Ad agosto Daniele Pitteri ha rassegnato le proprie dimissioni: è il terzo Sovrintendente dal 2022 a rinunciare all’incarico. Un’analisi delle criticità dello Statuto della Fondazione INDA nell’ultimo trentennio

Non si conclude il pluriennale giro di dimissioni che interessa la sovrintendenza dell’INDA. Questa volta tocca a Daniele Pitteri, che ha lasciato l’incarico nell’agosto di quest’anno. Prima di lui, Antonio Calbi non si era visto rinnovare la medesima carica (nel 2022. Qui un suo punto di vista), mentre Valeria Told nel 2024 vi aveva rinunciato. Il motivo, più o meno manifesto, è il complicato rapporto con il Consiglio di amministrazione, in particolare con la figura del Consigliere delegato. A questo, lo Statuto della Fondazione attribuisce ampi poteri, riconoscendogli la possibilità di agire anche sulle scelte di indirizzo artistico: inevitabile il conflitto con il Sovrintendente che, sempre secondo lo Statuto, dovrebbe curare l’attività teatrale e la relativa programmazione (art. 11).

Il noto problema è proprio nello Statuto, peraltro oggetto di vari rimaneggiamenti nel corso degli anni. Una prima revisione risale al 2013 quando, per via di una crisi amministrativa e finanziaria che coinvolse l’intero CdA e il Soprintendente Fernando Balestra, il Mibact nominò Alessandro Giachetti commissario straordinario. Un successivo commissariamento risale al 2016, anche a seguito della vivace contrapposizione tra il Presidente della Fondazione, Giancarlo Garozzo, e Walter Pagliaro, allora Consigliere delegato. Nel 2018 viene approvato il nuovo Statuto, del quale il nuovo commissario straordinario, Pierfrancesco Pinelli, afferma: «sono stati ben definiti compiti e ruoli del Sovrintendente e del Consigliere delegato, fermi restando il ruolo e la composizione del consiglio d’amministrazione». Ma questo statuto non ha impedito la catena di dimissioni che si protrae fino ad oggi con crescente frequenza.

Comparando i due Statuti, quello del 2014 e quello del 2018 (entrambi visibili qui), è possibile notare come in realtà il problema del rapporto tra Consigliere Delegato e Sovrintendente è affatto risolto e anzi potenzialmente esacerbato. Non soltanto il Consigliere delegato continua a mantenere il potere di formulare proposte di indirizzo artistico e culturale, ma inoltre gli viene riconosciuta la definizione degli indirizzi scientifici della Fondazione (art. 3): si osservi che il delegato, a differenza degli altri membri del CDA, non ha neppure il requisito di una competenza specifica negli ambiti del teatro classico e della tradizione greco-latina. Ciò che adesso gli si richiede, oltre al generico “elevato profilo culturale”, è in più un’esperienza almeno quinquennale «in ruoli manageriali di vertici in enti, istituzioni o aziende» (art. 10).

Rimane quindi aperto il nocciolo della questione, ovvero la posizione di subalternità del Sovrintendente, nominato dal Ministero della Cultura sulla base di una terna proposta dal CDA (mentre il Consigliere Delegato è di diretta nomina ministeriale). A questi viene sì ancora riconosciuto il potere di dirigere e coordinare l’attività della Fondazione, ma sempre e solo sulla base degli indirizzi artistici-culturali proposti dal Consigliere delegato e approvati dal Consiglio di amministrazione (art. 11). Lo stesso tipo di dinamica riguarda ancora vari settori: bilancio e fonti di finanziamento, assunzioni e definizione della pianta organica, anche la comunicazione esterna. Ma come mai al Consigliere delegato vengono riconosciuti poteri così ampi da comprendere anche l’ambito artistico se di fatto la sua figura dovrebbe avere una funzione prettamente gestionale? Facciamo un passo indietro.

