghiari. La frequenza era gratuita, con alloggio e una borsa di studio fino a 1.875 euro.
Lo schermo, nella prospettiva del percorso, non è un contenitore in cui riversare spettacoli nati per la sala, né soltanto una vetrina promozionale, ma un luogo scenico con regole proprie, fatte di interazione, ritmi e modi di visione familiari a chiunque usi uno smartphone. Impararne la grammatica non significa rinunciare alla performance, semmai darle una nuova casa. Ricci ricorre a un paragone teatrale. Uno spettacolo all’aperto o su un palco a pianta circolare va costruito per quello spazio, e lo stesso vale online, dove riprendere frontalmente una messinscena è l’errore più grossolano. «Il digitale è come un tipo di palco, e tu lo devi usare per quello che è», spiega. «Il teatro e la danza devono entrare dentro quel meccanismo e trovare un modo di non snaturare se stessi, ma di parlare la lingua che quello spazio richiede».

Su questa premessa è stato costruito l’impianto del corso, seicento ore fra maggio e ottobre 2026 ripartite tra Rosignano Marittimo, Sansepolcro e Anghiari in cinque moduli di quindici giorni, con lezioni, laboratori, lavoro sui progetti e tutoraggio. Il primo modulo ha ripercorso la storia del rapporto tra scena e tecnologia a partire dalla computer art degli anni Sessanta, anche per chiarire che la distanza non cancella l’evento scenico. «Dal vivo non significa in presenza, ma che è fruita in tempo reale», ricorda Ricci. Sono seguiti gli incontri con trenta docenti, da Stefan Kaegi di Rimini Protokoll a Emiko Ogawa di Ars Electronica, da Daniele Villa di Sotterraneo ad Andrea Cosentino e Leonardo Sangiorgi di Studio Azzurro, insieme a curatori come Federica Patti e Francesco Dobrovich e a studiosi come Laura Gemini e Antonio Pizzo. I partecipanti hanno sperimentato direttamente strumenti e piattaforme, dai sensori corporei alle telecamere a 360 gradi, dagli avatar di Roblox allo streaming su Twitch. Intanto i docenti entravano nel merito dei singoli progetti, valutandone punti di forza e di debolezza, e insegnavano a presentarli a curatori e programmatori.

La serata di Anghiari, chiusura del corso, è stata anche la prima presentazione pubblica dei tredici lavori, che hanno messo alla prova la premessa del percorso costruendo ciascuno la propria drammaturgia sulle regole di una piattaforma o di un dispositivo. In sala li si seguiva sul grande schermo e insieme sul telefono. I partecipanti hanno infatti raccolto i progetti in un’unica cornice su Telegram, da cui, spiega Ricci, lo spettatore entra nei singoli lavori, spesso chiamato a intervenire con le proprie scelte. Per citarne alcuni, Labirinternet di Martina Ponzinibio è un gioco a enigmi per entrare nel mondo di Cristian Viscione, che convive con l’atrofia muscolare spinale e comunica attraverso il computer. Inside Rachele di Anna Farina usa la funzione storica di Street View per ripercorrere la vicenda di una persona malata di Alzheimer; Bibliomanzia di Alessandra Borgosano trasforma la biblioteca comunale di Sansepolcro in un itinerario sonoro da ascoltare in cuffia, mentre il progetto di Riccardo Iellen si muove tra un’app di incontri e lo spazio scenico, dove attori e intelligenze artificiali si confondono. Il criterio comune lo rivendica Ricci. «La tecnologia per la tecnologia in sé non è niente, è interessante nel momento in cui ci è utile a raccontare delle storie, a suscitare emozioni».
Il corso si inserisce in una linea di ricerca che Capotrave/Kilowatt e Armunia, capofila della rete Residenze Digitali, coltivano da anni, e che per Capotrave/Kilowatt passa anche dal progetto europeo Digital On Stage. Un campo tutt’altro che nuovo, osserva Ricci, che però fatica ancora a essere riconosciuto come spazio legittimo della creazione scenica. Per questo il percorso guarda oltre i singoli artisti. «Una delle funzioni di questo corso è creare dei professionisti che abitando il panorama artistico italiano possano mostrare che fare performance in un ecosistema digitale è possibile, ispirandone altri».
Lo si potrà verificare presto anche da casa. Giovedì 3 dicembre alle 18 i tredici lavori abiteranno la Settimana delle Residenze Digitali (1-5 dicembre). Il programma, in costante aggiornamento, è disponibile su residenzedigitali.it.
Redazione