Quando nel 1998 l’INDA veniva trasformato da ente pubblico a fondazione di diritto privato, venivano istituiti i seguenti organi: il Presidente (carica oggi coperta dal Sindaco di Siracusa, ma allora nominato dall’autorità nazionale competente), il Consiglio di amministrazione, il Comitato scientifico, il Collegio dei revisori dei conti. Nessun Consigliere delegato, nessun Sovrintendente, ma un Comitato scientifico costituito da quattro esperti tra docenti universitari di letteratura latina e greca e personalità di particolare competenza nel campo teatrale, con il potere di deliberare «in ordine alle attività culturali dell’Istituto, definendo i programmi di attività, con particolare riguardo alle rappresentazioni» (Art. 6). Quindi, da una parte organi dotati di competenza amministrativa, dall’altra un comitato responsabile della linea artistica: tuttavia, fin da subito, tra gli organi si venne a creare un clima di costante frizione. Esemplare l’episodio delle Rane aristofanee per la regia di Luca Ronconi, nel 2002; la scena doveva comprendere quadri caricaturali di Silvio Berlusconi, Gianfranco Fini, Umberto Bossi. Le pressioni esercitate dalla dirigenza spinsero il regista a rimuovere le effigi incriminate, scelta invece difesa dal Comitato.

Le difficoltà di relazione tra Consiglio e Comitato, oltre a una discutibile amministrazione delle finanze e l’emergere di precedenti casi di infiltrazioni mafiose, sollecitarono la revisione del 2004, previo parere delle commissioni competenti: la relazione richiesta registrava come il Comitato Scientifico era divenuto, in uno stato di confusione gestionale, un “doppione” del CDA, e se ne proponeva la rimozione. Al suo posto si è così introdotto, accanto a un Sovrintendente responsabile dell’indirizzo artistico (la cui istituzione allinea in teoria l’INDA alle Fondazioni lirico-sinfoniche di diritto privato istituite nel 1996), anche un inedito Consigliere delegato, assente nelle fondazioni omologhe, di diretta nomina ministeriale e dotato di poteri più che ampi. Insomma il tutto si inserisce nel quadro del rapporto di forza tra potere centrale e regionale, senza che oltretutto si sia risolta la questione della trasparenza amministrativa (si pensi alla vicenda Balestra). Nella cristallizzazione di questo esercizio ben oltre lo stato emergenziale, la governance dell’Inda appare ad oggi perenne ostaggio di un modello fallato in partenza e per il quale ancora, dopo trent’anni, si richiede una revisione dello Statuto effettivamente efficace. Solida appare soltanto la posizione del Consigliere delegato, attualmente Marina Valensise che, in carica dal 2019 e riconfermata, si è vista rinnovare l’incarico al succedersi di ben tre sovrintendenti.
Tiziana Bonsignore













Gentile Tiziana non sono così masochista da aspirare a un secondo mandato a Siracusa. A luglio 2022 sono andato da Franceschini, cui avevo inviato una lettera, e ho spiegato che a ottobre avrei completato il mandato e che ritenevo esaurita quella esperienza. Parlammo anche di un possibile rientro al Teatro di Roma. L’assessore alla cultura Gotor volle incontrarmi proprio per questo. Poi cadde il governo Draghi. Se mi scrive una mail le invio due lettere a due ministri della cultura e alcune interviste su La Sicilia e Repubblica in cui faccio il bilancio del mio mandato e ribadisco le criticità. E tengo a sottolineare che nonostante criticità, angherie e mediocrità ho voluto completare il mandato quadriennale per il bene dell’istituzione.
Gentile Antonio Calbi, all’interno dell’articolo non si sostiene né che lei abbia avuto l’intenzione di essere rinominato alla carica in oggetto, né che lei abbia rassegnato dimissioni prima della fine della stessa. Piuttosto, si registra come i limiti dello Statuto (gli stessi che lei elenca in questo suo commento e di cui parla anche nell’intervista il cui link è contenuto in questo pezzo) abbia portato al costante succedersi di vari Sovrintendenti in una condizione di tutela quasi esclusiva nei confronti del Consigliere Delegato, sempre dotato di poteri più che ampi – cosa che mi pare essere sostenuta anche da Lei. Mi auguro vivamente che si sia chiarito il fraintendimento.